Enrico Brun: tutte le novità della Music Production 3.0


 

Francesco Nano – Buongiorno a tutti, benvenuti a Scuolasuono Summer Productive 2013. Abbiamo un ospite d’eccezione, come tutti gli altri eccezionali ospiti. L’evento sta venendo veramente molto bene e do’ un grandissimo benvenuto ad Enrico Brun. Ciao Enrico!

Enrico Brun – Ciao! Ciao Francesco e ciao a tutti gli amici di Scuolasuono.it!

F. N.: La chiacchierata di oggi sarà molto 3.0, perché analizzeremo assieme degli aspetti molto interessanti, per quanto riguarda tutti quei musicisti che oggi si trovano a suonare dal vivo, a fare delle produzioni in studio o a casa propria e non hanno grandissimi budget, ma hanno esigenze ben specifiche. Prima di introdurvi Enrico, mi piacerebbe descrivere l’argomento che tratteremo oggi.

Nello specifico, parleremo di live, 3.0: un nuovo approccio al live, con nuovi strumenti, ma lo faremo nella seconda parte, dedicata solo agli iscritti di Recording Turbo System, dopodiché parleremo anche di No preset mode, la filosofia di Enrico, che ci spiegherà come mai, secondo lui, l’utilizzo dei preset è penalizzante, e come superare un discorso di noia o di frustrazione nella ricerca di un sound originale o specifico.

Anche questa sarà una parte veramente interessante, in parte ne parleremo anche assieme agli amici della web radio, che saluto e ringrazio. Enrico ci seguirà con tutta una serie di tutorial che faranno parte di Scuolasuono Summer  Productive. Potremmo chiamarlo il capitolo “Music Making 3.0” e interessantissimi, che troveremo nelle prossime puntate: all’interno del sito saranno disponibili per il download per tutti coloro che sono iscritti a Recording Turbo System. Lascio la parola ad Enrico, raccontaci di te, facci capire qual è la tua esperienza e come mai Francesco Nano ti ha chiesto la gentilezza di venire a raccontarci le cose che sai.

 

Enrico Brun

 

E. B.: Innanzitutto ricordo il nostro primo incontro, avvenuto un anno fa, presso la Scuola di Musica Nam Lab di Azzano Decimo, dove insegno e dove ci siamo incontrati durante il Seminario nel quale ci siamo scambiati le prime idee su come si sta evolvendo la musica da quando è arrivato questo mostro di Internet..

F. N.: Durante quel seminario ho scoperto quanto tu sia veramente forte con la nuova tecnologia. Qual è il tuo background a proposito?

E. B.: Io, come tanti, vengo dal panorama della musica classica, ho fatto il Conservatorio a Udine dove ho iniziato con il pianoforte, che è sempre un punto fisso per la storia di tanti tastieristi:  infatti poi sono arrivate le tastiere, le prime band e le prime necessità di uscire con i gruppi a girare, a suonare, a farsi conoscere. Quello che ho sempre fatto, finora, è proprio cercare di essere sempre al passo non solo con la semplice attrezzatura, ma anche con le idee, su come utilizzare e con che filosofia fare le cose.

F. N.: Se mi permetti di riassumere, vorrei dire che, per quello che ho potuto conoscere, Enrico è una persona molto aggiornata su tutte le novità e sul tipo di approccio con cui utilizzarle in ambito musicale, quindi strumenti, gear, software; è il tipico “smanettone”che però ha una conoscenza molto profonda, addirittura si mette sull’applicazione finché non riesce a scovare i bug: un maniaco di queste cose, quindi quale persona migliore potrebbe introdurci a tutti i nuovi strumenti messi a disposizione dei musicisti nel 2013?

E. B.: Esatto. Non solo, come hai detto prima, parlando di strumenti ma cercando di capire per ognuno qual è la filosofia migliore da seguire per evitare distorsioni varie e altro. Grazie all’esperienza in campo ingegneristico sono un po’ più forte del semplice “smanettone” e quindi ho potuto anche, forse per quel motivo, avere un approccio molto più oggettivo per quanto riguarda gli strumenti. Anche i software stessi sono un bene e un male, per certi versi, come tutta la strumentazione e le apparecchiature che si possono avere a disposizione. Quello che mi ha sempre aiutato è cercare di capire il modo migliore di usare gli strumenti, in modo tale che l’utilizzo stesso di questi fosse un vantaggio e non uno svantaggio.

