Alessandro Del Vecchio: Vocal Coach & Producer


Presentiamo l’intervista con Alessandro Del Vecchio e  realizzata da Carmen Lovisi per Scuolasuono.it.

Introduzione

Carmen Louis– Benvenuti ad Home Recording Studio, la rubrica di Scuolasuono.it dedicata all’ home recording. Sono  emozionata, perché è qui un personaggio che sono molto contenta d’intervistare. In tal caso riformulo dicendo che questa  è una chiacchierata con Alessandro Del Vecchio, davvero una special guest molto quotata: cantante, vocal coach, produttore e tastierista. Spero di non aver dimenticato niente Alessandro, ciao!

Alessandro Del Vecchio – Ciao a tutti!

C.L. – Ora intruduco qualcosa, ma il resto  lo dirà Alessandro che sarà molto più bravo  a descrivere le sue attività, le tante collaborazioni con ottimi artisti internazionali: Morris Albert, Steve Lukather, se non sbaglio. E quale vocal coach, è un TVS Master Certified Instructor. Lo StudioRecording che vedo alle sue spalle  ha un ottimo aspetto. Bene Alessandro, parlaci di te e di tutto quello che ti riguarda.

A.D.V. – Come hai detto poco fa, io mi divido  anche se  tendenzialmente sono una persona molto pigra, pure se non sembra. Quindi ogni giorno devo tenermi occupato con delle cose che mi stimolano su temi diversi, per poter rimanere creativo ed attivo. Quindi  ho trovato la mia dimensione in un’altra attività, ma le vedo tutte come fossero un unica cosa. Comunque, ho diviso un pochettino il mio ambito professionale, in modo da poter avere  ogni giorno degli stimoli e ricreare  quell’ansia da troppo lavoro che mi permette di rimanere attivo, di poter continuare ad avere sempre quel fuoco di passione, che si ha all’inizio e che poi, magari, durante gli anni tende scemare. Aumentare la quantità di lavoro, mi permette di rimanere più vitale.

 

 

Come hai detto tu, sono principalmente  un produttore, anche se mi piacerebbe dire no,  principalmente sono un cantante, o piuttosto un tastierista, ma sono anche.. In parole povere,  la parte che io amo in assoluto è quella creativa ed il processo produttivo, perché è quello dove c’è  il lavoro di squadra. A volte i pezzi partono solamente da qualche accordo suonato, poi li vedi nascere e crescere. E’ un bel processo  e preferisco sapere che sto facendo parte della colonna sonora di qualcuno, in quando creando dei dischi tu diventi parte della vita di un altro artista; per anni tali dischi potrebbero essere la colonna sonora di queste persone.

Non nego il fatto che esserne consapevole  mi dà la stessa gratificazione ad  essere un insegnante di canto. Tra l’altro, la parola insegnante di canto viene talvolta  interpretata nel modo sbagliato, in quanto siamo abituati all’insegnante con un immagine rigida, il quale  più che farla venire, la passione te la toglie. Invece nel mio insegnamento c’è l’ alimentare sempre di più  la voglia ed il desiderio di cantare. Ricapitolando, mi divido in quattro mondi anche se quello che mi occupa di più a livello di tempo è proprio il lato produttivo. Poi, essendo un produttore alla vecchia maniera, quando  entro in studio non so quando esco..

Non dico di essere come Jay Graydon, che alla fine dormiva in studio, però mi piace il processo creativo in studio. E’ proprio quello per cui mi sono appassionato da sempre: la parte sonora delle produzioni e  degli arrangiamenti, ed  essere una guida soprattutto per i cantanti. Anche perché, per come la vedo, in una produzione  il cantante di un brano è il punto focale di tutto quanto il lavoro, quindi mi piace produrre i cantanti. Ho avuto la fortuna di produrre cantanti che nemmeno avrebbero dovuto essere prodotti, per quando sono bravi. Però,  mi piace il fatto di poterli guidare e di poter essere colui che delinea i tratti somatici di un disco. Questo è  il processo produttivo.

C.L. – Una grande responsabilità a volte.

A.D.V. – Sì, soprattutto quando avendo di fronte dei personaggi che tu sai che hanno uno storico che bisogna rispettare e valorizzare di più, affinchè quel determinato disco entri nella lista delle produzioni che i fan dell’artista in questione ameranno. Quindi, è una  bella responsabilità. Ugualmente se parlassi con un regista ti direbbe la stessa cosa. Il peso si riferisce al fatto che  se il disco suona male e  non è fatto come si deve, normalmente i  fan che non sono dentro la musica se la prendono con il cantante, mentre  musicisti e fan che sono più addentrati nella scena musicale, ammazzano il produttore. Accade soprattutto nel rock melodico, che è un genere creato dai produttori. E quindi se viene prodotto un pezzo mediocre, non se la prendono con chi ha fatto il pezzo ma con il produttore. Anche se non sei stato tu quello che hai scritto  il pezzo. Però è una responsabilità bella, se lo fai per amore della musica  nel contempo ti permette, in ogni disco, di scoprire anche delle cose nuove. Inoltre se ti senti responsabile, non pensi solo al compito da fare ma a superarti, ed è ovviamente la parte bella del lavoro.

C.L.–  Come sempre l’amore per la musica che fa in modo che si riesca a lavorare bene,  affinchè tutto quadri  e alleggerendo il peso della responsabilità in senso stretto.

