Antonio Aronne, batterista dei Dr.U: come farsi strada nel mondo della musica


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, ciao  da Francesco Nano. Benvenuto in Scuolasuono.itScuola Suono Summer Productive 2013,  la rassegna di interviste che stiamo realizzando. Benvenuto in Recording Turbo System. Oggi è per noi un grande piacere introdurre e presentare questo musicista, arrangiatore e  batterista; un personaggio veramente interessante: si tratta di Antonio Aronne. Ciao Antonio!

Antonio Aronne: Ciao, Francesco. Benvenuti a tutti. È un grande piacere anche per me.

F.N.: Il piacere è nostro, Antonio. Ci tengo subito a precisare che Antonio è una persona che mi è stata segnalata – io non lo conoscevo prima – da Chris Catena, produttore e cantante della band Dr.U. Antonio, tu sei il batterista di questa band, ma non solo.

 

Scuolasuono.it: Antonio Aronne

 

A.A.: Sì, esatto, esatto. Ci tengo a salutare Chris con grande piacere. Io sono batterista nei live, ma nella parte della stesura del disco e dell’arrangiamento io e Chris ci siamo ritrovati a dover mettere mano anche su altri strumenti. Abbiamo fatto molte cose.

F.N.: Come sempre succede in Italia, vanno avanti i raccomandati! Ti ha raccomandato Chris e benvenuto con noi. È un onore!

A.A.: Ah ah.. No, assolutamente no! Questa cosa ci tengo a precisarla. Ormai sono un po’ di anni che conosco Chris. Ero molto giovane quando l’ho conosciuto, avevo a malapena 16-17 anni – ora ne ho 24. Il fatto che ad un certo punto si sia deciso di mettere mano a vecchi brani dei Dr.U (che, come penso avrà già detto Chris, è una band nata nel 1992, quindi hanno una storia e brani inediti), e il fatto che sia stata data anche a me la possibilità di mettere le mani sui vecchi pezzi è stato  un esperimento. Loro suonavano un po’ come i vecchissimi Timoria, quindi è stato deciso di dare una nuova impronta, un nuovo sound, e questo è stato un esperimento sia per Chris che per me, perché era la prima volta che facevo questo tipo di lavoro.

F.N.: Ne parleremo più dettagliatamente. La cosa che mi interessa introdurre è il fatto che, come hai detto tu, sei un musicista molto giovane, però hai tantissime esperienze alle spalle: in questi anni hai fatto tante cose, hai lavorato anche con persone di un certo calibro, quindi ci racconterai qual è il tuo background fino ad oggi e sarà interessante seguirti in questi tuoi racconti. Anche perché penso che, oggi come oggi, vedere una persona come te che riesce a penetrare  in un mondo così difficile dal punto di vista professionale, può dare spinta e motivazione anche a tante altre persone, con qualità e con talenti simili o differenti dai tuoi, ma che comunque ci vogliono provare. Quindi la nostra missione sarà anche dare  coraggio a queste persone che tante volte si trovano scoraggiate.

L’argomento fondamentale di questa nostra chiacchierata (una volta che avremo imparato a conoscerti, a capire quali sono le tue competenze, le tue esperienze), sarà uno tra i più importanti di quelli che trattiamo all’interno del Summer Productive. In effetti, la locandina a te dedicata si intitola: “Costruire la credibilità della tua band”, e questo – correggimi se sbaglio – penso che sia il fondamento per qualsiasi progetto musicale, per poter andare avanti in qualsiasi direzione.

 

Antonio Aronne

 

A.A.: Esatto. Però prima di iniziare facciamo subito una premessa. Quando si parla di queste cose, noi non siamo né veggenti né abbiamo la palla di vetro, non possiamo prevedere il futuro: noi facciamo questo tipo di considerazioni basandoci principalmente sulla nostra personale esperienza, e anche su quella di altre band.

Per altre band si intendono poche band italiane, che non sono magari su dei circuiti estremamente underground, ma che sono già presenti su un circuito internazionale. Quindi, ci si basa anche su uno studio del panorama discografico attuale delle band. Noi non ci siamo inventati assolutamente nulla, ma io ragiono su queste idee, faccio queste considerazioni  basate sull’esperienza.

F.N.: Diciamo che tu fai una sintesi del mondo che osservi attorno a te.

A.A.: Esatto.

F.N.: Una sintesi internazionale di alcune accortezze che si possono avere per aumentare la credibilità della propria band. Di questo parleremo in maniera più approfondita nella seconda parte, quella dedicata a Recording Turbo System, agli allievi (se non sei ancora iscritto, se stai ancora valutando, iscriviti in questo momento, perché potrai seguire integralmente anche questa intervista con Antonio Aronne).

In particolare, parleremo dei sette punti fondamentali per creare questa credibilità: Antonio ci darà una sorta di scaletta, di step-by-step, di check list per monitorare la nostra credibilità, la credibilità della nostra band e del nostro progetto musicale. Questa sarà la seconda parte, interessantissima, la introdurremo dopo. Adesso, però, facciamo un passo indietro e ritorniamo a parlare di Antonio. Antonio, a te la parola: raccontaci di come sei nato, musicalmente parlando,  quali sono state le tue esperienze fino ad oggi. Se vuoi raccontarci anche qualche aneddoto, poi da cosa nasce cosa. Sarà bella la nostra chiacchierata. Vai!

A.A.: Allora, facciamo una piccola premessa. Io sono un ragazzo di 24 anni, vivo in un piccolo paesino di 3.000 abitanti, sono circondato da greggi di pecore, mucche e cavoli vari. A parte questo, diciamo che ho mosso i primi passi con la musica quando avevo l’età di cinque anni, perché mio fratello suonava la batteria e mi ha trasmesso questa sorta di passione.