F. N.: Cerchi i punti di forza e i punti deboli delle varie attrezzature?

E. B.: Cerco di trovare sempre un modo molto oggettivo di guardare a quello che si usa. L’esempio classico è che possiamo utilizzare il computer piuttosto che uno strumento fisico, però il computer “suona meno” a livello dinamico:  nelle tastiere di adesso ci sono dentro dei computer, e se le apriamo troviamo una mainboard, della ram quindi cerco di capire questi falsi miti che magari, negli anni ’80 – ’90, erano veri, perché avevamo a disposizione computer poco potenti, ma ora siamo nel 2013. Riuscire sempre a mettersi in discussione e accettare che ci sono delle verità oggettive, che vanno oltre il sentito dire, può aiutare nel proprio approccio filosofico e musicale.

 

 

F. N. – Vorrei dare un’ultima informazione su di te per far capire che abbiamo una persona veramente di qualità davanti. Tu sei un insegnante della Scuola di Musica NamLab di Azzano, hai diversi allievi che segui, anche nella progettazione del loro gear, quindi li segui, oltre che a livello di docente di musica, anche a livello di che software utilizzare:  come utilizzarlo, che macchine acquistare etc. Fai consulenza in questo senso e sei disponibile anche  per delle consulenze professionali.

E. B.: Quello sicuramente.

F. N.: Ottima cosa. Diamo il link della Scuola di Musica dove lavori che è NamLabe vorrei ricordare anche il link della tua band  Absolute5. A questo punto entriamo nella parte divertente di quest’intervista, introducendo un capitolo, all’interno di Scuolasuono Summer Productive, che si chiamerà Music Making 3.0, una serie di tutorial specifici realizzati da Enrico. Sono tutorial veramente interessanti perché ci permettono, se ancora non l’abbiamo fatto, di fare quel salto di qualità da musicista 2.0 a musicista 3.0, cioè a capire veramente come si muovono i professionisti di adesso, soprattutto le nuove leve, quelle giovani,  che utilizzano i mezzi attuali e se tu sei d’accordo facciamo un breve excursus di ogni argomento che tratterai.

Per esempio, abbiamo in programma il tutorial sul Protocollo OSC. Vuoi dirci qualcosa su questo nuovo tipo di linguaggio per introdurre l’argomento che andrai a trattare in questo tutorial?

 

Enrico Brun: Music Making 3.0 - Protocollo OSC

 

E. B.: Sì, fondamentalmente il Protocollo OSC è un sistema di comunicazione introdotto nelle nuove tecnologie tattili come smartphone e tablet, che sono entrati a far parte del nostro quotidiano, e non sono solo degli strumenti di comunicazione standard personale o divertimento, ma sono diventati, grazie alla programmazione di questi protocolli, anche degli strumenti musicali o dei controller di ausilio per quelli che sono già i nostri strumenti musicali.

Per chi sa già cos’è il Midi, il TouchOSC è praticamente il cugino più giovane del Midi, per cui è un sistema di comunicazione basato su dei messaggi di controllo che vengono scambiati tramite varie apparecchiature informatiche. Il Protocollo OSC ci permette, ad esempio, in qualsiasi parte del palco oppure addirittura dell’audience, con il nostro smartphone, di controllare tutto il sistema audio o tutto il sistema luci del nostro palco.

F. N.: Un altro tutorial che ci darai la possibilità di seguire è come costruire un tablet, un controller Midi custom per il tuo software di recording su Os Android.

E. B.: Esattamente. Tanto per anticiparne anche un altro, non ci sono solo dei software statici da scaricare o acquistare con la possibilità di avere dei controlli già fatti, ma possiamo farci da noi il nostro controller. Possiamo decidere nella superficie del nostro tablet cosa avere: slider, Pad X-Y, dei bottoni o addirittura delle piccole tastiere a poche ottave con le quali controllare qualsiasi software.

F. N.: Ok, ma la persona che ci ascolta adesso, e che probabilmente ancora non ne sa tanto, potrebbe chiedersi: “Ma a che cosa mi serve avere sul tablet un controller?”, fai un esempio pratico.

