Claudio Zitti: l’importanza del produttore artistico per gli artisti emergenti


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, ciao a tutti da Francesco Nano, ben trovati con  una nuova intervista di Scuolasuono.it. Oggi con noi abbiamo Claudio Zitti, buongiorno Claudio.

Claudio Zitti: Buongiorno Francesco, buongiorno a tutti.

F.N.: Dunque,  tu sei un produttore artistico. Hai collaborato con diversi artisti italiani e internazionali, poi ce ne parlerai  più dettagliatamente, tra cui: Ron, Fiorella Mannoia, Biagio Antonacci, Luca Barbarossa, Amy Stuart, Paul Young. e molti altri.  Claudio è colui che ha scoperto  Daniele Silvestri e Stefano Maiuolo; attualmente lavora come pianista in tour con Nicola Di Bari. Quindi sei una persona con esperienza nell’ambito musicale. Parleremo con te di produzione musicale e di come ci si muove, oggi, nel mondo della musica. Abbiamo intitolato questa conversazione in maniera un po’ scherzosa:  “Diventa un produttore discografico in un pomeriggio utilizzando Cubase“.

Ora vorrei lasciarti la parola per raccontarci, almeno nei punti più salienti, la tua storia musicale, le tue esperienze più significative e come sei arrivato ad essere quello che sei oggi. Poi entreremo nel dettaglio di qualche concetto che può essere utile per la produzione musicale. A te la parola, Claudio.

C.Z.: Grazie. Allora, è iniziato tutto per caso, ma naturalmente con una gran voglia di fare musica. Ho cominciato cantando, poi ho avuto la fortuna di essere ammesso al Conservatorio di Santa Cecilia, cosí ho cominciato gli studi classici con dei grandi maestri, da Vincenzo Vitale, De Barberis a Fausto Di Cesare.

Ho studiato armonia, composizione,  e mi sono diplomato in pianoforte con il massimo dei voti, a Santa Cecilia. Nel frattempo ero sempre curioso di suonare.La cosa importante, che dico sempre ai giovani dei miei stage, è di essere curiosi, perché con la curiosità nel corso tempo riesci ad appropriarti della saggezza. Per me è stato grazie a mio nonno, che faceva il calzolaio: non sapeva né leggere né scrivere, ma  mi ha insegnato prima di tutto l’umiltà verso qualsiasi cosa, e adesso sarebbe molto orgoglioso di me. Sono felice delle scelte che ho fatto. Nel frattempo la curiosità m’ha portato verso la musica pop, mi piaceva molto, così mi sono mosso in quell’ambito.

A 12 anni, suonavo già nei vari night-club di Roma, mi portava mio padre e mi faceva fare quattro o cinque brani, cosí ho mi sono sempre più avvicinato al pop. Fino a 15-16 anni ho organizzato vari gruppi, poi è successo che formai una band  con persone che attualmente sono tra i più noti professionisti del settore. Quindi, appena diplomato in pianoforte, Fiorella Mannoia mi chiamó  per il tour dell’ ’83, “Caffè nero bollente”. E da lì è partita la mia carriera nel pop: naturalmente poi, man mano che miglioravo, non mi bastava più essere il pianista dei personaggi, hai citato Albano, Barbarossa; naturalmente sempre con il massimo rispetto, perché sinceramente è bellissimo suonare in tournée, stare su un palco è la mia vita.

Ma nonostante ciò avevo bisogno di esprimermi in qualche altra maniera, cosí mi sono avvicinato alle produzioni, un po’ casualmente. Conobbi Franco Fasano, uno dei più grandi autori di musica pop, che mi chiese di fare degli arrangiamenti per lui.E da lì ho cominciato a scoprire il mondo delle sonorità, degli arrangiamenti, e a lavorarci. Cosí mi sono ritrovato ad arrangiare artisti e a collaborare con diverse major, che all’epoca naturalmente erano molte, e a cominciare dei discorsi di produzione.