A.D.V. –  Sì, sono del parere che qualsiasi disco, session, o altra cosa che è c’entri con la musica e  con l’arte, nel momento in cui viene fatto con amore, rispetto e cura, viene fatto bene. Ovviamente, do’ per scontato che ci siano sempre  le competenze. Se hai uno studio di registrazione devi essere competente, se non lo sei  non parleremo neanche di amore per la musica, perché vuol dire che non c’è tutto questo. Quindi, per me la competenza è sempre una parte scontata e il musicista che suona come un fenomeno non mi impressiona. Per me è la base. L’avere competenza è la base.

L’amore, la cura, il rispetto verso quello che fai è quella marcia in più che ti permette di poter lavorare veramente a livelli superiori. Che non vuol dire solamente lavorare con il personaggio famoso: lavorare a livelli superiori vuol dire lavorare bene. Vuol dire essere di successo in quello che fai. Tu sei il turnista  o  il fonico di mix, quindi non sei quello che bada solamente  alla parte monetaria. Ma sei quello che sa che, una volta che una cosa è fuori è fuori per sempre, quindi è meglio farlo bene ed essere in grado di farla bene, piuttosto che fare qualcosa di cui, poi, avrai sempre un pochettino di vergogna..

Alessandro del Vecchio – TVS MCI – The Vocalist Studio Italy

C.L. – L’hai detto all’inizio, il cuore e la passione,  ecco, probabilmente  le cose più importanti. Ora vorrei  chiederti,  rispetto alla tua attività di vocal coach, abbiamo detto che, comunque, tu sei un TVS Master Certified Instructor,  lo dico all’inglese, quindi sei un insegnante certificato di questa tecnica, per cui  suppongo che porti i tuoi allievi dalla A alla Z, fai coaching, li prepari tecnicamente, fino a portarli allo studio recording, sbaglio?  

A.D.V. – Per quello che è la mia esperienza riguardo il  livello di  insegnamento, esiste sempre un percorso fatto in due. Generalmente, quando si vendono delle tecniche di canto, si dice: “Bene, ti porterò a cantare come X.” A me piace vedere l’insegnamento come un percorso che si fa in due, dove  la sensibilità dell’insegnante è nel capire la posizione attuale del cantante e quello che in potenza potrebbe essere, e  spingere questi limiti il più lontano possibile. Però, sì, attualmente  seguo le scuole Lizzard e come responsabile del area di canto ho creato il programma di canto e tutta la parte di curriculum del programma di canto.  Insegno  e seguo gli insegnanti di canto delle scuole Lizzard, quindi, la maggior parte delle volte mi trovo a lavorare con allievi, tra virgolette –  li chiamo colleghi – che sono già, comunque, ad un livello molto avanzato.

C.L. – Vorrei dare un riferimento a chi ci sta vedendo e ascoltando, ovvero un tuo sito internet.

A.D.V. – Il mio sito è in costruzione, adesso. Però ho il mio sito personale che è alessandrodelvecchio.net. Esiste poi il sito della tecnica per cui sono certificato, che è thevocaliststudio.com, che è un metodo americano di canto usato da Geoff Tate dei Queensryche, da Layne Staley degli Alice in Chains, da Chris Cornell, dei Soundgarden. Quindi tutti i cantanti usciti da Seattle negli ultimi trent’anni hanno studiato questa tecnica, prima con David Kyle e poi con Robert Lunte. Ed è una tecnica di canto moderno, specializzata in tutto quello che è la ricerca scientifica sulla voce nel canto moderno e la sua applicazione all’arte, che ovviamente è la parte che dovrebbe interessare sempre di più.

C.L. – Tu consideri i cantanti ai quali fai vocal coaching dei colleghi?

A.D.V. – Sì, anche l’allievo alle prime armi. Quello che mi piace di questo lavoro è prima di tutto la presenza di un fuoco acceso, che va alimentato il più possibile qualora sia spento. E’ mia responsabilità aiutare questa persona a ritrovare la passione per il canto  per mantenere il suo sogno. Perché, purtroppo, studiare canto e musica non  è come studiare la matematica. Dietro abbiamo dei fattori d’ amore, di passione, di sogno, in quanto tutti abbiamo iniziato a suonare sognando di diventare delle rock star.

C.L. – Riguarda la tua persona,interamente.

A.D.V. – Sì, sì. Quindi, tento di farlo con un’etica che vada in questa direzione, con una grandissima attenzione a curare che il canto  sia salutare, e ti permetta di cantare da oggi fino a settant’anni, a ottant’anni. Fino al tuo ultimo giorno tu devi riuscire a cantare al pieno della tua voce. E la parte che mi piace veramente del mio lavoro, come insegnante di canto, è proprio quella di permettere di scoprire che cos’è la voce. Studiare canto è un trip,  un viaggio incredibile. Se penso a me stesso quindici anni fa, come cantante, e mi vedo oggi, mi sembra di essere l’opposto. Il timbro sarà sempre quello, perché per fortuna ognuno ha il proprio timbro, però la tua storia come cantante si evolve e cambia anche il cantante preferito del momento, infatti  dopo cinque anni  ne troverai un altro che ti influenza e modifica il modo di approcciarti ai pezzi.

C.L. – La voce cambia con te e tu cambi con la voce.

A.D.V. – Eh sì, è un trip. Nelle prime lezioni dico sempre che è un viaggio che inizia e non finisce mai. Ed è il bello della voce insieme a tanti altri strumenti. La tecnica di canto, per fortuna, accomuna tutti quanti i generi, perché lo stile è una cosa, la tecnica è un’altra. Ti rendi conto che nel tuo percorso di studi, ad  applicarti in modo corretto,  non vuol dire studiare solo rock, che è una cosa che io non riesco a concepire. Ok, studio solo rock, studio solo blues, studio solo jazz o studio solo musical.. Non è vero. Perché se io prendo due opposti, ma entrambi hanno lo stesso approccio canoro ma applicato a degli stili diversi, per esempio  Etta James e Bruce Dickinson,  non riesco a vedere lo stile. Io vedo l’approccio alla voce.