E. B.: Uso con molto piacere il “lancio” della base intro al live: succede a tutti di avere la necessità di dare il famoso cd con l’intro al fonico, se il fonico c’è e ci può seguire anche in questa cosa, o se ci dobbiamo arrangiare; però è brutto vedere uno che si avvicina al palco per primo per lanciare l’intro, è più bello salire dopo. Invece utilizzando questo sistema, con un semplice telefono, che comunque abbiamo già in tasca, possiamo accedere alla pagina del controller costruita da noi, e dire al software che sta girando sul palco nel nostro computer di far partire quell’audio, tutto senza cavi, senza un’apparecchiatura e soprattutto senza acquistare un’applicazione dedicata, perché si tratta comunque di applicazioni free, o in certi casi costano al limite due dollari.

F. N.: Meraviglioso! Altro tutorial della serie Music Making 3.0, dedicata agli iscritti al nostro corso, è un’altra applicazione molto interessante che si chiama Animoog.

E. B.: Animoog è un software per iPad molto divertente che mi sono trovato a utilizzare inizialmente per gioco, come tutte le applicazioni iPad. Viene vista molto come un giocattolo dal musicista che non ha ancora utilizzato in modo serio il tablet. Poi mi sono trovato a utilizzare, magari, più questo che altre apparecchiature che ho in studio. E’ uno strumento che suona, non è un controller.

 

 

E’ un programma con i suoi oscillatori, la sua tastiera e lo possiamo controllare esternamente con un controller a cavo collegato all’iPad, come vedremo, ma addirittura anche tramite  wi-fi; con il sequencer possiamo mandare un segnale wi-fi Midi direttamente all’iPad, suonare tutte quante le notine sistemate, e usare il suono che c’è dentro il software. Una cosa molto interessante è la possibilità di vedere direttamente la forma d’onda nello schermo: possiamo vedere come il nostro suono si sta plasmando, più altre cose che andremo a dire nel nostro tutorial.

F. N.: Bellissimo! Andiamo avanti perché poi dobbiamo arrivare anche al No Preset Mode, che è la sezione che mi interessa di più: capire esattamente come ti muovi tu, specialmente per la realizzazione dei suoni. Andiamo velocemente sugli altri tutorial di Music Making 3.0. Un’altra applicazione si chiama Samplewiz, sempre per iPad.

E. B.: E’ uno strumento che mi ha fatto conoscere uno dei tastieristi più famosi al mondo, il signor Jordan Rudess dei Dream Theater, e che si sta occupando, alla sua veneranda età di applicazioni per Ipad, ed è la prova vivente che ci si può arrivare veramente a qualsiasi età. Il Samplewiz fondamentalmente è un campionatore visivo nel senso che noi campioniamo la nostra forma d’onda, o la importiamo dentro quest’applicazione, poi ci facciamo quello che vogliamo direttamente con le dita. E’ una cosa molto diretta, impressionante, perché possiamo plasmare il nostro campione e parti del nostro campionamento semplicemente andando a toccare il suono.

F. N.: Sarà spettacolare! Un’altra applicazione, sempre per iPad, che ci introdurrai è GarageBand.

E. B.: Esatto. Lo conosco un po’ di più, è il sequencer per tutti che Apple ha introdotto ormai più di dieci anni fa e che ora ha trovato spazio anche nella versione tablet. Immaginiamoci di dover mettere giù delle idee, magari siamo in viaggio, non abbiamo il nostro computer, abbiamo la possibilità di usare sia gli strumenti virtuali, quindi suonarli con la tastierina che appare sullo schermo, sia di registrare una chitarra, una voce o usare dei loop. Esattamente quello che facciamo su GarageBand per Mac, direttamente sull’iPad.

 

sequencer digitale

 

E. B.: Poi abbiamo VoiceJamun simpaticissimo looper vocale fatto per cantanti e non,  ed è ancora più semplice di un sequencer. E’ una piccolissima applicazione che ci permette di registrare delle parti vocali. Può succedere a qualsiasi produttore o scrittore di avere un’idea in testa e di voler sentire come suona immediatamente, quindi con le nostre cuffie, con il microfonino dell’iPhone si mettono giù delle idee: magari si fa una parte di beatbox con la voce, si canta una parte vocale, si mette un riverbero e poi la si può immediatamente condividere con il nostro cantante, la nostra band, via mail. Anche questo sembra molto utile, soprattutto in treno, l’unica controindicazione è che, chi vi sente looppare in treno, forse vi guarderà un po’ male, però sono gli inconvenienti del mestiere.

F. N.: Altro tutorial che andiamo ad introdurre, blasonatissimo, è Ableton Live 9 nella nuova versione con integrazione del computer anche sul palco. Che cosa ci puoi dire su questo?