Cosí iniziano ad uscire personaggi che io ho prodotto,  o cercato di produrre con tutte le difficoltà possibili e immaginabili. Ho scoperto, come dicevi tu,  Daniele Silvestri, perché mi era stato fatto ascoltare da un regista che mi chiese che ne pensavo. Daniele all’epoca mi diede due cassette, sono ancora da qualche parte in casa mia, i pezzi duravano 8/9 minuti, li ascoltai con mia moglie, e dissi “Ma questo è bravissimo!”. Quindi lo richiamai e gli dissi: “Guarda, non demordere, che cercherò di far qualche cosa.”.

F.N.: Eri già produttore, o sei nato con lui?

C.Z.: In quel momento non ero ancora produttore, Facevo gli arrangiamenti, ed ero in tournée con Laura Pausini. Avevo organizzato la band per Laura, era la band di mia moglie, che è una cantante professionista. Cosí è nata quest’altra situazione, ed ho deciso di aiutare questo ragazzo, anche se nel frattempo stavo iniziando a produrre altre due persone. Parlai con Daniele, gli dissi  che un brano di otto minuti era improponibile,  doveva tagliare qualcosa, e  lui si mise subito al lavoro facendo un po’ di pulizia, un  taglia e cuci, e i brani alla fine duravano quattro minuti e mezzo, che sarebbero comunque lunghi al giorno d’oggi. Fece una serie di provini che portai a Mario Ragni, e che gli fece avere un contratto discografico con la Ricordi.

Poi Mario mi ha voluto conoscere, ed è stato lui che mi ha fatto entrare in Ricordi come consulente esterno per le produzioni, l’ho fatto per tre o quattro anni fino a quando è fallita, purtroppo. Il fallimento della Ricordi ha portato uno sconvolgimento totale: Mario Ragni stesso, che è un grande talent scout, aprì una sua etichetta discografica, la MBO; ed io me ne andai, naturalmente, per i miei sentieri. Questo è per darti l’idea di quello che è successo

F.N.: Della tua esperienza che hai fatto, certo.

C.Z.: Comunque ho sempre fatto musica a 360°.

A me piacciono tutti i tipi di musica, mi chiamano il jukebox vivente perché io suono di tutto:  pop, rock, adesso ho fatto un disco jazz, e mi stanno chiamando in tutti i vari festival  jazz in Italia. Dalla Rai mi è stata data l’opportunità di realizzare un disco con dei miei arrangiamenti, dove ho collaborato con tutti i grandi nomi del jazz, tutti quelli che una volta pensavo fossero troppo grandi, che non ci avrei mai lavorato. E, invece, mi è capitata l’occasione non solo di collaborarci, ma anche di dirigerli. Era un disco proposto dallaRai in omaggio a Lelio Luttazzi e Nicola Liliano, si chiama “Soprano in Jazz“, dove c’è una ragazza, una soprano nota, che canta tutti brani. E devo dire che è stata una bella esperienza, che mi sta aprendo altri bei risultati.

La bellezza della musica è quella di aprirsi a tutti i generi e conoscerla, non quella di essere settoriali e andare avanti, dico io, come i cavalli. Faccio musiche per film , le faccio per il teatro, musiche per documentari, musica pop, musica funky. Sono un appassionato di Stevie Wonder, ho sempre lavorato nel settore black. Ho studiato ad una sessione estiva della Berkeley School. La bellezza della musica dovrebbe essere questa.

 

F.N.: Il percorso che hai fatto è veramente intrigante. Mi viene da dire, forse con un po’ di malinconia, chissà se ancora oggi è possibile per i nuovi musicisti, arrangiatori, i nuovi talenti della musica fare un percorso simile al tuo, grazie al loro talento?

C.Z.: Sicuramente vedo che la nuova gioventù è molto talentuosa, perché naturalmente hanno a disposizione dei mezzi che noi non avevamo. Ad esempio, per segnarmi le note dei soli di Bill Evans, il noto pianista, o di Oscar Peterson, o di qualsiasi altro, dovevo necessariamente ascoltare a velocità normale, e quindi, in termine romano, “appizzavamo l’orecchio”, cioè stavamo attentissimi, e alla fine lo sapevi o non lo sapevi.