Poi, la storia ci ha insegnato che ci sono cantanti  partiti con un genere e  finiti a suonare altro. Pensa a George Michael, che era partito come idolo delle ragazzine e nessuno avrebbe scommesso sulla carriera di George Michael come cantante impegnato. E adesso è  un punto di riferimento per quello che è il pop moderno maschile. Oppure.. Ce ne sono mille di esempi. Il bello dell’insegnare canto è anche guidare, tra virgolette, culturalmente gli allievi. Io sono cresciuto col blues e tutt’oggi è quello che  mi muove più di qualsiasi altra cosa sono la Motown ed il blues. Anche se ho le sembianze da rocker e tutti quanti siano convinti che io sia un rockettaro – che è verissimo – però quello che veramente mi ammazza è Donnie Hathaway, Stevie Wonder, Sam Cook..

C.L. – Ah, Donnie Hathaway, addirittura, incredibile.

A.D.V – Uno dei miei cantanti preferiti in assoluto è James Brown. Infatti, io mi descrivo sempre come un James Brown che fa rock e  più vado avanti con gli anni e più questa cosa salta fuori ancora di più. Ogni volta che c’è da cantare rock dico, no, adesso verrà fuori l’anima più nera.

C.L. – Più funky…

 

A.D.V. – Ai miei allievi voglio far passare che non ci sarebbe stata la musica moderna, senza quella parte di musica. Quindi,  se ascolto i Led Zeppelin, sento quello che hanno preso dai precedenti,  sento quello da cui arrivano. Mi piace insegnare anche facendo sentire degli aspetti della propria voce, guidando anche verso generi che non sono quelli  confortevoli,  non quelli con cui hai cantato per tutta la vita.  Io non ho mai cantato in italiano, e mi sono ritrovato con i New Trolls a cantare in studio in italiano ed ero convintissimo di non poter cantare in italiano al 100%, perché non l’avevo mai fatto: ogni volta che cantava in italiano  mi sentivo come Mal.

C.L. – Anche io ho qualche esperienza in proposito.

A.D.V. – Mi sono ritrovato a cantare in italiano il classico rock-pop italiano e  tutti quanti hanno detto: “Ale, questa qui è veramente la tua dimensione.” E devo ammetterlo, anche se poi  mi mettendomi al pianoforte, quello che esprimo è il lato più west Coast della musica moderna, il lato nero, la Motown, che  è paradossalmente più sofisticato. Canto da 34 anni ed  imparo ora che la mia voce è efficace su quello più di quello che ho fatto tutta la vita,  perché mi sono ritrovato in una situazione che mi lanciava una sfida.

Come scegliere il microfono

Carmen Louis – Proseguiamo con l’intervista, ora vorrei chiederti qualcosa, invece, di più tecnico. Parliamo dello studio, perchè le persone che ci leggeranno sono interessate ad avere dei dettagli più tecnici. Secondo te come si deve scegliere  il microfono per la propria voce. Hai dei suggerimenti?

Alessandro Del Vecchio – Quello che faccio sempre è valutare il livello di pressione con cui canta il cantante. Se hai di fronte un urlatore, un cantante di pressione, bisogna far in modo che questa cosa venga fuori. Per cui non si sceglierà mai un microfono che ha bisogno di essere accarezzato per suonare. Prenderai un Neumann U87, un microfono standard, però duro da far suonare.

C.L. – Intendi sempre in tracking, in studio di registrazione? E un microfono direzionale?

A.D.V. – Sì, io non sono uno che ha dieci microfoni pensando che ci saranno dieci soluzioni diverse per un cantante. Mi piace avere tre-quattro soluzioni che mi permettano di coprire il più vasto raggio d’azione. Per quanto riguarda la voce, sono un grandissimo appassionato di microfoni valvolari,  perché a me piace la distorsione armonica, che ci sia della valvola di mezzo. Alcuni cantanti dicono no, meglio i transistor, ma io sono un grandissimo valvolista, mi piace che la voce venga fuori tutta, anche i respiri, e registrando sempre con microfoni valvolari comprimo sempre e tantissimo.

 

 

C.L. – Puoi fare un esempio di un microfono?
A.D.V. – Le due catene più funzionali che  ho trovato, per quanto riguarda la produzione, che producono quello che io voglio sentire nel mix, il cui fattore mi ha permesso di vendere veramente i dischi e mi ha consentito di dire che voglio essere prodotto da Alessandro per questo motivo, sono il Rode Ntk e l’LA610 Universal Audio.

C.L. – Ok, intendi dire il 2.

ADV – Sì, l’Mk 2,  quello nero, che è più distorto e meno gestibile a livello di pulizia del segnale, però ha un compressore magnifico.

C.L. – Perché Rode?

A.D.V. – In tanti me lo chiedono. Semplicemente perché cercavo un microfono per me, valvolare. Li ho provati: di Soli tube, li ho provati tutti. Nessuno distorceva come piaceva a me. Il Rode Ntk secondo me è un giustissimo compromesso, perché non è un microfono che ti costa l’ira di Dio e suona meravigliosamente bene. Se pensi che anche i dischi dei Nickelback o dei Metallica sono fatti con gli Ntk, ti fa comprendere la qualità del microfono. Ho provato altri microfoni valvolari ma non ottengo quel tipo di armonica. E, secondo me, l’accoppiata di un microfono valvolare con channel strip  pre-amplificatore valvolare, è l’ideale.

