Come invitare gli Special Guest nella tua produzione musicale by Chris Catena ( Dr U )


 

Francesco Nano – Buongiorno a tutti, ciao a tutti da Francesco Nano. Questa è la prima intervista ufficiale di Scuola Suono Summer Productive 2013. Diamo il benvenuto al cantante e produttore discografico Chris Catena. Ciao Chris.

Chris Catena – Ciao, non sapevo fosse la prima intervista, per me è un onore. Lasciami esprimere questo sentimento di entusiasmo.

F. N. – Ci dà un grande onore poterti dare la scena.  Approfitto, veramente, per ringraziarti..

C. C. – Sappilo: io porto fortuna!

F. N. – Porti fortuna? Benissimo! E’ un ottimo auspicio, allora, per tutta la nostra serie di eventi. Un saluto a tutti i nostri sponsor, a tutte le web radio che ci supportano e a tutti gli allievi del corso per Tecnico del Suono Recording Turbo System.

 

 

Ricordo che l’intera serie sarà disponibile sia in streaming che in download, più alcune chicche, in più, dedicate dai nostri allievi del corso per Tecnico del Suono. Per tutti gli altri ci sarà comunque la possibilità di seguire in parte gli eventi in web radio.

Ma torniamo a Chris, perché Chris, oggi, ci dirà delle cose veramente interessanti.. Alcune piccole anticipazioni, anche perché è un uomo veramente di esperienza. Se voi andate a guardarvi un po’ i suoi siti, le sue le sue attività, i dischi che ha realizzato, si vede che c’è una persona di spessore. E, infatti, oggi parleremo di alcune cose importantissime come, ad esempio, come possono i produttori e le band emergenti riuscire ad intraprendere la strada del successo, per quello che oggi è possibile, per quello che oggi è la declinazione di successo, anche a livello internazionale.

E, poi, un’altra cosa interessantissima che chiederemo a Chris: che cosa cerca un produttore discografico, disposto, oggi come oggi, nel 2013, ad investire su una band? Che cosa cerca in una band. Ma questo è un argomento più dettagliato.

Lo affronteremo dopo, insieme a tutti gli amici del Corso per Tecnico del Suono, quindi questo è l’argomento più specifico, più specializzato. Inizio subito a chiedere a Chris di raccontarci un po’ la sua storia, che nasce dal teatro, diventa, si evolve nel mondo della musica e diventa produzione, qualche anno fa, con dei dischi veramente interessanti, con dei guest interessantissimi. A te la parola, raccontaci tutto, pendiamo dalle tue labbra. Vai Chris.

C. C. – Sono figlio d’arte. Mio padre è stato un grande cantante lirico, un tenore; non porta il mio cognome perché questo è un cognome che io utilizzo per le mie cose; anche per distaccarmi, un po’, da quello che era la provenienza, l’origine della mia famiglia. Ho mosso i primi passi nel teatro, quindi respirando la polvere del palcoscenico, seguendo mio padre in tutto il mondo, e fin da tenera età sono rimasto attratto da questo mondo magico, che è la musica.

Crescendo ho coltivato la passione del canto, ed essendo i miei due fratelli maggiori dei dj che lavoravano in varie radio della capitale, casa mia era un vero e proprio magazzino di vinili. C’erano dischi di tutti i generi, dalla disco dance alla musica elettronica, per cui passavamo da Donna Summer ai Kraftwerk, fino addirittura ad arrivare al metal, Stockhausen, John Cage, Philip Glass, insomma tutto, tutto l’impossibile.

E l’opera lirica, la musica classica, erano un po’ nel mio DNA. Il fatto che si ascoltasse musica a 360° ha fatto crescere in me una forte apertura mentale, una flessibilità, la voglia di sperimentare il più possibile. Tuttora io mi reputo molto legato al mondo variopinto della musica.