Ho fatto vari tipi di studi sullo strumento, ma il momento che ha cambiato le cose è stato l’incontro – a 13 anni – con un grande produttore, oggi un grande amico, Mauro De Paolis, che recentemente ha collaborato con i Pooh ad una release di un album di canzoni. Grazie a lui si sono aperte molte porte: per molte porte intendo che ho cercato di scoprire tutto quello che riguarda l’Home Recording, in modo tale da non essere solamente un musicista, ma vedere la musica al di fuori dall’ottica del musicista.

Quest’incontro mi ha cambiato tutto quanto, la curiosità mi ha spinto ad esplorare tutto quello che può essere musica in senso lato: oltre a suonare, mi sono messo anche dall’altra parte del mixer, dalla parte del produttore artistico, per fare un po’ tutto quanto. Poi, durante gli anni, ho suonato con molte band, tributi, finché, all’età di 17-18 anni, ho conosciuto persone come Chris Catena e tanti altri come lui, che mi hanno dato la possibilità di mettermi in gioco, semplicemente con le mie caratteristiche. Il disco Alieni Alienati è proprio una di queste opportunità.

 

Dr.U

 

F.N.: Alieni Alienati è il disco dei Dr.U.

A.A.: Esatto, esatto. E di qui sono nate varie collaborazioni con grandi artisti..

F.N.: Per esempio? Facci qualche esempio, qualche nome.

A.A.: Per esempio, per il disco di Chris hanno collaborato chitarristi come Giacomo Castellano, Maurizio Solieri, Shane Gibson, ex-chitarrista ritmico dei Korn, un grandissimo. Ce ne sono veramente tanti..

F.N.: Sì, Chris è un mago, tra l’altro, nel riuscire a portare della gente veramente di livello all’interno dei suoi dischi. È un complimento questo.

A.A.: Esatto. Io penso questo: non è che la mattina uno si sveglia e dice: “Mah, oggi chiamo questo tizio e vediamo un po’ se gli va di collaborare con me”. Oggi bisogna avere anche  credibilità come artista e Chris ne ha molta e da tanti anni, l’ha ottenuta grazie ai suoi dischi, ai suoi chitarristi.

È stata una cosa molto particolare per me ritrovarmi ad essere – per la prima volta – arrangiatore per la maggior parte dei brani del disco e ritrovarmi a collaborare con questi grandi nomi è stata una vera sorpresa. Però, non l’ho vissuta come: “Cazzo… Qui è una baracca! Con tutta questa gente, come si fa a non aver paura, timore?”. No, assolutamente! Io mi ci sono buttato a capofitto, senza aver paura di nulla. “Io voglio fare questo, questa è la musica, andiamo così, avanti, senza né troppi pensieri, senza nessun compromesso”.

Ed è venuto fuori un disco molto ben recensito. È stata una bella cosa, in sostanza. A parte questi nomi, ho poi avuto collaborazioni anche con altre persone: per esempio, Marco Sfogli, grande chitarrista napoletano, chitarrista del progetto solita di James LaBrie, cantante dei Dream Theater; ho collaborato anche con Roberto Sterpetti, primo corista dell’orchestra di Sanremo – anche lui ha uno studio a Roma, è un grandissimo produttore, veramente grande..

F.N.: A cui faremo un’intervista. Sarà molto bello parlare con lui.

A.A.: Assolutamente. È veramente una persona..

F.N.: Che tipo di personaggio è, lui?

A.A.: Roberto è una persona squisita, umilissima e, soprattutto, una persona di grande conoscenza, sia come produttore sia come arrangiatore, ma anche come vocal producer. Veramente grande. È una persona che si vede che ha un talento, una conoscenza di tutto nell’ambito musicale.

La cosa più intelligente che si può fare, per poter percepire degli insegnamenti e delle conoscenze, è semplicemente ascoltarlo e vedere come lavora. Veramente eccezionale, una grande persona. Poi, a parte lui, anche un altro amico, Enrico Erk Scutti, anche lui un grande vocal producer di Roma nel settore rock.

F.N.: Anche con lui faremo una bella chiacchierata.

A.A.: Con lui, tra l’altro, condivido un altro progetto musicale, i Figure of Six, una band modern metal di Cesena. Anche Tina Guo, violoncellista americana che ha partecipato e collaborato al disco di Chris. Di nomi ce ne son tanti. A volte ho anche difficoltà a ricordarmi per chi ho suonato la batteria, con chi ho collaborato in studio. Ci pensavo proprio l’altro giorno e dicevo: “Ma quante batterie ho sparato, quest’anno? 50, 60?! Non ne ho proprio idea!”. Poi vado su Facebook, su Youtube e dico: “Cazzo, ma io ho suonato anche con quello! Non me lo ricordavo mica!”.

F.N.: Antonio, ti rendi conto che la tua è una posizione invidiabile per molte persone? Riesci a vedere quello che le altre persone all’infuori di te vedono? È una grande fortuna, c’è anche un grande merito dietro. Riesci a palpare questa sensazione, quest’aria energetica che stai respirando?

A.A.: Quello che penso  è che non ci debba essere invidia su queste cose. Logicamente ci dev’essere fortuna, è palese. Bisogna trovarsi al posto giusto al momento giusto, ma bisogna anche ritrovarsi a collaborare con delle persone come Chris che ti permettono di poterti esprimere musicalmente e artisticamente, in questi progetti. Logicamente, la cosa da fare è buttarsi a capofitto, ma per capofitto non si intende buttare giù tutto, essere sempre presente, stare sempre al centro dell’attenzione, ma  semplicemente porsi in modo artistico, nel modo più giusto e funzionale possibile.

E riguardo alla posizione invidiabile, io dico sempre: “Non mi sento nessuno”. Non mi sento di essere su un piedistallo, un qualcosa di più rispetto a qualsiasi altro artista italiano o a un altro della mia età. Poi dico sempre: la cosa importante è dare il 100% ogni giorno, per qualsiasi progetto, per qualsiasi cosa, perché comunque tutto quello che si fa in futuro ha sempre una sorta di ritorno, a livello artistico e anche un po’ tra l’underground italiano.