E. B.: E’ un’altra applicazione storica che esiste da anni. Nel tutorial vi esporrò, brevemente, le novità che ci sono nella versione 9, l’avvicinamento maggiore ad una semplicità estrema, come succede in varie applicazioni. Le funzioni, la qualità sono sempre alte, e quello che sta succedendo in questi anni è che si deve alzare la semplicità. Ciò che mi ha colpito di più di Ableton Live 9 è quanto sia diventato ancora più semplice da utilizzare. Questa comunque è un’applicazione da computer, per Pc e Mac.

F. N.: Ok. Altro tutorial di Music Making 3.0, sempre per quanto riguarda l’integrazione del computer sul palco,  è il discorso delle sequenze, come gestire un live, con un sistema semplice ma di qualità.

E. B.: Qua partiremo dalla situazione più semplice, quella in cui si utilizza un semplice lettore multimediale portatile, con la soluzione mono, fino ad arrivare a un sistema altrettanto semplice con un computer e una scheda audio adatta per poter lanciare le sequenze. Partiremo da una semplice sequenza demo per averla a disposizione sul palco, e aiuteremo  il musicista che non conosce tutti gli aspetti del sequencer che utilizzeremo dandogli le tre opzioni semplicissime che servono per poter lanciare queste sequenze.

F. N.: Spettacolare! Live Set Up 3.0. Altro tutorial di Music Making, tutti i suoni che hai sempre voluto in un click:  MainStage 2.2. Che ci dici a proposito? E’ per chitarristi, per tastieristi, per batteristi? Che cos’è questo MainStage?

E. B.: E’ un po’ il pezzo forte dei tutorial, perché è il mio  “preferito” per il live, soprattutto con i miei progetti; mi ha completamente cambiato il modo di approcciare al palco, ed è alla portata di tutti. Io lo uso da tastierista, ovviamente, e presumo sia così per l’80% del suo utilizzo in ambito mondiale, però lo possono usare veramente tutti. Il batterista può utilizzare il  drumpad Midi per lanciare dei campioni, il cantante per aggiungere degli effetti, il chitarrista per gestire i suoni di chitarra, il bassista per gestire anche un pickup fonico Midi e utilizzare dei suoni di synth; lo può usare il fonico per avere un rack effetti che non potrebbe mai comprare, perché tra le varie possibilità effettistiche e di routing che si possono ottenere con MainStage si può avere virtualmente un rack impossibile da costruire, soprattutto per la semplicità con la quale si cambia da un sistema all’altro.

Faccio qualche nome famoso per capire chi altro lo usa: ho studiato il setup live dei Muse e lo usano anche i Toto e molte altre band che si possono trovare su Internet e che, con molta soddisfazione e orgoglio, sono loro a dire di usarlo. Ricordo anche che, con il mio progetto Absolute5, con musica dal vivo e senza l’utilizzo di sequenze, con MainStage sono riuscito a realizzare cose di questo genere. L’ho trovato molto utile e semplice per raggiungere obiettivi impensabili.

F. N.: Altro tutorial, dedicato agli iscritti, è  Autosampler, e anche qua ci divertiamo.

E. B.: La prima cosa che mi viene in mente quando ne sento parlare  è il Made in Italy, perché è un’applicazione costruita da una casa informatica che si chiama Redmatica che ha sede a Correggio, la città natale di Luciano Ligabue. Questo software mi ha aiutato, anche tramite MainStage, a fare delle cose che non sapevo si potessero fare, e adesso, con molto stupore, con pochi clic è possibile. E’ un sistema estremamente semplice per “masterizzare” le tastiere: se avete bisogno di estrarre un suono da una tastiera in studio o da quella di un amico e portarvelo con voi, lo potete fare. Se avete delle macchine di cui siete estremamente gelosi o sono estremamente pesanti da portare fuori, potete tranquillamente trasferire i suoni in un campionatore come quello di Logic, o Kontact, quello di Pro Tools, o quello di Reason, qualsiasi campionatore software, e avere sotto le vostre mani, con la vostra master keyboard, lo stesso suono che avevate con la macchina originale, magari delicata, costosa o pesante che sia, che resta tranquillamente a casa vostra o a casa del vostro amico.

F. N.: Perfetto! Altro tutorial Live Set Up 3.0, tutti i suoni che hai sempre voluto in un click con Native Instrument Komplete.