Una catena che mi piace tantissimo è il Neumann U47  con l’LA610, per me il massimo per le voci.  L’U47 lo adoro. Poi ogni produttore ha le proprie armi segrete. Da un anno sto usando i microfoni Violet, che sono russi e magnifici. Infatti, il disco di Fergie Fedricksen che ho prodotto e che è uscito quest’anno è stato fatto tutto quanto con un microfono Violet. Essi sono delle repliche simil Neumann U67, U47, simil Telefunken, e sono magnifici veramente. Se ci sono  produttori curiosi dei microfoni che non siano i classici, i Violet risultano essere incredibili.

C.L. – E sono adatti a tutti i tipi di voce?

A.D.V. – Sono microfoni ultra-silenziosi e sono stati studiati talmente bene che prima di avere una distorsione fastidiosa, bisogna proprio  cantarci dentro con un cannone. Tant’è che loro hanno un sistema di pop-filter che è a un centimetro e mezzo dalla capsula. Quindi, tu puoi cantare attaccato al microfono con la sensazione di cantare live, perché  l’ha in faccia, ed il microfono non distorce. E’ quello che sto usando, soprattutto con le cantanti donne. In tanti mi chiedono: perché l’LA610 e non un Pre Neve o un Pre SSL? Semplicemente perché Universal Audio ha nell’ LA610 un sistema di compressione  che è ottimo. Dev’essere stato qualche cantante ad averci pensato perché nel momento in cui comprimi la voce diventa magnifico. Ha un’armonica valvolare stupenda, che nel mix la senti fino alla fine. Pensa che io lo uso in tracking comprimendo come un pazzo. Ma anche nel mix  rientro con la voce nell’LA610 che è  veramente un gioiello secondo me, e pur non essendo il top della gamma della Universal Audio, per me è una macchina incredibile.

La registrazione della voce e l’utilizzo del compressore

Carmen Luis –  Parliamo di compressione,  credo che tu sia la persona adatta. Secondo te bisogna registrare tutte le voci con la compressione? Ed ancora, come può comportarsi chi non è in grado di procurarsi,  come all’interno di una situazione di homestudio, un hardware, ma dispone solo di plug-in?

Alessandro Del Vecchio – Secondo la mia esperienza personale io comprimo dappertutto, sia la batteria che qualsiasi cosa perché crea la colla e fa respirare il disco, comprimo sempre. Ovviamente,  il consiglio  è che se non si sa cosa stai facendo non bisogna comprimere, perché  puoi rendere grande una performance  ma anche distruggerla semplicemente impostando la compressione sbagliata.

 

 

Negli anni d’oro dell’audio si comprimeva tutto, ovvero, si mixava sul banco e si teneva il compressore acceso. Quindi, il compressore è  davvero  uno strumento per fare un mix di un certo tipo, e affinchè il lavoro diventi interessante e fatto bene, il compressore è fondamentale. Tutti i più grandi ingegneri della storia usano la compressione. Se guardi delle interviste di vari sound engineer il compressore è dappertutto. Ovviamente dipende anche dal tipo di suono che si vuole, però personalmente i cantanti li comprimo sempre. Se ho il cantante che lavora tanto sulle dinamiche,  lo tengo più imbrigliato. Se invece ho un cantante  molto stabile, la compressione mi permette di avere nel mix la voce sempre presente, ma non alto di volume. Una cosa che odio è quando ho dei dischi da ascoltare e cerco di capire dov’è il groove, però sento tutta quanta l’onda pura della dinamica che  continua a distrarre rispetto al resto.

Il compressore permette di avere la voce davanti, sempre bella ed incollata con la musica, ma mai troppo alta o invadente. Ma dipende anche dal  mercato, dalle radio, da quello che chiedono e altre cose. Se prendiamo l’ultimo disco di Adèle vediamo che è un capolavoro di ingegneria sonora negli ultimi anni. La voce è mega, altissima ma non esce fuori dal mix. Se si ascolta il brano Skyfall  la ripresa vocale è incredibile. La voce è saturata, alta, compressa, è viva. Quindi, consiglio sempre di comprimere ma sapendo quel che si sta facendo. Non dimentichiamoci che vent’anni fa il fonico in studio veniva chiamato ingegnere, perché bisogna avere tantissima arte e competenza nelle compressioni. In un attimo può rovinare tutto e poi non c’è modo di tornare indietro. Collegandomi a questa cosa, chi lavora in casa e magari non ha la possibilità di avere uno channel-strip come compressore o un  compressore,  è meglio non usare nulla, soprattutto se mixa qualcun altro: lo fai usare a persone competenti.

Per quanto riguarda i plug-in, esistono tre marche che, secondo me, sono al di sopra di tutti. Primo su tutti Waves. I plug-in Waves sono ottimi dal primo all’ultimo ed hanno un costo. Spero che le persone acquistino quei plug-in, perché dietro c’è un lavoro, nonostante abbia amici che mi dicono: ” Ah guarda, è uscito Logic 10, te lo do crackato.”  No, io voglio originale, perché è giusto. Perché dietro un plug-in, che è un software, c’è lavoro. E poi mi piace avere l’originale, i Waves costano però sono plug-in eccezionali. E c’è tutta, tutta la serie Waves CLA, diciamolo all’italiana, Chris Lord-Alge, che sono magnifici. Oppure, se  si sta registrando in casa e non si  sa come usare un compressore o un plug-in,  il  CLA, che è il plug-in per le voce  è proprio completo di compressore, equalizzatore, chorus e tutto quanto dentro, inoltre ha un settaggio sulla compressione che è quello che usa Chris nei dischi. Quindi, senza sapere né leggere né scrivere, attivi quelli, ti cerchi un set up che va comunque bene.