Io non mi sento di essere invidiato, perché ci sarebbe da invidiare dei grandissimi produttori e artisti, magari estremamente famosi – quello sarebbe il caso giusto. Il consiglio che potrei dare è cercarsi delle opportunità e nel momento in cui sono le opportunità dare il 100%, ma il 100% in tutto, in tutto quello che l’artista ha come conoscenza. E se sa esprimersi con molta personalità le cose vengono da sé, una cosa tira l’altra e questo è normale, è così che funziona. È una sorta di crescita giorno per giorno, bisogna cercare di dare sempre il massimo.

F.N.: Quanto bravi bisogna essere, secondo te? Quanto conta la preparazione, la tecnica,  essere un musicista?

A.A.: Guarda, io ho un pensiero particolare su questa cosa: penso che un musicista, non un artista, un musicista che cerca di apprendere uno strumento, se ci si butta veramente a capofitto, in modo assurdo, esplorando la tecnica in modo allucinante, studiando come una bestia, arriva poi a 30 anni che è sì diventato una bestia dello strumento, ma mancano delle capacità, delle esperienze su altre cose che io reputo fondamentali.

F.N.: Per esempio?

A.A.: Essere un musicista non è essere solamente bravo a suonare, cioè essere una trebbia – tra virgolette – allucinante sullo strumento. Bisogna anche avere un’altra ottica: essere sul palco, ma anche trovarsi a essere musicista dietro una registrazione, che non è come quando si è sul palco. L’ottica di un musicista dev’essere intesa dappertutto: sul palco, dietro una registrazione, anche come ci si presenta.

Il modo di vedere il tuo strumento, anche in relazione agli altri strumenti della tua band, è importante: sapere di conoscere, per esempio, strumenti come la chitarra e il basso. Prendiamo il mio caso, io sono batterista: avere una conoscenza anche degli altri strumenti è fondamentale, perché in fase di stesura, di scrittura, sapendo che vengono fatte delle stesure di chitarra e di batteria, se tu hai un’ottica precisa di quegli strumenti sai già come mettere il tuo drumming in modo perfetto e funzionale sotto questi strumenti, e viceversa.

Bisogna avere un po’ di conoscenze di tutto, come spesso dice un mio grande amico: “Delle volte bisogna essere produttori di noi stessi”. Potremmo parlare veramente di miliardi di cose.. Magari se ne tiri tu qualcuna fuori, sarebbe molto più semplice.

F.N.: È molto interessante starti ad ascoltare. Andiamo proprio nel pratico adesso, dopo ci divertiremo con dei ragionamenti  più astratti. Fammi raccogliere un attimo i pensieri. Allora, tu sei una persona nata con la musica, mi pare di aver capito che nella tua famiglia si respirava aria musicale da sempre.

A.A.: Sì, sì.

F.N.: E, secondo te, questa è una condizione senza la quale una persona non può diventare un musicista, un produttore, un arrangiatore come sei tu?

A.A.: No, questo è solamente una pura casualità. Certo, bisogna avere la fortuna e le possibilità, avere i mezzi per immergersi nell’ambito musicale. Questa è una cosa importante. Non dico esser seguiti dai propri genitori, o quanto meno dai propri fratelli, in modo assurdo, ma avere anche solo un minimo di approvazione. Il resto dipende tutto da noi.

Se ci pensi io abito in un paese in cui forse sono l’unica persona che suona. Quando ero piccolo (non è che son grande adesso)  i miei amici uscivano a giocare a pallone e mi dicevano: “Cazzo, Antonio, andiamo a giocare a pallone”, io rispondevo: “A me non me ne fotte. Io torno in sala. Mi metto a suonare sulla batteria, pesto”. Ho investito tanto del mio tempo sulla musica e non è detto che bisogna per forza avere dei mezzi particolari per diventare qualcuno, delle volte basta scoprire in noi stessi di avere non tanto delle capacità, quanto delle curiosità.

Penso che molte cose vengano dalla curiosità, che ti permette di chiederti: “Ma, quella cosa, quel disco come fa a suonare in quel modo?” oppure: “Perché quel batterista ha messo quel drumming sotto quel tipo di musica? Perché dal vivo quel tizio mette sul palco quella cosa ?”. È la curiosità che ti porta a cercare di scoprire queste cose e le cose pian piano te le vai a cercare, cerchi di capire, di scoprirle.

F.N.: La curiosità è un elemento fondamentale, più dell’ambiente in cui nasci e cresci, se non ho capito male?

A.A.: Esatto. Io non ho avuto la possibilità di avere sotto casa una scuola di musica per poter imparare lo strumento. Non ho avuto grandi possibilità di mettermi in mostra a livello scenico e dal vivo, nemmeno nelle piccole feste di paese. Finché non sono diventato maggiorenne, non ho avuto neanche la possibilità di dire: “Oh, andiamo a questo concerto figo”, perché io vivo in un paese molto defilato rispetto ai grandi centri.

Però forse è stato anche questo, il fatto di non avere nulla, che mi ha dato la possibilità di mettermi su uno strumento e di esplorarlo sempre di più. Forse è stato anche il non avere nulla che ha scaturito questa grande passione verso la musica. E come me ho scoperto che anche tante altre persone hanno avuto questa stessa esperienza e quindi me ne sono fatto una ragione.

Parlando di invidia: ci sono delle persone che veramente hanno la possibilità di avere grandi insegnamenti, strutture di livello perché abitano in grandi centri e hanno la possibilità di frequentare questi posti, ma magari sono svogliati, non ne hanno voglia. Se io avessi avuto questa possibilità mi ci sarei buttato a capofitto. Però, ognuno ha il suo percorso, ognuno ha la sua vita, questo è quanto.