Adesso invece puoi rallentare la riproduzione e segnarti il solo velocemente; poi hai a disposizione Internet, noi ce lo sognavamo. E quando incontravamo un grande maestro, una persona che ti poteva dare qualcosa, dovevamo sempre stare attenti per coglierla. Quindi forse la mia generazione ha sviluppato quella ricettività che al giorno d’oggi manca. Però sicuramente il talento dei giovani c’è, forse anche di più in questo momento, secondo me. Forse, come dicevamo prima, manca la voglia di scoprire, è quella che fa muovere il mondo, la curiosità, e la pazzia.

F.N.: E comunque ci sono i casi particolari, in generale manca, ma qualche talento curioso esiste anche al giorno d’oggi.

C.Z.: Infatti, sono quelli che vanno avanti. Dobbiamo calcolare che oggi c’è una crisi generale nel settore dell’arte: pittura, scultura, editoria, musica, cinematografia, è naturale che diventi tutto più difficile. Però sono convinto che lottando, e cercando qualcosa da dire, si possano ottenere grandi risultati, ed è quello che dico ai giovani. Mentre la critica che gli faccio è di non credere che andando ad un talent show poi avranno popolarità e successo. Per me non è così.

Il talent show ti fa vedere le grandi doti che potresti avere, ma la discografia è lavorare sulla ricerca di dire qualcosa, è diverso: questo dire qualcosa è veramente difficile, non tutti sono così, tutti pensano che sia facile, immediato, invece no, ci vuole tempo. Probabilmente oggi Dalla, Morandi, De Gregori, Zucchero, Vasco Rossi, non verrebbero prodotti perché non sono dei personaggi adatti ad un talent show. Hanno una vocalità piuttosto normale ma poco tecnica. Ma poi sono quelli che vendono più di tutti e riempiono gli stadi. Tutti ricercano la perfezione tecnica, ma come con lo strumento,  è fine a se stessa se non l’abbini ad una voglia di esprimerti. Questo è un concetto molto difficile da far assimilare ai giovani, che invece vogliono tutto e subito.

F.N.: Quindi, tutto e subito è sbagliato..

C.Z.: Bisogna cercarlo, ma devi sapere che,  forse, non l’otterrai.  Come dicevi prima,  dopo tanto tempo in cui non mi dedicavo più alle produzioni, sto lavorando con Stefano Maiuolo. Lui aveva iniziato a suonare pianoforte perché mi aveva sentito suonare tanti anni fa. A 13 anni quando mi ascoltò, decise poi di andare al Conservatorio a Vibo Valentia. Lui è un ragazzo curioso, invece. Subito si è messo alla ricerca di spartiti, dei miei pezzi, o che aveva ascoltato da me, e cosí ha cominciato la sua attività musicale. Poi è andato allo Zecchino d’Oro, dove fece un’ottima figura; uno dei brani, “Batti cinque”, è  uno dei più famosi dello Zecchino d’Oro ed è scritto da Franco Fasano.

Stefano a 18 anni ha iniziato a frequentare il Conservatorio Santa Cecilia a Roma, e poi si iscrisse ad Amici di Maria De Filippi, nonostante fosse una trasmissione basata sul pettegolezzo, sulle emozioni superficiali, perché fa share; invece Stefano  è andato avanti seriamente, arrivò al serale, ed anche se non ha vinto, gli si sono comunque aperte tante strade. La più importante è stata incontrarmi di nuovo, cosí gli consigliai di mettersi a scrivere. Lui non ha mai scritto un brano, così inizió due anni fa, ed ha cominciato a portarmi del materiale molto interessante. Ho prodotto il primo pezzo, che presentai due anni fa al Festival di Sanremo, e su 1.600 ragazzi venne scelto dal web per essere nei 30 ragazzi vincitori che dovevano andare davanti a Gianni Morandi, Marsi eccetera. Cosí ha avuto la certezza di essere  sulla strada giusta, anche se poi non entrò a Sanremo, per altri tipi di giochi che si possono immaginare. Il brano si chiama “La tragica verità” ed è pubblicato su You Tube.