Non prendo posizioni, quindi, suonando rock, mi dedico anche alle produzioni del genere, ma lavoro anche nel management della musica classica e dell’opera.
Realizzo e ho realizzato, in passato, anche eventi e produzioni di musica classica e operistica. Sono poliedrico. La musica, secondo me, è passione, per cui non dovrebbe avere barriere, dovrebbe essere totalmente priva di confini. Credo soprattutto nel crossover. Ormai è il futuro della musica. Ci sono stati tanti esperimenti ed è in continua evoluzione. Vado avanti o vuoi fare qualche domanda in particolare?

F. N. – Allora, qual è stato il passaggio che ha segnato, diciamo, il passaggio tra essere musicista e diventare produttore? Perché se noi andiamo un po’ a vederci la tua discografia, troviamo dei dischi molto interessanti: “Freakout”, “Discovery”, “Alieni e Alienati”, che è quello di cui, insomma, parleremo anche un po’ di più… Ci sono veramente un sacco di guest, ma vuol dire che c’è una produzione di un certo calibro. Quindi, tante persone, come te, nascono nel mondo della musica e ascoltano molta musica, ma che cos’è che ti ha fatto passare dall’altra parte della barricata?

C. C. – Tutto è cominciato proprio con la mia professione di manager lavorando nell’opera, nella musica classica, ancor prima di fare rock. Ho curato tutta la produzione artistica e anche manageriale di alcune opere, ad esempio la “Zazà” di Leoncavallo. Il passo è stato breve, perché poi, alla fine, coltivando anche la passione per il rock e cantando rock avevo già un know-how, una struttura mentale su come affrontare una produzione. Dunque il passo è stato molto semplice e piuttosto naturale.

Tu hai citato questi dischi che ho fatto. Ho contribuito alle produzioni di altri dischi, anche un disco di un grandissimo tastierista, uno dei più grandi tastieristi del metal, Vitalij Kuprij, che ha suonato nei Ring of Fire, una band di grandi musicisti, che vanta la partecipazione di Mark Boals, Tony MacAlpine, Virgil Donati. Una super band che si è appena riunita con lui ho contribuito, proprio, alla produzione di “Revenge”, un album dove, tra l’altro, c’è il gotha dei cantanti metal, da Joe Lynn Turner a Doogie White. Pieno di nomi del metal, insomma.

Poi questi miei dischi e anche dischi di altre band nelle quali ho militato: è stato più un contributo per esigenza, che per passione. Mi sono dedicato alla produzione delle band nelle quali militavo, quindi è stata un’esigenza vera e propria.

F.N. – Tu hai citato le guest. Come si arriva a contattare delle guest? Come si svolge il lavoro? Tutto ha origini antiche, perché ognuno di noi segue i propri idoli. Per cui la peculiarità di ogni artista è fare un vero e proprio ricalco su quelli che sono i propri idoli, cercare di studiarne le mosse, la carica sul palco, l’approccio alla professionalità. Poi, alla fine, quando arrivi ad avere l’occasione di poter fare il tuo disco come vuoi tu, può dare un valore aggiunto: contattare dei guest per dei featuring, perché no? Le prime persone che si vanno a contattare sono, comunque, coloro che ti hanno ispirato.

C.C. – È stato il mio caso, contattare, non so, per “Freak Out”, artisti quali David Coverdale che io seguivo sin dagli anni ’70, dal suo lavoro con i Deep Purple, con il mitico “Burn” o “Come taste the band”. Per cui per me, averlo nel mio disco e duettare con lui è stata una soddisfazione assolutamente senza eguali. È stato proprio arrivare al nirvana..

F. N. – Sì, però concedimi che è un percorso un po’ bizzarro. Nel senso che stiamo parlando di un artista che cresce creando i propri dischi con i suoi miti, tra virgolette. Ed è un percorso strano. Però io suppongo che questo tipo di percorso possa aiutarti anche nella crescita, nel diventare un produttore migliore. Cioè, tendenzialmente mi pare di aver capito che tu produci, fondamentalmente, in questo periodo, la tua band. Però hai esperienza anche in altri ambiti. Ecco, che cosa hai imparato dagli special guest e dai tuoi idoli che sei riuscito a portare nei tuoi dischi? Che cosa ti hanno dato?