F.N.: Provo a proporti un altro ragionamento. Posto che penso che tu sia un bravissimo musicista, non so quanto te ne intenda di didattica e di funzionamento del cervello umano, (magari scopriamo anche che sono delle tue passioni e non lo sapevamo). Però, la domanda che volevo farti è: a una persona più grande di te, una persona che ha 30 o 40 anni, che sentisse il fuoco dentro e che volesse diventare un musicista, entrare in produzione, mettersi in gioco, al di là dello strumento, che consiglio gli daresti?

Qual è la strada giusta, l’approccio giusto? È possibile oppure secondo te è un sogno da lasciar perdere? Mi metto nei panni di una persona un po’ più avanti con l’età di te che dice: “Cavoli, io voglio iniziare, mi sarebbe piaciuto avere le potenzialità, le possibilità di Antonio, la storia di Antonio, ma non ce l’ho avuta, voglio iniziare adesso”. Secondo te può farlo e, se sì, come? Non serve che dici la cosa giusta, ci interessa sapere ciò che ne pensi tu.

A.A.: Guarda, io penso che nel mondo ci siano delle eccezioni, altrimenti non esisterebbe la parola “eccezione”. Per esempio, prendi un Ligabue: Ligabue è uscito fuori a 33 anni, non è uscito a 20 anni come tanti altri. Io penso questo: la musica è un messaggio, è dire qualcosa.

Il messaggio non deve per forza essere fighissimo o iper-mega-tecnico. Se tu hai un messaggio, in qualsiasi modo tu lo possa interpretare, non esiste età per poterlo fare, perché non è detto che una persona che si interessa alla musica,  a 30 anni o ad un’età successiva, non possa diventare un qualcuno, non possa esprimersi con un grande e forte messaggio musicale. Nel mondo ci sono tantissime eccezioni, storie di tantissimi artisti che si sono buttati in età molto tarda sulla musica e hanno avuto grande successo.

Il consiglio che posso dare è questo: se si entra nel mondo della musica in un’età per così dire matura, non bisogna cercare di diventare il clone di qualcuno o sperare di diventare più forte di qualcuno. Basta capire che la musica è un messaggio. Bisogna trovar il modo di esprimersi, nel modo più semplice possibile, con un messaggio semplice e funzionale, che rappresenti noi stessi in modo artistico, senza sperare di diventare una macchina allucinante.

F.N.: Cerco di sintetizzare quello che stai dicendo. Nella musica si ha successo non tanto cercando di diventare qualcun altro, volendo emulare qualcun altro, ma cercando di tirare fuori quello che si ha, nella maniera più semplice possibile.

A.A.: Sì, esatto.

F.N.: È un invito ad esplorare il proprio percorso. Quindi tu non metti un veto alle persone un po’ avanti d’età che iniziano adesso.

A.A.: Assolutamente no. Sarebbe ipocrita come ragionamento.

F.N.: È bello sentirlo dire da una persona giovane, perché ha un altro valore, un altro significato. Prima hai usato tante volte la parola “fortuna”. Hai parlato di Chris. Hai detto è stata una fortuna incontrarlo. Credi veramente nella fortuna? O la fortuna uno se la crea?

A.A.: Mah, guarda, se dovessi credere nella fortuna, a questo punto avrei fatto un bel 6 al Super Enalotto e stavo alle Bahamas a prendere il sole tranquillamente. No, io non è che non credo nella fortuna ma non le do molto peso. Per fortuna a volte si intendono le piccole cose, anche semplicemente conoscere le persone giuste, persone che hanno la tua stessa passione, la tua stessa voglia e che ci credono, perché crederci è importante.

Crederci non significa impersonare un personaggio, pensare di essere qualcuno; crederci è fare quello che fai al 100%, anzi al 1000%. Indipendentemente da chi sei, quello che suoni e quello che fai. Ecco, diciamo che per fortuna io intendo aver conosciuto le persone giuste, aver condiviso con loro dei progetti, aver lavorato con produzioni importanti, aver fatto grandi esperienze come tour, su palchi molto interessanti, esperienze televisive. Piccole cose ma che costituiscono una grandissima esperienza e che ti aiutano a capire tante cose. Ecco, la fortuna è stata conoscere queste persone e condividere con loro dei progetti, un mix che secondo me accrescono l’artista in modo molto più ricco e elaborato rispetto ad altre.

F.N.: È chiaro però che queste persone non si sarebbero avvalse della tua collaborazione se tu non fossi stato preparato tecnicamente. Però mi pare di capire che anche la tua preparazione dipenda dalla collaborazione con loro, quindi è un cane che si morde la coda, giusto?

A.A.: Sì, esatto. La musica oggi è un cane che si morde la coda, sempre. Anche quello che stiamo dicendo potrebbe essere un cane che si morde la coda, perché può sempre spuntare fuori un’altra persona che ti dice che lui ha fatto in quest’altro modo, che è l’opposto del tuo, e ha funzionato ugualmente, perché esistono le eccezioni, è ovvio. Però, come hai detto tu, per potersi mettere in collaborazione con delle persone di alto livello, bisogna avere un minimo di esperienza; per esperienza non si intende solo saper suonare uno strumento. Quanto suoni e quanto bene lo fai non ha importanza, perché delle volte basta essere semplici per far delle cose fighe.

Bisogna essere preparati su tutto, perché quando poi ti trovi ad avere una band e a lanciare un disco, non si tratta solo di saper suonare, di essere figo sul palco e di trovare il modo per poter lanciare il disco, trovare le persone con cui registrarlo e mixarlo; bisogna anche saper gestire la band a livello di marketing, seguirla anche sotto l’aspetto economico, manageriale. Oggi è diventato un fai tutto da te, un “do it by yourself”.

Quindi è importante avere questo tipo di esperienze quando si collabora con questo tipo di persone, anche per poter dire: “Noi facciamo questo” sapendo perché è stato deciso di fare quella cosa piuttosto che un’altra, perché quel tipo di decisione è la più giusta in quel momento. Quindi, deve esserci sintonia e grande capacità e metodo di lavoro per poter portare avanti una band, un progetto o qualsiasi cosa nella vita. Questo è quanto.