F.N.: Molto bello.

C.Z.: È un brano che mostra tutte le caratteristiche di Stefano: un testo ermetico, con un arrangiamento moderno ma classico allo stesso tempo. Stefano, da quel momento è diventato più deciso e determinato, e ha visto che poteva diventare un cantautore; è un ragazzo che, attualmente, sta facendo il decimo anno di Conservatorio, a Santa Cecilia. Suona tranquillamente, e molto bene, da Chopin a Rachmaninov, ha una cultura musicale paurosa. A 21 anni, con tutta la vita davanti a sé, sono convinto che, comunque vada, lui sicuramente vivrà di musica; probabilmente nel percorso musicale italiano sarà molto simile a me, ma io spero anche migliore.

F.N.: In questo momento lo stai producendo: cosa significa esattamente? Sei produttore artistico o anche “esecutivo”, per quello che può significare esserlo oggi?

C.Z.:  In questo momento sono produttore artistico. Praticamente sono il suo consigliere perché ha 21 anni, è umile, deciso, ma avendo una buona cultura, probabilmente ha intuito che io posso essere la persona a cui affidarsi. Nell’ambiente della televisione, della radio, in quello che io chiamo ” il sottobosco musicale” lui non è ben visto, perché non si prostra ai piedi delle persone, non diventerà mai schiavo, quindi è un personaggio scomodo, come lo sono io, naturalmente. Siamo personaggi scomodi. Quando incontro gente del genere, i “servi del potere” , e sono tantissimi che attualmente inspiegabilmente ricoprono ruoli di responsabilità, non ci troviamo bene, quindi, è naturale che Stefano diventerà un personaggio importante, quindi abbiamo bisogno di personaggi importanti.

F.N.: Potremmo dire mentore.

C.Z.: Io dico consigliere, perché è come se fosse mio figlio, lo tratto come un figlio, ne ho tre, lo tratto come loro, quindi, cerco di usare una metodologia che sia quella del consiglio, non dico paterno, ma di fratello maggiore, capito? Quindi prima di tutto cerco di farlo pensare.  Lui quando ha un’idea me la fa al pianoforte, io valuto se il pezzo va bene, se il testo non va bene, o se ancora bisogna lavorare su qualcosa. E mi chiede sempre un parere poi comincia a fare una bozza di arrangiamento. A lui vengono in mente tantissime cose, essendo musicista, naturalmente: ” Claudio, qui gli archi? Questa frase qui, degli archi, che ne pensi?”.

Lui non è che ha completamente la visione dell’arrangiamento, quindi è naturale che lui butta delle cose e certe cose, magari, vanno in contrapposizione ad altre: “No aspetta, questo è bello. Quest’altro invece no, aspetta, questa la possiamo utilizzare in quest’altro punto..”. E infatti nei suoi brani ci sono tantissime cose di pianoforte, che, magari, riprendono Chopin o Bach, o queste cose qua, che neanche si sente, naturalmente. Diciamo, sono dei suoni, sono dei piccoli temi classici che si trovano, invece, su delle ritmiche moderne, e su un canto che è completamente differente. Quindi, Stefano è un personaggio che si lascia condurre, ma si lascia condurre da persone che, comunque, possono essere giuste nel suo percorso. Non si fa condurre da tutti. Come naturalmente non mi faccio condurre da tutti io, o non mi facevo condurre da tutti.

F.N.: Vi siete incontrati, insomma.

C.Z.: Ci siamo incontrati, sì. Saremmo amici, indipendentemente dal rapporto professionale. Adesso, se vogliamo parlare della produzione esecutiva, è un altro discorso. Io ho presentato Stefano anche per l’ultimo Sanremo, di Fazio, con un brano molto più  accattivante, con un testo molto più immediato e con un tema scottante, dove parla della nostra società attuale. Stefano ne parla sempre con musiche in tonalità maggiore, quindi allegra. Ma il tema e il testo sono abbastanza duri, sempre con una visione positiva, ma comunque, su 300 richieste per Sanremo, lui non è entrato neanche nei 100.