C. C. – Sai, tu hai detto che riuscire a costruire i tuoi progetti con i tuoi idoli è un qualcosa di strano. Per me è folle, perché poi, alla fine, ti trovi a dover competere con personaggi veramente fuori dal comune. In alcuni casi persone estremamente professionali, gentili, migliori di quelli che, alla fine, sono musicisti che tu contatti e con i quali hai un rapporto quotidiano. Persone che hanno questo grande bagaglio di esperienza, per cui hanno superato certi stadi della vita e certi atteggiamenti da divo. Ma, nello stesso tempo, incontri anche personaggi che ti deludono.

Io, a volte, ho avuto anche questa esperienza, potrei anche dire ad alcuni: “Non fate, non esagerate, perché potreste incontrare delle grandi delusioni”. Si conoscono persone che, ormai, sono consumate dall’abuso di droghe o comunque dagli stravizi del passato, e con i quali non si riesce ad instaurare proprio un’empatia, ad avere un rapporto professionale di collaborazione. Non li capisci, non si comportano in maniera professionale. Mi è capitato, anche, di dover dare un argent de poche, una cifra simbolica per la collaborazione, e poi alla fine sono spariti con i soldi.

Questa, a volte, è la conseguenza di un rapporto che può essere a distanza, perché la rete facilita molto i rapporti. Grazie a Dio ho avuto anche collaborazioni incontrando gli artisti, lavorando con loro in studio ed apprendendo tantissimo anche dalla grande professionalità e dalla grande esperienza. In altri casi, veramente, ho dovuto fare un po’ il segugio, rincorrerli per poi magari ottenere dei file, delle esecuzioni realmente scadenti. Per cui dire: “Oddio, adesso che cosa faccio? Li cestino oppure ci lavoro sopra?”.

Poi ti fermi e dici: “Sì ma è questo nome qui, che faccio? Dopo tutto questo tempo butto, cioè getto alle ortiche tempo, denaro, lavoro, oppure faccio uno sforzo e cerco, magari con un lavoro di editing, di studio, di modifiche, anche utilizzando l’apporto prezioso di un sound engineer, di risolvere il problema?”. Ma ho ricevuto file di nomi blasonati completamente fuori BPM. Io penso che fossero stati ubriachi, quando hanno registrato, non potevo credere che fossero loro.

Poi per esempio, ti racconto un aneddoto. Al Cooper: sai, io sono cresciuto con i dischi anni ’70, con il rock anni ’70, per cui lui è stato il fondatore dei Blood Sweat and Tears, e poi ha lavorato con Jimi Hendrix, in studio, anche coi Rolling Stones, ha lavorato con Bob Dylan. Lo contattai tramite e-mail e lui non rispose, proprio. Mandai anche il pezzo sul quale avrei voluto avere il suo piano rolls. Lui non rispose, ma dopo un mese ricevetti proprio un file molto pesante, per e-mail. Era il suo piano per il pezzo. Scrissi una lettera di ringraziamento, eccetera, veramente esprimendo entusiasmo. Ma non rispose mai. E’ stata una cosa veramente strana. Fuori dal normale. Ecco, quando dici una cosa strana: ne ho avute di esperienze strane.

F. N. – Però, tendenzialmente, le special guest, questa è una domanda, che ti faccio… Perché, ripeto, l’approccio tuo, l’approccio Chris Catena è un approccio diverso. Cioè, si parte con i primi dischi, direttamente con dei nomi interessanti e questo, credo che, a livello di visibilità, dia veramente qualcosa in più alle band emergenti. Però il problema rimane sempre lo stesso, il budget, tendenzialmente. Come si fa a lavorare con degli special guest senza grandi budget? Perché i budget, magari, sono spesi per lo studio di registrazione o per altre cose.

C. C. – Per me è stata veramente una grande soddisfazione anche il modo in cui ho attratto questi artisti, perché non nascondo che l’80% di questi artisti hanno suonato sui miei dischi a titolo gratuito.