E. B.: Sì, Native Instrument è una ditta, ormai, che si è imposta nel mercato dei software come una delle tre/quattro leader maggiori; Komplete è una suite che comprende un sacco di prodotti: ha una cinquantina di software che acquistati separatamente costerebbero molto; la cosa interessante è che, con un prezzo inaspettatamente basso, abbiamo a disposizione con un’unica installazione tutti i suoni dei quali abbiamo bisogno, tutti i sound skate, i colori base della nostra “tavolozza sonora”, perché poi, comunque, il suono lo costruiamo, lo facciamo evolvere. Con Native Instrument Komplete abbiamo veramente tutto e, soprattutto, acquistando il software originale ci sono un sacco di vantaggi perché ci sono gli aggiornamenti quando il software viene migliorato o corretto e spendendo molto poco abbiamo un gran strumento di produzione.

 

Enrico Brun e Absolute5 Cover Band

 

F. N.: Benissimo. Gli ultimi due tutorial che vorrei introdurre, per questa serie Music Making 3.0, sono il controllo wireless con iPod, iPhone e iPad; l’ultimo lo accenno, però ne parliamo dopo: la pedaliera tascabile.

E. B.: Con il controllo wireless ci ricolleghiamo un po’ a quello che abbiamo detto prima. Vediamo quali sono, oltre a tablet e OSC gli altri software più utilizzati assieme al tablet per avere un controllo personalizzato e non dover dipendere da altre persone sul palco. Ad esempio, ci sono varie case che costruiscono mixer digitali, che hanno messo a disposizione delle applicazioni liberamente scaricabili, per controllare, via wi-fi, il mixer di sala, per cui noi, dal nostro palco, possiamo tranquillamente andare a farci la nostra spia fisica senza doverci sbracciare o urlare al fonico di turno che vogliamo la grancassa più alta o vogliamo i segnali più alti perché ci sentano bene gli altri, e non sentiamo bene noi andando già in paranoia per la serata.

F. N.: Poveri fonici! Categoria bistrattata!

E. B.: Con queste tecnologie c’è la salvaguardia del fonico di palco.

F. N.: In studio che uso possiamo fare di questa tecnologia?

E. B.: In studio l’utilizzo è analogo perché per tutto l’hardware esistente, e soprattutto per le schede audio, sono state fatte delle applicazioni analoghe per poterci arrangiare nella produzione. Ad esempio, io ho il mio studio ma non ho a disposizione un tecnico di regia: se devo andare in sala di ripresa a suonare la batteria, negli anni precedenti dovevo chiamare l’amico che premeva ‘rec’, oppure installarmi un’altra tastiera, un altro mouse e cablare in sala di ripresa; tutto questo non è più necessario perché attraverso queste applicazioni possiamo praticamente avere un ritorno sul nostro tablet di quello che sta succedendo in regia, e andare in qualsiasi punto dello studio e far partire il nostro ‘rec’, stopparci, tornare indietro, fare un’altra take e tutto quanto in autonomia.

Ovviamente non è una cosa che interessa il mega studio, però quello che è molto più raggiungibile, è molto più probabile che nel nostro home studio siamo da soli, il più delle volte, e dobbiamo cercare di fare le cose nei tempi giusti e  non complicarci troppo la vita, senza tirare troppo i cavi e spendere più tempo per la logistica che per la musica.

F. N.: Meraviglioso! L’ultimo tutorial che abbiamo in programma, sempre che non se ne aggiungano altri nel frattempo, è la pedaliera tascabile 12 Step di Keith McMillen. Che cosa ci dici a proposito di questo tutorial?

E. B.: Allora, questa è stata una delle ultime cose che mi ha appassionato molto. Questa ditta piccolissima, del nord Europa o della Gran Bretagna, sta realizzando dei prodotti sensazionali; quello che mi ha colpito è la 12 Step. E’una pedaliera estremamente piccola, addirittura  flessibile, per adattarsi a qualsiasi tipo di pavimentazione, dalla sala prove con la moquette fino al palco con la lamiera. Essendo di gomma non scivola, e soprattutto al contrario delle vecchie pedaliere da palco grandi, grosse e pesanti, questa pedaliera sta veramente in borsa, è retro illuminata, ma soprattutto è programmabile molto più delle precedenti.