F.N.: Quindi, tu sottolinei l’importanza di saper fare un po’ di tutto?

A.A.: Bisogna sapere fare un po’ tutto, oggi.

F.N.: Vorrei rimarcare però un passaggio che forse è rimasto un po’ in penombra. Tu dicevi: “È importante conoscere e collaborare con certe persone”; poi ho detto: “Però devi essere anche tecnicamente preparato”, e di nuovo hai sollevato il discorso della fortuna che sta nell’aver conosciuto queste persone.

Dal mio punto di vista, invece, uno la fortuna se la crea: se si vuole conoscere determinate persone, si cerca di frequentarle, di entrare nel loro giro di conoscenze – da cosa nasce cosa, insomma. Ma la cosa interessante che hai detto tu è: “Si può diventare qualcuno o comunque iniziare a lavorare a livello professionale nella musica solamente frequentando queste persone, facendo queste esperienze”. Quindi bisogna entrare in un certo giro e se non ci sei dentro devi trovare il modo di entrarci.

A.A.: Esatto. Infatti, devo fare una precisazione, adesso che me l’hai ricordato: io a 14 anni ho conosciuto Mauro De Paolis, questo grande amico, che mi ha aperto le porte della musica; grazie a quella conoscenza io adesso vedo la musica a 360°.

F.N.: Perché? Racconta, spiegaci bene.

A.A.: Sì, guarda, la persona che è stato fondamentale per me conoscere, e che mi ha permesso di conoscere tante altre persone, è stato Enrico Erk Scutti, grande, grandissimo, fratello di band con me nei Figure of Six e leader anche dei Cheope che, nel 2006, lanciarono un grandissimo e fighissimo disco, Download Ideas.

L’ho conosciuto che avevo 16 anni e lui a quel tempo era già grandissimo in tutto, nella produzione delle voci, nella produzione dei mixaggi. Erk ha una grandissima esperienza e capacità in quello di cui poi parleremo nella seconda parte, cioè su come costruire la credibilità di una band, (stare sul palco, dietro al mixer, da una semplice prova alla presentazione del disco).

Lui mi ha dato la possibilità di conoscere a mia volta Chris e con lui tante altre persone. Però io credo questo: credo che se non avessi conosciuto Erk, a questo punto non so se sarei arrivato nelle amicizie di Chris e di tante altre che ho adesso. Delle volte è un po’ il destino a farti incontrare certe persone. Con Erk spesso ci sentiamo al telefono, non abitiamo vicini ma è come avere un secondo fratello per me, quando lui pensa una cosa e me la dice spesso penso: “Ma cazzo, l’ho pensata anch’io questa cosa!”. Siamo totalmente identici nel modo di vedere e pensare e tante cose me le ha insegnate lui – non è una cosa da nascondere – soprattutto nell’approccio alle produzioni e ai mixaggi, che mi ha consentito di essere batterista in produzioni sia mie che non mie.

Ecco, per me la fortuna è questo, aver conosciuto queste persone. Un’altra grande fortuna è tuttora avere la possibilità di stare con loro, suonare insieme, condividere progetti e lavorare insieme. Questa per me è la fortuna, che spero possano avere anche tante altre persone come me, persone interessanti che aprano la mente e che diano la possibilità di vedere le cose a 360°.

F.N.: Se posso chiederti, come hai conosciuto Erk? Per fare il caso-studio, l’esempio di come può nascere un’amicizia, una collaborazione..

A.A.: Allora, dopo aver conosciuto Mauro, questo amico, ho cominciato a fare le prime produzioni, le prime registrazioni di chitarra, basso, batteria e quant’altro. I Cheope erano una band che a me piaceva tantissimo, li scoprii sul vecchio MySpace. Sentii il sound e dissi: “Cazzo, questa band spacca veramente il culo! Sembrano americani invece, cazzo, sono di Roma. Ma com’è possibile?”. Comprai il disco, lo sentii. Fighissimo! Un giorno andai a vederli in un concerto a Roma, mi pare che fosse nel 2007 o nel 2008, aprivano per i Labyrinth. In seguito a quel concerto contattai Erk, ci siamo scritti un po’ di cose e di lì è nata una sorta di amicizia perché avevamo già le stesse idee su tante cose.

F.N.: Hai dato un po’ per scontato come hai fatto a contattarlo: l’hai contattato su MySpace, sui social?

A.A.: Con una mail, adesso non ricordo se era una mail o su MySpace.

F.N.: Ok, d’accordo, via Internet, diciamo, no? E di cosa parlavate? Dei suoi arrangiamenti, di che cosa?

A.A.: Sì, esatto, io feci dei grandi complimenti a lui come cantante, veramente formidabile. Poi dissi: “Guarda, ma anche il disco suona veramente da paura, è arrangiato benissimo, suona benissimo, è masterizzato benissimo”. Da lì ci siamo scambiati un po’ di chiacchiere su cosa facevamo, dove abitavamo, ci siamo scambiati il nostro materiale, c’è stato uno scambio di idee e di musica, che reciprocamente ci interessava molto.

F.N.: C’è stata forzatura da parte tua, cioè, ti sei sforzato di fare qualcosa o hai fatto le cose nella maniera più naturale che ti veniva?

A.A.: Sono sempre stato assolutamente naturale e lo sono tuttora. Non sono andato lì con lo scopo di fare qualcos’altro, semplicemente è stata una conoscenza naturale. Io sono molto improvvisatore, anche nella vita, a me piace molto improvvisare, non è che parto con dei pregiudizi o mi faccio dei piani prima di fare le cose.

È stato molto naturale: mi ha chiesto cosa facevo, ho risposto che suono e allora mi ha chiesto di mandargli del materiale. Può darsi che siano piaciute le cose che ho fatto, sicuramente, per poter far nascere questa cosa. Di lì c’è stato questo scambio di informazioni ma è stata una cosa molto molto naturale, non una cosa forzata, perché se lo fosse stata ora non sarei il suo compagno di band.