F. N. – E’ incredibile. Vista da fuori è incredibile come situazione.

C. C. – Tant’è vero che, addirittura, poi tu lo sai, i critici sono cattivelli, se vogliono colpirti, vogliono farti del male, sono molto esperti. Alcuni scrissero sulle recensioni: “Ah ma se il disco non avesse tutti questi ospiti, pagati chissà quanti soldi…”

Sono riuscito a rendere una produzione fatta con dietro un grande lavoro professionale, però ho usato anche molto la magia. La magia probabilmente del mio lavoro, perché vengo dal management classico e gli artisti, in generale, sono molto attratti da chi lavora nella musica classica. Io già mi ero creato un nome nell’establishment classico, per cui non è stato difficile ottenere il loro interesse. Sono molto solleticati da questo mondo musicale parallelo. Per cui il mio approccio, il mio know-how, probabilmente anche il mio presentarmi con un certo piglio professionale li ha attirati nella rete.

Ma, in fondo, non è che io abbia attivato chissà quali strategie. Mi sono presentato come manager della mia società, spiegando anche un minimo chi fossi e cosa avevo fatto nel passato. Questo, probabilmente, ha creato in loro una sorta di curiosità e, anche, di fiducia. Quindi, sai, Napoleon Hill, che è un grande filosofo..

F. N. – Scrittore, saggista.

C. C. – Sì, saggista di libri motivazionali, no? Dice questa frase: “Pensaci due volte prima di parlare. Le tue parole e la tua autorità getteranno il seme del successo o del fallimento nella mente del tuo interlocutore”. Per cui, in base a come tu ti poni e in base al primo approccio con un artista o con un personaggio, dipende il destino di tale relazione. E io devo dire che ci ho saputo fare. Per cui è importantissimo come ti poni e, anche, la natura della tua proposta. Qual è il modo in cui tu ti relazioni a chi è più di te. Perché qui si parla anche di artisti di un certo livello, erò senza cadere troppo in basso. Bisogna sempre essere un minimo al loro pari. Forse è anche quello il segreto.

F. N. – Provo a interpretare quello che alcuni dei nostri ascoltatori stanno pensando. Va bene, tu hai avuto la fortuna di nascere nell’ambiente classico, di vivere il mondo classico, e quindi hai fatto leva su queste tue abilità acquisite nel passato, sulle tue esperienze. Però, un artista che nasce oggi, diciamo, una band che nasce oggi, se non ha una società con la quale organizza produzioni classiche, secondo te, ha altre armi a disposizione, per contattare questi artisti, per riuscire ad avere la loro collaborazione, ovviamente a titolo gratuito?

Puoi anche rispondere no.

C. C. – Secondo me non sta, né in cielo né in terra. Nel mio caso dobbiamo anche risalire a un periodo storico in cui sono stato uno dei primi a fare questo tipo di esperimento. E ti parlo del 2002. Per esigenze lavorative ho Internet dal ’91, anche perché ho cominciato a lavorare con l’America e già lì la rete era molto avanti. Oggi i tempi sono cambiati, conosco molti ragazzi, molti musicisti e band che stanno muovendo i primi passi e già sono in contatto con molti artisti internazionali. Bisogna, secondo me, saperci fare. Avere un approccio positivo, essere professionali e avere anche una grande padronanza della lingua.

Non ti nascondo che, rispetto alle nuove generazioni, io vado poco su Facebook. Molti musicisti, dalla mattina alla sera, si promuovono su Facebook e conoscono tantissimi artisti, anche molto blasonati che sono in rete e con i quali stringono dei rapporti di collaborazione. Oggi la rete è molto più sviluppata, si è ramificata. C’è un grande incremento dei contatti a livello internazionale. Ormai le barriere internazionali non esistono più, oggi è tutto più facile. C’è stato un notevole abbattimento di costi rispetto a dieci anni fa. È cresciuto molto il lavoro, il fai da te, quindi con le produzione, la pre-produzione fatta in casa.

F. N. – Che è quello che insegno io nella scuola di Home Recording Professionale.

C. C. – Sono cambiati i tempi, per cui diciamo che io ho faticato molto di più. All’epoca si doveva veramente trovare una strategia. Oggi è molto più semplice.