Tramite un semplice programma, fornito dalla casa, possiamo utilizzarla non solo nel classico modo, registrando in ordine, ma possiamo segnare qualsiasi tasto, qualsiasi nota, per 5 volte, e per assurdo possiamo programmarci degli accordi cluster da 5 parti, e avere la possibilità di lanciarci a piede. Inoltre in ambito blues, o comunque in generi in cui non si utilizzano granchè le sequenze, possiamo lanciare dei campioni, o tenere dei bassi continui, e possono esserci degli spunti creativi non da poco.

F. N.: Meraviglioso! Enrico grazie, ti ringraziamo per renderci partecipi di queste tue conoscenze con la realizzazione di questi tutorial da inserire all’interno di Scuolasuono Summer Productive; arrivati a questo punto abbiamo più o meno dato un quadro generale su quelli che saranno gli argomenti che tratterai durante la nostra rassegna. Tra poco parleremo di Live Performance 3.0, cioè come approcciare al live dal punto di vista tecnico oggi, in base alle tue esperienze e alle tue conoscenze, specialmente in base alla tua esperienza diretta con quello che utilizzi tu; sarà una cosa veramente molto interessante, dopodiché avremo un bellissimo video contributo, in cui ci farai proprio vedere come riuscire ad ottenere dei suoni particolari, come non accontentarsi dei preset.

Questo sarà ovviamente un altro bonus riservato agli iscritti di Recording Turbo System. Prima di passare a questa parte,  dedicata specificamente ai nostri allievi, parliamo un pò di questa tua filosofia, No preset mode. Perché? Cos’hanno i preset che non vanno? Io non posso comprare una cosa e utilizzare direttamente i suoni di fabbrica? Why not?

E. B.: Sicuramente dipende dalla situazione in cui ci troviamo e dall’ambito musicale in cui il musicista, che usa un certo strumento, affronta. Se una persona compra un pianoforte digitale sicuramente, al 90%, userà il suono del pianoforte ed è finita lì. Quello che mi è successo, soprattutto con le cover band, è di trovarmi in situazioni paradossali in cui, dovendo fare le cose di fretta, magari usando un suono simile, che però era pronto, la cover non veniva riconosciuta, e magari bisognava aspettare il ritornello perché uno dica: “Ah sì! E’ questa!”. Siccome far bene le cover è un’ottima scuola per poi capire come affrontare la stesura, l’arrangiamento e la scrittura di un brano originale, lavorare sui suoni è una cosa da fare sempre con cura.

Il problema, secondo me, è che i dischi più belli che sentiamo, degli anni ’70, sono stati fatti con macchine senza la memoria, con una ricerca sonora obbligatoria, perché non c’era possibilità di utilizzare del lavoro pre fabbricato, a meno che uno non si scrivesse sul famoso pezzo di carta le impostazioni, ma anche questo è comunque un bagaglio che deriva da quello che il singolo musicista ha fatto fino in quel momento. Poi sono arrivate le macchine digitali e sono arrivate le memorie. Benissimo! Però, anche qui, c’è il divario. Da una parte c’è il vantaggio di memorizzare delle idee, dall’altra parte chi le rende agli strumenti ci mette un sacco di cose pronte e noi, per vizio di forma o noia, ci troviamo meglio ad utilizzare quelle.

La mia ferma idea è che i preset fanno sì che una macchina, prima di venire acquistata, venga capita in tutte le sue potenzialità, e ci dà un’idea generale di quello che può arrivare a darci. Poi noi, una volta  comprata, dobbiamo metterci del nostro. Il preset non serve per suonare, ci dà un’idea di quello che la macchina può fare, e molto spesso è costruito, anche in senso audiofilo, in modo tale da far suonare bene la tastiera da sola. Parlo anche del preset del singolo effetto per chitarra o basso o della batteria elettronica, che magari, non sono pensati a livello di frequenze o dinamico, per essere inseriti in un contesto di band.

F. N.: Vorrei sottolineare un attimo la cosa che stai dicendo perché potrebbe sfuggire. So che Enrico se ne intende veramente molto del mondo della vendita degli strumenti musicali, perché l’ha frequentato molto fino a oggi: guardate che le macchine, gli oggetti, i software, che vengono venduti molto spesso caricano dei preset per stupire, per fare in modo che la macchina venga acquistata. Uno la prova, ha una bella sensazione, un bell’impatto e decide di acquistarla, ma non sono sempre pensati per connotare al meglio quel suono nella band, in quella situazione.