Altrimenti magnifici  sono gli Universal Audio, con Uad. Ho sia  Universal Audio 1176 che  CLA Waves  e suonano bene entrambi. Universal Audio non carica la CPU perché lavora su un hardware esterno, mentre  per i Waves, se inizi ad usarne tanti, devi avere un computer performante. Altrimenti ci sono gli Steven Slate, di cui sono fieramente supporter. Li adoro perchè è pazzesco che un batterista, a differenza di molti che in studio guardano solo la batteria, abbia creato delle macchine partendo con i sample di batteria.

Ci sono miei amici che, quando aprono le tendine dei plug-in, hanno 300 mila plug-in, di cui la maggior parte non sanno neanche che cosa fanno. Io uso tre tipi: i Waves, qualche Universal Audio e Steven Slate, e basta. Waves ha anche degli equalizzatori magnifici e lineari per le fasi, quindi non c’è da andare chissà dove, anche per le repliche di hardware che hanno fatto la storia delle produzioni  di Universal audio 1176 della CLA sono i migliori. Quindi si casca sempre in piedi.

Tracking della voce: quando registrare con macchine valvolari

Carmen Louis – Secondo tesi dovrebbe sempre registrare con  macchine valvolari oppure in che caso sarebbero preferibili?

Alessandro Del Vecchio – Dipende come si va a mixare e cosa si desidera all’interno del mix. Il cantante potrebbe avere anche un microfono USB, quelli che costano 70 Euro, non rendersi conto e fare la migliore performance. Nel tracking si dovrebbe sempre pensare che tipo di sonorità si vuole. Se desidero una voce tipo Adèle devo comprimere tanto, avere dei pre che mi permettono di arrivare a una saturazione armonica, in quanto ho bisogno di una voce che è   armonica e saturata, che non è pulita, digitale, che non è pura.

Se voglio una voce moderna, sporca, dove sento anche i respiri o mentre sto deglutendo, ho bisogno di riprenderla in un certo modo. Se voglio la voce tipica italiana, iper pulita, come nei dischi di Giorgia negli anni ’90, devo tenere il cantante a distanza dal microfono e  a bada i gain, per  mixare la voce molto calma, altrimenti prendo troppa armonica, compreso il livello di compressione, in quanto devo far respirare diversamente il disco, sapendo prima di tutto a cosa si deve arrivare alla fine. Quindi entra in gioco la scelta del microfono, del pre e dei convertitori. E’ questo determina come suonerà la performance vocale.

 

 

C.L. – E’ importante anche la coscienza della voce, così non si rischia di acquistare per esempio un microfono che  non è quello adatto.

A.D.V. – Do sempre questo consiglio: provatene tanti. Il Neumann U87 è il microfono credo più usato nella storia, ma è l’unico microfono nella mia vita che, se io ci canto dentro, non succede nulla.

C.L. – Anche quello attuale, di nuova generazione?

A.D.V. – Sì.

C.L. – Quello che molti vedono con sospetto?

A.D.V. – Con la mia voce non funziona. Forse può succedere con un Rode da 700 euro che mi dà quella risposta di cui ho bisogno, na è tutto relativo. C’è chi non canta se non ha il Brauner e ci sono dei cantanti che sono  del tutto incoscienti di quello che c’è in studio, e se gli fai usare un microfono da 100 euro non lo sanno  e ci cantano. Una volta si facevano i demo, in casa, adesso si fanno i dischi.  Tante volte si prendono i microfoni perché si legge che è bello, ma provarlo è  la cosa migliore, in quanto anche le macchine belle non sono per forza nella catena ideale. Quando si dice “Se non c’è un SSL non canto..” è un discorso  relativo, perché dopo la performance le mani che andranno a mixare fanno tantissimo.

Voice recording: quanto conta la performance?

Carmen Louis – Ti ascolterei all’infinito e ho molte domande da farti. Nel settore del vocal coach e dello studio recording. Volevo chiederti se, secondo te, nell’ambito di una registrazione per la voce in che misura conta la performance e quanto, invece, conta avere determinate attrezzature.

Alessandro Del Vecchio – La performance è al 100%.

C.L. – Quindi al 100%..

A.D.V. – L’attrezzatura nel  100% potrebbe contare anche l’1%. Ti faccio un esempio  molto classico, nominando le esperienze di uno dei più grandi produttori della storia, Bob Rock. Non ricordo se era Tina Turner o Aretha Franlklin, comunque una cantante storica: lui si è ritrovato con questa cantante che non riusciva, nonostante fosse storica, a rendere sul brano; non riusciva a dare la giusta delivery, il giusto modo a questo brano. Se l’è ritrovata di fianco, in regia, con un SM57, un microfono  di minor valore in mano e tutti quanti,  gli assistenti e il produttore in silenzio, perché lei stava registrando nella stessa sala con un SM57.

Questo dice tutto, ma l’esempio più palese della storia è  ” 1937 ” di Philip Glass, un disco che ha cambiato un’epoca. Vocalmente è una performance pazzesca ed  è cantato con un U87 e un impianto messo di fronte da 500 watt che sparava musica. Senza cuffie, con un microfono in mezzo alla stanza. Quindi la condizione meno ideale, la peggiore che tu possa avere per fare un disco. Ovviamente la registrazione dev’essere per forza ottimale, però tante volte hai la registrazione precisa, ma ti manca tutto. E invece, se ci pensiamo, fino  al’77-’78  della produzione non gliene fregava niente.