F. N. – Comunque, mi pare di capire che la parola, il perno, il cardine di tutto sia professionalità.

C. C. – La professionalità è fare le cose come dico io. In un certo modo, è fondamentale, perché è la chiave di tutto, la chiave del successo. Ma soprattutto, anche, mantenere un certo approccio. Il problema di noi italiani è quello della mancanza di autostima. Noi, purtroppo, siamo cresciuti con il retaggio di quello che abbiamo conquistato in passato, sia dal punto di vista culturale che artistico. E viviamo ancora di quello. Abbiamo un grande retaggio ma, nel frattempo, la nostra, la sfera creativa è andata avanti, si è evoluta. Un tempo, forse, dal punto di vista artistico e delle capacità eravamo molto inferiori al popolo anglosassone, per quanto riguarda la musica c’è stata un’evoluzione incredibile.

Io frequento molto l’America, posso dire, gli americani hanno una grande fortuna: da loro si insegna musica ad alti livelli già in tenera età. Per cui all’asilo, alla scuola materna, si fa musica ad un certo livello. Per cui molti crescono sapendo suonare più strumenti. Questa cosa, in Italia, ancora non è diffusa. Quindi, l’approccio alla musica, alla sfera, proprio, creativa, artistica, culturale, è differente. È differente. E questo ti forma, a livello mentale, crea un divario. C’è poco da fare. Crea un divario.

 

F. N. – Ok, vuoi raccontarci ancora un aneddoto dei tuoi special guest? Qualcosa di divertente, qualcosa di bizzarro?

C. C. – Mah, più che bizzarro, al di là del fatto che, come ti dicevo poc’anzi, dovevo inseguire gli artisti che mi avevano chiesto pochi spicci e magari per farsi un bicchierino… tornando al discorso della professionalità, ricevevo materiale veramente scadente, e da altri artisti succedeva l’inverso, per esempio Pat Travers mi mandò, di un Guitar Solo, ben 25 versioni. E dovevo concentrare il lavoro in pochi secondi di assolo, per cui noi abbiamo dovuto fare un lavoro pazzesco, di editing pazzesco per riuscire a prendere qualcosa da tutto. Perché poi, alla fine, quando hai a che fare con artisti di questo livello, ma che fai? Butti il resto? Almeno dire: “Vabbè ragazzi, ma qui ogni assolo è un cesello. Che facciamo? Prendiamo una nota qui e una nota là?”. Quindi con alcuni artisti abbiamo avuto un lavoro grande e difficile e in altre occasioni all’opposto: l’imbarazzo della scelta.

Un’altra storia molto particolare, singolare ci fu con il chitarrista di Santana, Myron Dove – che è anche un grande bassista, lui ha suonato come turnista con i più grandi artisti internazionali – era a Roma con Santana e mi portò nel suo tour bus, per farmi vedere dove aveva registrato i bassi per “Freak Out”: era una stanzetta del tour bus dove aveva un laptop, una scheda audio ottima e il suo basso. E lì, vicino a lui, c’era Dennis Chambers. Per cui, cioè, cose di questo genere mi son capitate, capito? Oppure, andai in uno studio in America, a Miami, dove la cabina in cui era stata registrata la voce di un pezzo da parte di un cantante, era sotto il livello del mare, per cui c’era tutto l’acquario intorno e mi facevano vedere dove questa persona aveva registrato, con i pesci intorno. Bisognava scendere tre piani sotto il livello del mare.

Sono stato molto fortunato. Ho un’altra storia, mi ritrovai fuori Brescia, ad aspettare il concerto di Alice Cooper, invitato da Chuck Wright, bassista dei Quiet Riot e degli House of Lords, e da Eric Singer, batterista attuale dei Kiss, e li fuori in mezzo alla folla li vidi arrivare senza essere riconosciuti da nessuno, si fermarono agli stand delle magliette e andai a chiamarli: “Ragazzi ma che state facendo qua, tranquilli, a girare? Vieni con noi”. Alla fine avendoli nominati ci ritrovammo una fila di migliaia di persone che ci seguiva. Sono cose molto particolari, che ricordo con piacere. Anche il backstage a un concerto di Car Shoe dei Whitesnake, invitato da Doug Aldrich e Timothy Drury, che suonarono sul mio album seguente. Tanto, tanto, c’è tanto da ricordare. Troppo, bisognerebbe scrivere un libro.