Così ho pensato, questi altri 100 che sono andati davanti a Stefano sicuramente saranno dei ragazzi eccezionali, avranno qualcosa da dire.. E invece sono rimasto completamente deluso, perché da dire non hanno niente, purtroppo, non hanno avuto niente, se non queste apparizioni televisive, sui vari talent show, quindi naturalmente continuano a non vendere una copia, continuano a non essere presenti in radio e da nessuna altra parte e saranno sicuramente bruciati, com’è successo negli anni precedenti.

Lavorare su un personaggio, questo vale a tutti i livelli e a tutte le età, significa cercare di dargli lo sprone giusto. Cercare, con le buone o con le cattive, di tirare fuori il meglio, di questo ragazzo. E non l’ottieni da un anno all’altro, perchè significa lavorarci sopra. I vari Lucio Dalla, Gianni Morandi, Rita Pavone, Vasco Rossi, Claudio Baglioni, Renato Zero vengono tutti dalla gavetta, non avevano una lira e nemmeno la televisione, però avevano delle strutture che li prendevano a sberle. All’epoca c’era la RCA, che era la casa discografica per eccellenza a Roma, e c’era un personaggio che si chiamava Melis al quale venivano affidati tutti questi grandi nomi, e lui li prendeva letteralmente a sberle.

Prova ad immaginare Lucio Dalla, che all’epoca era peloso, puzzava e faceva schifo, oppure Renato Zero, che gli tiravano la merda sul palco: Melis faceva i provini, e diceva quello che andava bene, cosa c’era da rifare e modificare e un artista non esplodeva subito. Facevi, uno, due dischi, al terzo esplodevi, come Baglioni ad esempio. Ma era normale, non  stanno ad aspettare tutti il  nuovo disco o il nuovo artista. C’era una metodologia nell’affrontare le cose, l’artista affinava le armi con il tempo e capiva la sua strada affrontando il percorso.

F.N.: Vorrei interromperti un attimo per fare un piccolo focus su quello che hai detto. Sottolineiamo una certa cosa, che sto scoprendo anch’io in questo momento. Quello che ci dici tu è: comunque, un artista, per sbocciare, ha bisogno di un tempo tecnico.  Che è il tempo, se vogliamo, di qualche disco. Ora, qualche disco può significare qualche mese, ma anche qualche anno..

C.Z.: Certo.

F.N.: E in questo tempo non dev’essere lasciato solo. Un artista che sboccia è un artista che fa un percorso assieme ad altri, in studio di registrazione, a contatto con altri musicisti, con produttori, con consiglieri, se non li vogliamo chiamare mentori, però con persone di esperienza che consigliano. Allora, questo, se non ho capito male, nella maggior parte dei casi, secondo te è una conditio sine qua non, grazie alla quale un artista può sbocciare e quindi oggi il problema è la difficoltà nel trovare qualcuno  che investa degli anni su di te.

C.Z.: Certo, è difficilissimo. Una volta investivi del tempo su un artista, però avevi un ritorno economico entro qualche anno, perché all’epoca si vendevano due milioni di dischi. Siccome oggi non si vendono più i dischi, non c’è più la figura del produttore artistico: quelli come me non esistono più, perché non c’è un ritorno economico. Questi ragazzi che vanno in televisione, come Alessandra Amoroso e tutti i più famosi,  in realtà vendono 20/25 mila copie, ma non ci vive più nessuno, dopo due mesi stai di nuovo a casa, devi ancora pagare le bollette, la casa, il mutuo.. Quindi è naturale che nessuno investe più su dei giovani.