 

 

La produzione era mettere assieme il brano, non era fare i suoni singoli. George Martin non si è preoccupato nei dischi dei Beatles, dicendo “Adesso devo fare il suono di cassa figo, se no il disco non fun

ziona.” No, io devo essere in grado, con quattro piste, di registrare, per  far sì che io possa sovra-incidere quaranta volte gli strumenti. E quindi, quando si pensa che avendo, tra virgolette, il pre-amplificatore ed il microfono figo, poi i dischi vengano sempre bene..

C.L. – Quindi a volte si dà troppa importanza alle cose che si hanno perchè è anche un modo per coprire mancanze o evitare di tirar fuori qualcosa di  vero nella performance. Sbaglio?

A.D.V. – Sì. Io  ne sono convinto. Quante volte ti capita di andare nello studio più figo del mondo, però ti rimane sterile e non riesci a dare. E poi sei in camera tua e con un microfono registri la tua migliore performance vocale. Purtroppo, soprattutto con i cantanti, vale tutto e niente. C’è il cantante che vuole le candele, un altro che vuole la luce spenta, c’è quello che vuole la musica altissima o  bassissima.

Per fortuna, il bello del produrre un cantante è proprio riuscire a tirare fuori quello che lui pensa di non poter fare e spingerlo oltre i limiti: per questo non ci sono macchine ma solo l’empatia tra le due persone, l’esperienza da parte del cantante e del produttore nell’essere competente e nel sapersi prendere. Purtroppo, il vero problema è che  negli ultimi anni i produttori sono sempre stati più  ingegneri del suono che hanno iniziato ad arrangiare, piuttosto che essere dei veri produttori con la passione per la parte ingegneristica del suono e del lavoro in studio.

Una volta, il produttore era quello che si sedeva vicino alla consolle e lavorava con l’ingegnere per poter tirar fuori il meglio. Quindi, secondo me, a volte ci si dimentica veramente qual è l’essenza dei dischi, che sono i pezzi. Prendi il primo disco dei Free, suona bene. Io amo i suoni fine anni ’60,  ovviamente, senza andare chissà quanto avanti, prendi per esempio  Van Halen e al suo primo disco e non c’è paragone. Eppure, il disco di Free ha fatto storia. Anche Van Halen 1, sicuramente. Oppure i dischi di Hendrix, sono meraviglie soniche, però senza i pezzi non avrebbero fatto la storia. Quindi, secondo me pezzi e performance sono vitali per i dischi. Poi è ovvio che devono essere registrati e mixati bene, però è come pensare: ok, la casa col tetto figo è fighissima, ma starà in piedi  solo se ci sono le fondamenta. E le fondamenta sono i pezzi e la performance, di tutti i musicisti coinvolti.

C.L. – Forse quel che veramente funziona è tirare fuori davvero quello che hai da dire.

A.D.V. –
 Guarda, la parte più difficile è sicuramente proprio questa, far sì che ci sia qualcosa. A me piace molto il termine delivery, come dicono gli inglesi: quello che tu mandi, che tu convogli nel pezzo mentre  canti. Che non è solo l’interpretazione. È proprio quel ribollìo che senti dentro che, logicamente, finisce sul nastro e nel brano.

C.L. – Che è percepibile da chi ascolta.

A.D.V. – Since I’ve been loving you dei Led Zeppelin inizia con il pedale della cassa: si sente la molla del pedale che cigola, eppure non c’è nulla da argomentare,  c’è talmente tanta anima che i difetti, gli errori, la chitarra stonata, le stonature della voce.. Chi se ne frega!

Voice recording: quanto conta la tecnica vocale ed esecutiva

Carmen Louis – Quando si va in sala di registrazione si può essere più o meno preparati ed emozionati. Quanto conta in tal caso inseguire una tecnica vocale ed esecutiva perfetta? Per esempio studiando le linee melodiche giuste per un pezzo, per poterle meglio eseguire le parti; oppure si può lasciar spazio a qualcos’altro,  alla spontaneità o all’improvvisazione?

Alessandro Del Vecchio – Qui non c’è una regola. Dipende dalla persona e dai pezzi, ma anche da altri fattori. Credo che in studio bisogna sempre arrivare preparati, il che vuol dire scriversi delle melodie che siano giuste per la propria voce. La maggior parte delle volte capita che i cantanti o i musicisti vadano  oltre le loro possibilità, ma la condizione ideale è quella di comfort esecutivo. A volte capita che si metta  troppo nell’esecuzione senza neanche rendersi conto che ci si sta mettendo in un angolo, e forse non ce n’è bisogno. Il compito  del produttore è  tenere  le briglie su questo aspetto.

 

 

Dico sempre che, in studio, bisognerebbe urlare quello che si ha dentro e buttare fuori tutto quello che il pezzo ti sta comunicando, con coscienza, tecnica e preparazione;  il punto principale non è la perfezione tecnica, ma quello che ti sta bollendo dentro.  Il problema è che in studio  si notano a mille tutte le imperfezioni, inoltre quello che vuoi comunicare devi esprimerlo dieci volte più di quello che tu pensi affinchè  si possa sentire. Quindi il problema è che  in studio bisogna avere sia  la perfezione che quello che  veramente  ti bolle sotto la pelle mentre stai cantando. E’ fondamentale per la riuscita di  tutto quanto.

C.L. – Quindi, bisogna ottenere un giusto compromesso tra la percezione personale e il risultato finale.

A.D.V. –
 E poi fidarsi del proprio produttore, avendo scelto il produttore che ti permette di poterlo fare.