F. N. – Bello, bello, grazie Chris. Andiamo avanti, ti faccio una domanda sulla tua band attuale, i Dr. U. Nominiamo il nome del tuo sito, così possono andare a controllare.

C. C. – Allora, non è facile, in quanto, per motivi di provider, siamo rimasti gabbati.

F. N. – Ok, provo a farlo io, che sono abituato a fare queste cose.

C. C. – Allora, www.we-are-dru.com.

F. N. – Cercate su Google “we- are-dru “.

C. C. – Sì, se no c’è Facebook, We Are Dr U, cioè  https://www.facebook.com/weareDR.U

F. N. – Esatto. Allora, album, l’ultimo album che avete registrato si intitola, vuoi dirlo tu?

C. C. – “Alieni alienati”.

F. N. – E’ un disco veramente spettacolare, adrenalinico.

C. C. – Ti ringrazio.

F. N. – Veramente tanto sound. Si sente che è una produzione di un certo livello.

C. C. – Beh, devo dire che è stato un lavoro lungo, di quattro anni. Una gestazione lunga, veramente.

F. N. – Però si sentono, questi quattro anni. Vuoi raccontarci un po’ il tipo di lavoro manageriale che stai affrontando con la band? Vuoi raccontarci quali metodi utilizzi per promuovere la band nei media, nei nuovi media. Qual è il lavoro di Booking, di Management? Ti lascio un po’ la parola per raccontarci quella che è la parte più pratica della produzione, una volta uscito il disco, insomma.

C. C. – Allora, intanto, come tu poc’anzi hai accennato, a volte la figura del produttore artistico ed esecutivo si confondono, tendono a stemperarsi l’una nell’altra. Questo per esigenze, perché quando tu hai una grande etichetta che ha un sistema tradizionale di distribuzione delle mansioni, tutto è più semplice.

Ci sono i vari quadri, c’è una struttura ad albero e ognuno ha la sua mansione. Nel mio caso, non essendo un produttore, non essendo Desmond Child, ho dovuto barcamenarmi tra il ruolo di finanziatore, per quel che concerne la produzione del Master, provini, la Pre-produzione, la Post-produzione e, poi, quello che è la promozione, ma soprattutto anche la vendita commerciale.

E poi il ruolo artistico, che è quello di assumermi gli oneri organizzativi, decisionali, essere a capo di responsabilità inerenti l’immagine e il progetto, creare un preciso team di lavoro e di collaborazioni, per cui Autori, Compositori, Arrangiatori, Programmatori, Ingegneri del suono, anche musicisti, perché si sono usati anche gli Session MenTrovare poi gli studi di registrazione e i tecnici del suono. Quindi, questo, è stato un lavoro abbastanza estenuante.

 

Questi quattro anni sono stati, come dire?, pieni di alti e bassi. Nella fase di startup ci possono essere infiniti errori di valutazione, che tu non consideri, perché poi gli eventi cambiano, anche le contingenze a livello di economia, che hanno cambiato quelle che sono le capacità di approccio a livello finanziario. Ormai uno tende più a tenersi i soldi perché ha paura di trovarsi, poi, come si dice, col culo per terra, utilizzando un’espressione poco ortodossa.

Per cui ci sono stati step up e step back, che, in termine tecnico, significa degli alti e bassi, delle cadute e degli avanzamenti di livello. Nel disco, c’è stato un approccio molto positivo, per quanto mi riguarda. L’ho presa un po’ come la scommessa definitiva. Per cui ho dato tutto me stesso e ho pianificato, ho fatto un business plan e mi sono occupato proprio dei minimi dettagli. Forse è anche per questo che il disco è risultato… Perché non mi sono fermato di fronte a nulla, neanche a un mixaggio. Non mi sono accontentato del mixaggio fatto in una certa maniera: il disco è stato mixato ben tre volte.