Investire non significa che gli fai fare un’apparizione televisiva, li butti in mezzo, vedi se va bene, poi come fanno le varie major di oggi, Sony, Universal, Warner, vendono, hanno,che ne so, 20 artisti, gli vendono 5 mila copie per uno e sono contenti così.  E si fanno lo stipendio, questi della casa discografica.In realtà non crede più nessuno in questi ragazzi, purtroppo. E, invece, credo che i ragazzi italiani abbiano tanto, io vedo molta gente che ha molto da dire, veramente. Ultimamente ho visto un altro ragazzo di Forlì, non mi ricordo il nome, ma veramente bravo,  l’ho sentito dal vivo, l’ho sentito, al pianoforte: è uno a cui dico  “Ma non ti produce nessuno?”  e lui  m risponde “vVramente ho fatto un disco auto-prodotto.”

Ina Casalino:  Giacomo Toni.

C.Z.: Ti presento Ina Casalino..

I.C: Ciao!

F.N.: Ciao, molto piacere. Grazie per l’aiuto che ci stai dando.

I.C: Piacere mio.

C.Z.: Giacomo Toni l’ho ascoltato dal vivo, è bravissimo. Come Daniele Silvestri tanti anni fa. Il bello è che loro si fanno anche vedere nei vari concorsi, in televisione,  ma possibile che nessuno tra tutti questi vari direttori artistici, o presunti tali, si rende conto del talento che gli appare davanti? Non è possibile. Vuol dire che non sono all’altezza delle posizioni che ricoprono.

F.N.: Da queste tue parole intuisco, anche se non l’hai detto chiaramente, che per te se c’è il talento c’è possibilità di fare. Vuol dire che, tutto sommato, se uno questi talenti se li coccola, li fa crescere, qualcosa  alla fine si può fare con loro, anche dal punto di vista  economico. Forse non si arriverà agli sfarzi di trent’anni fa, ma almeno farli vivere, di musica  è possibile.

C.Z.: Io ci sto provando, te lo sapró dire fra due o tre anni con Stefano Maiuolo. Vent’anni fa ti avrei detto che si poteva fare tranquillamente, perchè l’ho fatto.Ne ho visti tanti passarmi davanti agli occhi e farcela, ad esempio Biagio Antonacci, un mio caro amico che non vedo da anni è tra quelli. Io e  lui abbiamo vissuto delle bellissime esperienze insieme, io andavo a Milano a casa sua, e lui veniva a casa mia a Roma, siamo amici con la A maiuscola, anche se non ci siamo più visti.

Biagio è uno di quelli che ci credeva, me lo ricordo: lavorava in cantiere, faceva il carabiniere, e portava i nastri a Ron per farsi produrre. Finalmente Ron l’ha prodotto, ed è diventato Biagio Antonacci ma non ci è voluto un anno, ce ne sono voluti venti, se non di più. Parliamo del 1988 e del 1990, io e Biagio eravamo sempre in tour insieme, anche al Festivalbar, avevamo molte amicizie comuni, eppure c’è voluto del tempo. Biagio all’epoca era senza una lira, aveva discussioni con il padre che gli diceva “Rinunci al posto fisso, per andare a fare la tournée con Ron gratis!” invece nel corso del tempo la testardaggine  l’ha portato a essere uno dei più famosi cantautori a livello nazionale.

Un’altra carissima amica di famiglia è Mietta: in questo momento, non ha la popolarità di Biagio, maall’epoca la sua testardaggine l’ha fatta diventare la prima donna che vendeva 600 mila copie quando nessuno voleva produrre le donne.. Cosí poi dissero: “Se vende Mietta, allora possono vendere altre!”; allora hanno prodotto anche Giorgia, che aveva lasciato la cassetta sul tavolo di tutti i discografici, io la vedevo e non se la filava nessuno! Quindi, sai, è diverso il ragionamento rispetto a 20 anni fa. Oggi ci sto provando, con Stefano Maiuolo.