C.L. – La scelta del produttore, diceva qualcuno, è quasi come il giusto matrimonio.

A.D.V. – Tante volte è così. Qualche volta si dice di voler  andare in quello studio perché suona bene, però capita che poi il fonico non è la persona con cui tu puoi connetterti. Personalmente e come tanti musicisti, ho fatto l’errore di scegliere il produttore solo in base ai dischi che aveva prodotto.  Poi mi ritrovavo in studio e.. Il motivo per cui sono diventato produttore è stato perché sono stato deluso dai produttori con cui ho lavorato. Produttori mega, assolutamente, perchè tante volte si dice: “Parto, mi faccio il disco in America.” poi torni a casa, ascolti il demo del disco e capisci subito di aver  perso qualcosa, ed è la situazione peggiore, perché tu sai che avresti potuto fare di meglio.

Capita che si va  in uno studio che  costa 1.500 euro al giorno che  ha tutto,  è un parco giochi di hardware, di microfoni e tutto ma si entra dentro e non si trova la simbiosi con l’ambiente. Dal momento in cui sono diventato produttore, principalmente delle mie cose,  dopo ha funzionato anche con gli altri. Si tratta di avere il connubio tra le persone, perchè ogni persona nella catena produttiva  è importante, anche quello che ti apre allo studio.

C.L. – E se non stai vivendo quella situazione veramente, non risulti essere vero..

A.D.V. – Sul disco non verrai mai fuori veramente. Per esempio Tim Pierce, che ha suonato le chitarre di Runaway di Bon Jovi, è uno dei turnisti più grandi della storia. Ha lo studio in casa, è ordinatissimo, ma sembra che sia esplosa una bomba, perché lui si siede in mezzo a un cerchio entro cui c’è  il computer, casse, testate e schiera di pedalini a terra, però in casa sua. Se stai lavorando da Tim Pierce, che è uno dei più grandi session-man della storia, non stai andando a Capitol B a Hollywood. Stai registrando a casa sua. Tante volte l’ambiente conta  veramente. Ci sono dischi come  Led Zeppelin 3 che sono stati registrati nella hall di un albergo. Era uno studio, quello? Anche Sinead dei Deep Purple è stato registrato nel corridoio di un albergo. Quindi, tante volte si va in  fissa per un posto, e poi andando a vedere i crediti dei dischi di  Mike Mangini per Steve Vai  si scopre che ha registrato nell’ hangar di un aeroporto.

C.L. – Quindi anche una grande preparazione tecnica, esecutiva, come dicevamo prima, fatta in un contesto che..

A.D.V. – ..Che non si vive.

C.L. –
 .. Non funziona.

A.D.V. –
E’ l’insieme di tantissimi fattori e non c’è una regola. C’è bisogno di essere al 1000%,  in modo da poter essere sul pezzo in maniera vera, credibile,  per poterlo respirare  e soffrire. Quello  lo dà l’ambiente e la connessione con le persone, cosa che non succede in un ambiente sterile dove si dovrà faticare il doppio.

Il livello qualitativo ed espressivo per i cantanti emergenti

Carmen Louis – Visto che parliamo di home recording, argomento centrale di Scuolasuono.it , per coloro che registrano a casa e per i cantanti emergenti ho una domanda importante: a che livello qualitativo ed espressivo può aspirare un cantante, un  artista emergente talentuoso e tecnicamente preparato, chiuso nel suo spazio, senza contatti esterni o una direzione?
Alessandro Del Vecchio – Ad un grado da classe mondiale. Se la condizione in cui sta cantando è quella che gli permette di essere al 100%, può raggiungere una classe mondiale. Esistono persone che nel recording sono ad un livello di ottimo produttore,  degli ingegneri del suono di se stessi. Per fortuna, quando ero ragazzino, ho iniziato registrando nella mia camera. Davvero una ultra home recording, quando questo era una qualcosa che tu registravi con dei bruttissimi convertitori e microfoni di fortuna, ma non sempre Io consiglio, se non si ottiene la possibilità tramite un’etichetta di avere il produttore, anzichè perdere tempo e rovinarti i pezzi, trova le persone che possano guidarti.

 

 

Quindi, il mio consiglio è sempre:  siate onesti verso voi stessi. Se la situazione in cui state lavorando sta dando risultati e sta facendo vivere i vostri pezzi, molto probabilmente siete sulla strada giusta. Ovviamente bisogna sempre trovare il giusto compromesso, e bisogna anche crearsi le condizioni ideali. Se si registra in casa e vuoi avere qualità, non metterti a cantare in salone dove  c’è riverbero dappertutto, in quanto dovrai  mixare tenendone conto. Piuttosto che comprare mille cose, basta acquistare un bel channel-strip,  anche con poche centinaia di euro si trovano delle macchine stupende.

Per esempio PreSonus, che fa dei pre in classe A meravigliosi, i quali costano intorno a 250 euro. La condizione ideale è prendere un bel premicrofono, una  scheda audio con dei bei convertitori. Non è detto che  se vai  a Capitol B di Hollywood, venga fuori qualcosa di meglio, magari viene fuori qualcosa di clamoroso, rispetto a quello che tu pensi che sia giusto, ma lì ci dev’essere anche un tuo giudizio personale e  piedi per terra. Comunque, andare a Capitol B vuol dire spendere l’ira di dio di soldi e avere dietro una macchina di etichette, di cose che, magari, non tutti hanno la fortuna o possono permettersi. Se  sei in casa tua e sta funzionando sei di livello mondiale comunque.

C.L. – Ovviamente, non bisogna dimenticare di fare ascoltare e dare la possibilità agli altri di sentire, per avere un riscontro.