Il primo, addirittura, il primo a mixare il disco è stato Thomas Di Candia, che è stato Grammy Award, e ha missato band come Fletwood Mac, Weezer, e ha fatto un Mixaggio che, sinceramente, ha deluso parecchio le mie aspettative. Per cui, poi sono passato ad un altro Mixing Engineer, che ha creato un ibrido, che suonava un po’ troppo pop e un po’ troppo orientato verso l’elettronica. Invece, dato che la band aveva come scopo, come target, come vision, il creare un album che fosse, che suonasse americano, ma non suonasse americano nel senso tradizionale del termine, perché quando si dice “suona americano” sembra che parliamo di band pop, alla, non so, con un sound molto vicino ai Maroon 5, e queste cose qua. No, che suonasse come un disco di rock americano. Per cui avesse un approccio molto possente, per quanto riguardare il Guitar Playing, la StrutturaRitmica, per cui tutto ciò che concerne le ritmiche di basso e batteria. Cioè, volevamo un sound monolitico, che potesse in qualche maniera bilanciare quello che è il mio approccio vocale, che è molto melodico.

Per cui questa è stata la scommessa, e secondo me è stata una scommessa vincente. Perché, alla fine, la mission e il team collaborativo ha creduto, con me, a quello che è il progetto. E questo è fondamentale. Quando tu scegli un team di lavoro tu devi avere fiducia nel tuo team, ma il team deve ricambiare questa tua fiducia. Ci dev’essere proprio un’osmosi. Quando si lavora in osmosi, veramente si ottengono i massimi risultati.

 

F. N. – Alla fine il disco chi l’ha mixato?

C. C. – Intanto volevo citare una persona che ha avuto un merito enorme nella realizzazione di questo disco, che è il mio batterista, Antonio Aronne, un giovane batterista poli-strumentista, il quale ha arrangiato tutto il disco con me e ha fatto un enorme lavoro a livello di creazione delle strutture, arrangiamento, nel suo home studio. Stravolgendo i pezzi, perché alcuni pezzi erano anche stati recuperati dal passato.

Io ho avuto questa band, i Dr. U, negli anni ’90, sulla scia del grunge, quindi ho ripreso dal cassetto alcuni pezzi che, comunque, suonavano datati. E li abbiamo stravolti. Ecco le nuove generazioni, che sanno come mettere le mani su un computer, come ottenere la qualità da quel poco che hanno, anche, in fondo. Perché qui non stiamo parlando di un ragazzo che ha chissà quali equipaggiamenti. Ma è uno che ha una grande vena creativa e, soprattutto, è un maestro dell’arrangiamento e dell’editing. Ed è un grandissimo batterista. Quindi, una grande nota di merito va a lui. E, ricordatevi questo nome perché, secondo me, è destinato ad avere un grande futuro. Antonio Aronne. Sta già occupandosi di arrangiamenti e produzioni per altre band e altri cantanti o cantautori.

Abbiamo scelto come produttore definitivo e sound engineer definitivo Joe Marlett, che è un giovane produttore statunitense, con il quale tra l’altro vorrei organizzare un’intervista con lui, e questo vedrai che è una promessa che ti faccio, perché Joe è un grande. Lui ha, addirittura, lavorato, inizialmente, con i Nirvana. Poi passando per band, dalle Destiny’s Child fino ai Foo Fighters, Queens of the Stone Age, Blink 182 e anche Laura Pausini. Io lo dico con il sorriso, perché, insomma, rispetto alle altre band, comunque stiamo parlando di tutto un altro genere.

F. N. – Un altro genere, fondamentalmente.

C. C. – È un professionista con il tocco magico, per cui tutto ciò che va nelle sue mani suona da Dio. E io lo sto anche un po’ rappresentando qui in Italia, per cui, chi fosse interessato ad un deal con Joe può contattarmi e vediamo… poi tu ci presti lo studio… Non lo so, voi avete degli studi, voi, immagino, no?

F. N. – Noi abbiamo un sacco di allievi che hanno un sacco di studi.

C. C. – Per cui non c’è problema.

F. N. – Soprattutto gli ex allievi, quelli che hanno finito Recording Turbo System, che si sono costruiti lo studio… Ce n’è parecchi, inizia a dare soddisfazione la nostra scuola.