F.N.: Dalla sua conoscenza poi l’anello successivo è stato Chris, giusto?

A.A.: Esatto, esatto. A Roma ogni anno si fa una jam tra tutti gli artisti di Roma e partecipano artisti di grande rilevanza. Un anno tra questi c’era anche Chris. Mi ricordo che, forse tramite Erk, mi ritrovai a suonare con Chris a questa jam. Mi pare che suonammo qualche pezzo dei Alice inChains, se non ricordo male; lì ho conosciuto Chris e anche con lui c’è stato questo scambio iniziale di informazioni.

Logicamente è sottinteso che c’è stato anche un reciproco ascolto artistico e musicale, perché comunque ci siamo ritrovati su uno stesso palco a suonare, questo è logico. C’è stato anche con lui questa sorta di scambio, però la conoscenza di Chris è avvenuta tramite Enrico, e anche con lui è nata questa amicizia molto tranquilla e sincera, con questo dimostrarsi il proprio valore artistico, conoscersi a vicenda, perché non uno non compra mai le cose a scatola chiusa. Poi nata questa idea di lavorare insieme, fino a che oggi siamo arrivati a questo disco, Alieni Alienati. Che ti posso dire di più? Ho conosciuto, sì, delle persone, però comunque già alla mia età facevo cose che tante altre persone non facevano, e con questo non si intende essere dei mostri..

F.N.: È nella mia natura voler rimarcare, fare una sintesi di quello che abbiamo detto e fissare dei punti. È interessante nella tua storia vedere come hai stretto delle relazioni che a mano a mano ti hanno portato e ti stanno portando (perché il tuo percorso non è finito, è appena iniziato) a collaborare con personaggi sempre più noti, sempre più importanti e che tu stimi. Ma il bello è che tutto è partito in maniera molto naturale, quindi senza voler sforzarsi di raggiungere questo obiettivo, di percorrere questa strada, almeno dalle cose che mi hai detto.

A.A.: Esatto.

F.N.: Magari l’obiettivo, il sogno, ce l’avevi, però nell’andare a conoscere i personaggi che ti piacevano nella tua zona, personaggi che hai conosciuto, non c’era questa volontà di fare, di collaborare; c’era proprio il desiderio di comunicare, di scambiare opinioni, e questa è una cosa che nasce naturale solo se le cose le fai col cuore, non le fai ostentatamente, giusto?

A.A.: Esatto, esatto, sono assolutamente d’accordo.

F.N.: Dall’altra parte questa cosa viene recepita. Quindi, se dovessimo sintetizzare il trucco, il tip di questa prima parte dell’intervista: “Vai a conoscere le persone che stimi, dì loro quanto le stimi, senza fare dei falsi complimenti, mettici tutto te stesso nel fare i complimenti, nelle cose che veramente pensi, perché le altre persone ti rispondono, capiscono”.

A.A.: Esatto. Però magari così è un po’ eccessivo. Non è che bisogna svegliarsi e dire: “Adesso andiamo a conoscere quello, che adesso gli diamo un po’ di chiacchiere, lavoriamo insieme”. Non è proprio così, perché potrebbe risultare innaturale come cosa. Da quando ho cominciato a suonare fino ad ora io penso questo: innanzitutto il mio obiettivo principale era ed è suonare, avere una band, divertirmi, stare sul palco, far divertire. A forza di fare questo sono arrivato ad avere questo tipo di conoscenze, perché quando si suona si parla tra musicisti, si scambiano idee in modo molto naturale, quindi magari si arriva a conoscere delle persone non in modo estremamente volontario ma  per caso, e da cosa nasce cosa.

Ti faccio un esempio: ho suonato con un amico, un grandissimo amico, Andrea Perrozzi, recentemente. Un grande artista italiano ha chiamato me un altro amico a presentare il suo disco, siamo andati e io ho suonato la batteria come turnista. Con me c’erano anche degli altri grandi amici, Davide e Max Spurio, grandissimi produttori anche loro. Una serie di conoscenze allucinanti, veramente. Ci si ritrova a suonare su questo palco e quella sera come ospite c’era Daniele di X-Factor, quello che è arrivato in finale insieme all’ultima vincitrice, la ragazza coi capelli rossi che fa la pubblicità della Tim (Chiara). Purtroppo io i talent-show non li vedo, è più forte di me.

 F.N.: Siamo in due, ho difficoltà anch’io, ultimamente.

A.A.: Ad un certo punto Andrea dice: “Ma no guarda, c’è anche Daniele, il ragazzo che è arrivato in finale a X-Factor”. Un artista, ok, ma tra virgolette era un po’ un’ospitata. Dovevamo fare due pezzi, un pezzo suo, il suo singolo, e una cover degli Aerosmith (non mi ricordo neanche più il titolo). Daniele mi dice: “Vabbè ma sali sul palco, prendi e suona quello che capita, proprio così, alla vecchia maniera”.

Proprio perché noi siamo sempre noi stessi, a noi piace essere noi stessi, quando Daniele è salito sul palco e ha chiamato me e il bassista, noi, che eravamo dall’altra parte del locale un po’ defilati, gli abbiamo detto: “Daniele, quanto ci dai? Lo sai che a noi non ci piacciono i format, noi se dobbiamo salire sul palco ci devi mollare giù della grana. Sette euro? Va bene, veniamo”. Saliamo sul palco; logicamente retorica al microfono: “Noi odiamo i format“, poi abbiamo suonato, ci siamo divertiti, però, ecco, anche con lui è nata un’amicizia molto spontanea.

Ti capita il tizio di X-Factor, ad esempio, non è che vai lì e tra virgolette gli lecchi il culo, perché questa è una cosa che vedo spesso fare e che a me non piace assolutamente. Ma non bisogna neanche stare sulle sue, sentirsi qualcuno. Bisogna essere se stessi, perché alla fine l’altro è una persona come te, si parla del più e del meno; sii te stesso, poi con la simpatia, coi modi di pensare, nascono delle amicizie, nasce la stima reciproca a livello musicale, perché poi è quello che conta.