F.N.: Però, sulla  testardaggine, anche a me piace vederla così: il mercato discografico è collassato, il discorso del supporto che non si vende più, va bene, ma io ho la presunzione di pensare che esistano altri metodi di monetizzazione ai quali magari non stiamo ancora guardando. Un po’ quello che è successo con Mietta, quando è stata prodotta: “Ah guarda, si può fare, allora..”. Questa testardaggine, anche oggi può portare qualcosa a questi ragazzi che ci credono?

C.Z.: Sì, indubbiamente. Quella è la molla  che ti fa andare avanti, fa parte di quel lato della curiosità che ti dicevo prima: bisogna essere curiosi di scoprirsi, andare avanti, ma la vedo in pochissimi artisti. Molti credono che andare dalla De Filippi  e nelle trasmissioni tv sia il massimo che si può per farsi vedere e conoscere da gente che li può aiutare. Vanno a fare il provino,  lo superano, e poi prendono tante di quelle batoste, si vede dai pianti che si fanno in trasmissione.

Il regista, Roberto Cenci, mio caro amico pure lui, è uno di quelli a cui va bene quando piangono, perchè fa audience! Con Roberto io e Biagio abbiamo pure passato moltissimo tempo in studio di registrazione a Milano. In Tv ti  portano a queste cose, è tutto studiato, non si dà importanza al ragazzo, all’arte, è più importante la trasmissione. Loro fatturano milioni di euro, il ragazzo non guadagna una lira, sono trasmissioni a costo zero per loro. È naturale che i produttori sono tutti contenti, mentre i ragazzi credono di esserlo quando vengono prodotti, ma poi, ad in certo punto, non gliene frega niente a nessuno. A meno che non incontrano uno come me, però, se incontrano uno come me, che succede? Io lo sto vedendo con Stefano Maiuolo.

Se il prodotto interessa a Claudio Zitti, automaticamente  si chiudono delle porte, perché non interessa alla De Filippi e le major hanno tutte una trasmissione:  una si occupa di The Voice, l’altra di Amici, cosí automaticamente se vai a bussare da loro non sono interessati perché seguono l’artista proposto da quelle trasmissioni. Quindi, praticamente, se non sei nelle loro grazie  è naturale che non puoi andare avanti, secondo loro. Essere prodotti da un Claudio Zitti, o chiunque altro, significa automaticamente tagliare la via a questi ragazzi nei confronti di queste trasmissioni che offrono grandi spazi di visibilità.

Oppure devi fare come i Modà, che sono prodotti da un’etichetta discografica nata dall’unione di tre radio, RTL, Radio Dimensione Suono e Radio 105, e quindi hanno in continuazione i Modà in programmazione perchè sono prodotti dalle stesse radio. Mentre il produttore escutivo di Stefano Maiuolo, che sarei io, per metterlo in programmazione con gli stessi passaggi dei Modà deve sborsare almeno 200 mila euro per una campagna pubblicitaria, per tre o quattro passaggi, e ti fanno pure un favore, quindi è tutto relativo. Io ci sto provando con Stefano per dargli un’ opportunità. Però è veramente molto difficile.

 

F.N.: Ho una serie di domande da farti, non ti chiedo di rispondere subito. L’importanza della gavetta, se possiamo rimarcare un po’ questa cosa: come si fa ad entrare, tra virgolette, nelle grazie di Claudio Zitti, per esempio, o di personaggi simili. E altre relative proprio alla pratica, su come ci si muove. Queste domande e queste risposte le riserviamo ai ragazzi che continuano a seguire il nostro corso, Recording Turbo System.

A questo punto salutiamo Claudio Zitti, se non sei ancora iscritto a Recording Turbo System puoi iscriverti adesso e  potrai continuare a seguire e prendere visione della video intervista  in versione integrale con Claudio Zitti, realizzata in esclusiva per i soli iscritti, assieme a tantissime altre ed inoltre avere accesso a oltre dieci ore di materiale introduttivo al mondo dell’home recording professionale.

Un saluto da Francesco Nano di Scuolasuono.it. Ciao Claudio, grazie per essere stati con noi, ci vediamo dall’altra parte.

C.Z.: Ciao a tutti, ci vediamo!

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