C. C. – Certo, e poi comunque, tu lo sai, non è necessario un grandissimo studio, quello che conta è il manico.

F. N. – Oggi come oggi sì, assolutamente.

C. C. – Cioè chi è dall’altra parte della console. Che abbia un grande orecchio, abbia un gusto nel creare il sound giusto per il tipo di stile e per il tipo di artista.

F. N. – Guarda, noi abbiamo fatto giusto l’altr’anno una specie di contest, o di sfida, di mixaggio, ma era amichevole, è partita in maniera molto amichevole, con uno studio dotato di SSL e tutti gli Outboard necessari, confrontato con un mixaggio realizzato da noi. Su una band decente, registrata male. Che dire? Sicuramente la differenza era, non voglio dire che uno suonasse meglio o peggio, però la differenza era veramente minima. Cosa conta? Conta la preparazione, conta come una persona si approccia al mix, il suo background, la sua professionalità. Sono tutte cose che noi cerchiamo di dare, nella nostra scuola.

C. C. – È fondamentale, io sono anche un coach motivazionale. Quello che è fondamentale e che bisogna anche insegnare ai musicisti e future band o, comunque, a chi si relaziona per la prima volta a una produzione discografica, è indirizzarli verso quelle che sono le regole del successo perché è meno di quello che sembra. Quello che è fondamentale, che, poi, devo dire, perché io mi ritengo un fortunato, perché secondo me, io sento che questo disco raggiungerà quella che era la mia visione iniziale. E la mission che io ho sposato con tutti i miei collaboratori, con chi ne ha preso parte.

Per cui è l’atteggiamento che fa, poi, il successo di una produzione. L’atteggiamento iniziale. Io non smetterò mai di dirlo. Il business plan iniziale è fondamentale, poi però bisogna studiare bene il livello qualitativo e comportamentale e produttivo del team di lavoro. Perché se ti capitano persone che ti bloccano e mettono il freno a mano alla macchina, non possono far parte del tuo team. Questo è fondamentale. E bisogna farli fuori prima che sia troppo tardi, perché qui è in ballo il futuro e il risultato di una produzione. Non è che bisogna essere spietati, però bisogna essere anche realisti.

Poi il fattore spazio-tempo è fondamentale, perché è un elemento basilare nella pianificazione progettuale. Come dicevo prima, molti, ormai, tendono a fare le cose a distanza. Per esempio, anche io non nascondo che, per questo disco, in quattro anni, ho fatto tre viaggi in California, ma in alcuni periodi ho dovuto seguire le cose a distanza, via e-mail. Per cui ci sono stati tanti misunderstanding, tante situazioni dalle quali non riuscivamo a uscire. Quindi, questo potrebbe essere un fattore limitante. Realizzare una produzione a distanza può avere i suoi pro e contro, per cui la rete oggi facilita molto, snellisce il lavoro.

Ma se si fa un’ottima pre-produzione prima, e l’ho imparato a mie spese, cioè curando il minimo dettaglio, l’Editing, in maniera tale da mettere anche il produttore in una situazione di non dover mettere troppo le mani su quello che, invece, dovrebbe essere un prodotto che sia già pronto per il mixaggio. Questo è il discorso, lasciare al produttore la totale libertà creativa di ottenere il meglio da ciò che tu mandi a lui, ciò che tu dai a lui. Tutto il tuo lavoro fatto. Quindi, la pre-produzione è fondamentale, assolutamente fondamentale.

 

 

F. N. Ti interrompo un attimo, a questo punto noi salutiamo gli amici delle web radio. Ricordiamo il tuo sito, anzi il vostro sito, che è we-are-dru, cercate we-are-dru e lo trovate senza dubbio. Le vostre pagine Facebook, anche. Salutiamo tutti, ringraziamo Chris Catena e adesso ci concentriamo nella parte un pochino più specifica dedicata ai nostri allievi di Recording Turbo System. Quindi, ciao a tutti e passiamo dall’altra parte.
C. C. – Ciao.

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