Ecco, questi sono piccoli esempi di come a volte si possono conoscere le persone, spesso  per caso, non volontariamente. Forse proprio quando dici: “Cazzo, adesso vado a quel concerto che voglio conoscere quello”, è il momento in cui non lo fai, perché alcune  volte non si riesce o, anche se riesci a conoscere la persona, lei non conosce te, non sa chi sei, è come presentarsi e dire a qualcuno che non ti conosce di essere qualcuno – è una cosa  brutta che a me non piace e preferisco essere sincero: se conosco una persona e devo dimostrargli qualcosa, lo faccio suonando, senza dire: “Cazzo, son forte”, ma suonando con passione, trasmettendo un messaggio e dell’emozione. Poi se non piaccio, ognuno ha i propri gusti, siamo tutti diversi. Questo è il mio pensiero.

 

Antonio Aronne con la sua batteria

 

F.N.: Molto interessante il tuo punto di vista. Io faccio la parte del docente che trova i tips e li riporta agli ascoltatori. Mi rendo conto che ci può essere una combinazione di cose: è innegabile che quello che hai fatto tu è ciò che ti è riuscito naturale, quindi non è che uno deve sforzarsi, bisogna metterci naturalità e soprattutto, quando si contattano le persone, bisogna fare complimenti sinceri e non ostentati, senza andare a leccare..

A.A.: Sì, anche nel modo di suonare, che è importante, bisogna essere noi stessi. Cioè io spesso vedo.. Non è una critica.. O forse sì, lo è.

F.N.: È una critica, prenditi le tue responsabilità, Aronne!

A.A.: Mi prendo le mie responsabilità, perché non penso di dire una stronzata: io vedo tante persone in Italia che sono il clone di tanti artisti. Ti faccio un esempio: io posso avere la chitarra come John Petrucci, suonare come John Petrucci, mettere la gamba come John Petrucci; compro l’AX-FX,  faccio il suono come John Petrucci, sto lì davanti ad un computer a suonare le cose di John Petrucci, ecc..

Un artista deve avere una propria personalità, una sorta di bravura, come quando si sente un artista che, oltre a suonare, trasmette qualcosa, trasmette il suo messaggio. Per esempio, io come batterista non mi sento di essere chissà quanto bravo, faccio delle cose prettamente normali, non mi sento di essere assolutamente nessuno; però quando suono a me la cosa che piace fare è essere me stesso. Io sono molto cattivo, nel senso di  testone. A me piace molto John Bonham e non è che ho ripreso il suo stile, ma cerco almeno di suonare in un modo che mi rappresenti.

Mi siedo alla batteria e suono come mi sento di suonare, non è che metto il piattino come lo mette quello, mi compro il rullantino come ce l’ha quello perché suona figo come quello, perché poi quando stai dietro ad una produzione i suoni sono tutt’altro. Delle volte dici: “Cazzo, mi compro il rullante di  Bonham!” e poi alla fine, magari, era pure un trigger che suonava sul disco, quindi vai a comprare il rullante perché hai sentito che suona un trigger, che magari non è neanche quel rullante originale.

Io penso che bisogna essere se stessi, per come si vive, per quello che si è, per quello che si fa, e bisogna mettere questo nello strumento, perché altrimenti, se non sei te stesso, che messaggio vuoi dare? Il messaggio di qualcun altro. Quindi la critica che faccio è: perché stare a perdere tempo dietro a degli artisti, imitandoli al 100%? Certo, un pizzico sì, per capire come si fa una cosa figa, però poi bisogna suonare come se stessi e trovare la propria personalità, tirarla fuori, cercarla da qualche parte, perché dentro di sé c’è sempre, questo è assodato. Poi gli altri saranno sempre più bravi di te, perché c’è sempre qualcuno più forte di te. Assolutamente. Quindi questa è la mia critica.

F.N.: Ok, Antonio, ci stiamo avvicinando alla fine della prima parte della nostra intervista, quella dedicata agli ospiti esterni. Rimarremo in compagnia con gli iscritti a Recording Turbo System; se non sei ancora iscritto puoi farlo adesso, potrai seguire questa intervista con Antonio Aronne e molte altre.

Parleremo di una cosa interessantissima, adesso, con Antonio: i sette punti per creare, per costruire, per convalidare la creatività e la credibilità della tua band. Prima di passare alla seconda parte, però, vorrei raccontarti quello che è il mio sogno nel cassetto ( un’ultima moda che è venuta fuori nelle mie chiacchierate, nelle mie interviste raccontare ai miei ospiti il mio sogno nel cassetto): il mio sogno nel cassetto è creare una struttura fisica, con tanti studi di registrazione, tante sale di riprese, tante sale prove (non 2.000, diciamo 10-20 sale).

A.A.: Certo.

F.N.: Tu cosa faresti se avessi un sogno pazzo come il mio? Una struttura come una fabbrica, se vogliamo usare questo brutto termine, però una fabbrica di musica positiva. Ci sono musicisti, arrangiatori, sound engineer, addetti ai lavori, che vengono pagati per fare il loro mestiere. Il loro mestiere è creare musica, musica positiva per diffondere energia positiva nel mondo. Lasciando stare tutte le considerazioni sul perché questa cosa non si può fare, (che per me lasciano sempre il tempo che trovano, perché se un sogno è abbastanza folle e radicato in una persona, nessuno lo potrà fermare, quindi alla fine diventa un problema tra me e il mio sogno), se tu avessi questo sogno, vuoi dirmi qualcosa su come ti muoveresti? Vuoi commentarlo, vuoi darmi una pacca sulla spalla, vuoi dirmi sei un folle? Ti lascio la parola, vai.