A.D.V. – Non si cresce se non c’è confronto. Se non c’è dibattito non si cresce. Non nasciamo ingegneri del suono o produttori, lo si diventa con un bagno di umiltà, con le critiche. Mi ricordo un amico carissimo, che è Bruno Calefingegnere del suono e produttore meraviglioso. L’ho sempre chiamato il terzo orecchio dei miei dischi. Perché nonostante io abbia fatto dei dischi di livello, tra virgolette,  ogni volta che chiudo un disco vivo malissimo l’uscita.

Perché? Perché ci tengo e voglio che suoni bene, perché voglio che tutte le persone che hanno lavorato siano soddisfatte del risultato. Mando sempre i miei dischi a Bruno, in modo da avere un riscontro e grazie a questo sono cresciuto ad un livello incredibile. Perché tu sei da solo in studio che stai mixando e ti abitui subito a delle cose che non stanno funzionando, perché ti sembra che suonano bene. Se ascolti venti volte un errore, che non l’hai percepito la prima volta, dopo un po’ pensi che sia una cosa giusta. Quindi, non c’è niente di male nel confrontarsi con le persone, anzi.

C.L. –
Produrre in home recording pone la condizione di fare ascoltare almeno il proprio prodotto.

A.D.V. – 
Guarda, c’è  Dave Pensado che ormai è una stella su internet, per le interviste ai fonici e altro. Lui fa una cosa molto carina: gli mandi un mix e lui con  con pochi dollari ti risponde e ti dice che cosa dovresti cambiare nel mix. Può sembrare una sciocchezza, però te lo sta dicendo un fonico di fama mondiale, uno che conosce tutti e l’ambiente. Magari solo il fatto che lui ti dica: “Guarda, sulla cassa dovresti mettere questo, dovresti alzare quello.. ” aiuta. Se si è umili e si lavora per il bene del proprio disco, si accettano anche delle critiche. Nel mio caso ci sono stati anche dischi di cui ho dovuto riaprire  il mastering dopo tre mesi, perchè lo riascolti e se puoi correggi. Che cosa c’è di male? Ti viene il nervoso perché devi riaprire  e  ri-settare lo studio, le macchine e tutto quanto per il mix, però non c’è niente di male.

C.L. – Se dovessi produrre qualcosa nel mio home studio, la manderei a te.

A.D.V – Grazie per la fiducia. Come ho detto prima, il cantante è il 100% del disco. Gli altri musicisti lo sanno, mi dispiace per tutti quanti. Quando entrano in studio, soprattutto i musicisti, non li invidio mai, la prima cosa che  dico è: guarda che il chitarrista solista è la peggior razza che io conosca. Anche perché  la maggior parte delle persone non sa come  i dischi son fatti, e nemmeno che esista uno strumento come il basso  che sta tenendo in piedi tutto. La voce è la parte che arriva più e  ti  fa comunicare direttamente con chi ti ascolta. Se sono i  Santana,   ovviamente la chitarra lì è il fulcro. Però  in un mondo in cui si scrivono pezzi la voce è troppo importante.

Conclusioni

C.L. – Allora, Alessandro, ho avuto un immenso piacere di parlare con te.

A.D.V. – Assolutamente.

C.L. – Se ci sono delle persone che vogliono contattarti, ricordiamo che hai un sito in costruzione, però oltre a questo  hai Facebook?

A.D.V. – Io ho Facebook:  Alessandro Del Vecchio, c’è la mia bella faccia  sannita in evidenza. È molto semplice trovarmi, basta cercare Alessandro Del Vecchio e si trovano contatti mail, telefono senza problemi. Mi auguro sempre di trovare dei talenti nei musicisti non famosi. Se lavori con Steve Lukather è la gioia più immensa del mondo,  però quando trovi una persona che deve crescere è una cosa diversa, è un approccio più creativo.

C.L. – Si va a costruire qualcosa di nuovo.  Con un po’ di rammarico ti saluto.

A.D.V. – Grazie per l’intervista anomala. Nel senso che, ovviamente,  la maggior parte delle interviste che faccio sono per i dischi e si fa la promozione del disco. Quindi son ben contento di aver parlato di cose che riguardano la tecnica del lavoro e spero di aver fugato qualsiasi dubbio di coloro che sono in camera, che si stanno registrando e pensano che non possano avere le possibilità del mega-studio.

Non vi posso dire quale disco ho mixato in casa, però ci sono anche dischi famosi registrati in situazioni  che non erano uno studio, un disastro. Uno dei più grandi fonici della storia, Mike Shipley, che ha fatto le produzioni dei Def Leppard, Brian Adams, Queen .. Non mi ricordo qual è il disco, però lui ha fatto tutti i ritocchi finali di un disco… Lo ha mixato in the box, quindi dentro il computer, senza hardware esterno, su un Mac Book Pro, un portatile. I ritocchi finali li ha fatti con degli auricolari dell’Ultimate. Degli auricolari che  chiamano da mix, però ovviamente sono mix per le persone che  non hanno i monitor da studio, non hanno la stanza trattata e tutto.  Non c’è una regola: se c’è l’orecchio, il cuore, la cura per quello che fai potrebbero venir fuori dei dischi clamorosi da situazioni che sono assolutamente inaspettate.

C.L. – Esatto. Ti ringrazio tanto da parte  di Scuolaauono.it ed insieme agli allievi e gli amici ti salutiamo, alla prossima.

A.D.V. – E buona musica a tutti!

C.L. – Esatto, grazie Alessandro. Ciao.

A.D.V. – Ciao, ciao!

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