A.A.: Io penso che sia un’idea fighissima, perché mettere tante persone dentro una stessa struttura, sotto lo stesso tetto, è una cosa figa. Sappiamo tutto che nel genere umano siamo tutti diversi, quindi lo siamo anche musicalmente, ognuno di noi dà cose diverse. Tu creeresti, in sostanza, una cosa quasi perfetta: qualsiasi persona potrebbe rivolgersi ad una struttura del genere e avrebbe tutto, e ogni persona potrebbe farlo perché avrebbe tutto il supporto possibile e immaginabile.

Io ti dico solo una cosa, magari è stupido dirtelo: se fai una rapina a un portavalori, prendi su della gran grana e crei questa bella struttura, io vengo con te tranquillamente. Ad ogni modo, io ti dico che se tu hai questo sogno lo devi portare avanti, perché è una cosa bellissima, non dico che sia il mio sogno, però se un domani sapessi che c’è una struttura del genere sarebbe una cosa fantastica, veramente stupenda. Come tu possa fare una cosa del genere, non ne ho la più pallida idea: un Super Enalotto, un gratta&vinci, una rapina a un portavalori.. Però ti do la pacca sulla spalle e ti dico di trovare un modo per farlo, perché è veramente una cosa fighissima. Spero che tu ci riesca presto.

F.N.: Ok, grazie. Senti, la musica non vende più, però alcune band riescono a stare in piedi. Quindi alla fine non è vero che la musica non si vende più in assoluto; se una band ha credibilità, questa creatività che torna fuori.. Creatività e credibilità, qualcosa può fare no?

A.A.: Guarda, in un modo un po’ strano ne parlavo proprio oggi con Matteo, uno dei miei compagni di band, che diceva: “Ma guarda, Century Media in Italia ogni tanto tira via 100 copie“. “Ma 100 copie di quale artista?”. “Ma no, un po’ in modo generale”. Cioè, la vendita dei dischi ormai è una cosa passata. Cioè, proprio il disco in sé, un album, non viene neanche più considerato; oggi stampare dischi penso ti possano servire semplicemente per andarli a vendere nei live.

Ma dove? In quei posti dove tu sei sconosciuto, dove hai bisogno di fare promozione. Cioè, per esempio all’estero o in posti dove tu non hai mai suonato, dove nessuno ti conosce, perché magari ti sente e dice: “Cacchio figa ‘sta band, dove la posso sentire?”. Innanzitutto puoi comprarti il disco dal vivo, perché quella è una cosa figa, anche avere un qualcosa, un bootleg da leggere, delle informazioni sulla band.

F.N.: Al di là della vendita dei cd, ci sono altre possibilità per le band per riuscire a far fronte alle spese?

A.A.: Mah, è  un connubio, un cane che si morde la coda.

F.N.: Anche qua?

A.A.: Io conosco delle band, anche di miei amici, che riescono a stare in piedi; per stare in piedi non si intende avere un patrimonio economico, un bilancio, una società, delle entrate economiche, semplicemente essere una band, che fa dischi, video, che suona dal vivo e si mostra su tutti i canali multimediali che esistono in questo mondo.

F.N.: E facendo questo i tuoi amici come stanno? Facendo queste cose i tuoi amici che risultati economici ottengono? So che non puoi far loro i conti in tasca, ma per dare un ordine di grandezza, per capirci tra di noi.

A.A.: Certo. Guarda, io sono molto sincero su questo. Bilanci sulla musica, a un certo livello, non ne puoi mai fare: finché non sei un artista big, non puoi mai pensare ad entrate economiche, perché spesso succede che anche le piccole entrate che magari può ottenere una band (che sono già un lusso) vengano reinvestite in promozione della band, dell’album, di qualunque cosa sia.

Quindi, in sostanza, la band ha sempre delle uscite, anche delle entrate ma poi queste entrate escono di nuovo:  è sempre tutto in uscita, almeno finché non arrivi ad un livello alto, dove le cose possono cambiare. Io non ho mai chiesto a qualche big di dirmi il suo guadagno. Tuttavia, io conosco Maus, il chitarrista dei Lacuna Coil. Sappiamo che i Lacuna Coil attualmente è la band metal italiana più conosciuta al mondo, cioè sono quelli che portano la nostra bandiera.

F.N.: Non dire cifre, non vogliamo sapere la cifra, facci solo capire l’ordine di grandezza.

A.A.: No, assolutamente, parlavamo del più e del meno, perché a me piace sempre parlar di cazzate, non chiedere all’altro che chitarra usa, che plettro usa, cose così. Una sera davanti a una birra e fra tante cazzate mi disse: “Io a Bari avevo l’ex ragazza – o qualcosa del genere, o il fonico della band era di Bari – e mi sono comprato casa, però ovviamente con il mutuo“. Direi che questa risposta è stata abbastanza esauriente, ha dato risposta a molte domande. Quindi io penso che anche a livelli alti, dal punto di vista economico non si arrivi a comprarsi il Ferrari o cose del genere.

F.N.: No, però si riesce a vivere, voglio dire.

A.A.: Diciamo che si riesce a vivere.

F.N.: È possibile, ok. Allora, una struttura grossa, con l’obiettivo di far vivere i musicisti, che quindi abbatte senz’altro spese di organizzazione, tutte le spese che una band può avere e che deve sostenere da sola;  in un contesto in cui ci sono tanti artisti, il professionista costa meno, lo studio costa meno. Senza andare a lesinare troppo sul prezzo, comunque si riesce a ottimizzare la produzione, quindi, in meno ore si riescono a fare più cose, più videoclip, più registrazioni.

In una struttura come questa nascerà con il concetto di far lavorare le band: se ci sono tante band, tante persone possono lavorare,  è un gioco di equilibri, no? Vediamo se riusciamo a trovare la quadra. Intanto, getto le fondamenta del mio sogno parlandone con te e con gli altri nostri ospiti, per sentire le reazioni e poi vediamo come si procede. Bene, salutiamo tutti e passiamo dall’altra parte con i nostri allievi.

 

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