E. B.: Mi sono trovato spesso, a livello di frequenze, ad avere dei suoni di varie macchine che suonano benissimo da soli, ma che quando vengono inseriti nel mixer in sala prove della band, come si suol dire in gergo, non escono, mentre altri, estremamente “brutti” da soli  ma poi nel contesto della band funzionano. Nel mio contributo ci sono degli esempi  di alcuni suoni costruiti proprio per la band, ma solamente facendo prove o nell’arco della serata,  sentendo cosa ti dice il fonico, ti rendi conto che il suono che a casa era tanto bello con quelle basse, andava poi a rompere le scatole al suono di basso o alla grancassa; levando via le basse ci si rende conto che da solo il suono è crudo e povero, però poi nell’insieme, nel calderone del mixer, riesce a trovare il suo posto, così il fonico non è obbligato a tenersi i bassi che vanno a danneggiare le frequenze di qualcun altro.

F. N.: Quindi possiamo dire che la filosofia No pre set mode ha diversi vantaggi. Il primo è quello di personalizzare il proprio suono dopodiché fare in modo di avere un suono, anche, che si amalgama meglio con la band rispetto ai pre set che genericamente sono fatti per stupire. Poi anche c’è un aspetto didattico, se vogliamo artistico dietro.

E. B.: Sì perché la ricerca spasmodica del preset perfetto, spesso, porta l’utente medio a stare ore e ore a scrollare sulla pagina del plug in, dell’expander, o della tastiera per cercare di sentire, e dopo un po’ non si ha più quella freschezza d’ascolto per capire se quel suono può andare bene. La verità è che, secondo me, il suono costruito da qualcun altro non ci andrà mai bene perché il nostro suono ce l’abbiamo in testa, quindi se tutto quel tempo speso a cercare suoni già pronti lo spendiamo a imparare che il suono che vogliamo noi ha quella caratteristica magari si chiama rimodulatorbit crasher, se impariamo cosa vogliono dire e impariamo ad applicarle, ci mettiamo molto meno.

Partiamo, come si faceva con le macchine senza memorie dai suoni di forma d’onda base, oppure se ne abbiamo bisogno, partiamo dal campionamento pulito e procediamo secondo quello che abbiamo in testa. Se didatticamente, o anche culturalmente, sappiamo dare un nome alle cose che ascoltiamo, quindi dobbiamo conoscerle, è molto più semplice approcciare a una costruzione del suono piuttosto che alla ricerca, perché spesso porta ad accontentarsi al “più o meno quasi”. Invece la costruzione ci porta via lo stesso tempo, o anche meno, però, alla fine, abbiamo il suono che volevamo.

F. N.: Penso di non avere capito esattamente quando parli del linguaggio, del saper chiamare le cose.

E. B.: Penso che la conoscenza di quelli che sono i vari elementi che fanno parte di un suono, e sono concetti che uno si costruisce nel proprio bagaglio provando a costruire suoni per cui dopo anche nel momento in cui un’altra persona ti chiede: “Qua vorrei un suono più frizzante da questo punto di vista. Vorrei un qualcosa che somigli più a…” hai già gli elementi sufficienti per poterti gestire, per poter andare a capire dove andare a parare. Quindi, piuttosto di avere una memoria e di sapere che in quel plug in il numero 37 è quel suono che stai cercando, è più utile fare un investimento culturale e capire quali sono gli elementi della sintesi o del campionamento che ci servono per ottenere il suono che abbiamo in testa.

F. N.: Continuo a non capire che cos’è questo investimento culturale. Fammi un esempio pratico.

 

Scuolasuono.it: Enrico brun

 

E. B.: Per esempio andare a costruirsi un suono, partendo da zero, provando a maneggiare filtri, a maneggiare gli effetti, ricordarsi che utilizzando quell’altro effetto si ottiene quel dato risultato.

F. N.: Ok, quindi collegare il nome al tipo di effettistica che stiamo usando.

E. B.: Al tipo di intervento, anche, una semplice azione su un synthcapire cos’è una risonanza, capire cos’è un inviluppo, capire cos’è un LFO. Provando con mano ti costruisci una conoscenza, un bagaglio che poi, quando ci troviamo a che fare con un suono da costruire, ci fa molto comodo.

Con gli allievi succede spesso che mi dicano: “Sì ho tanti suoni però non so a cosa servono, poi me lo spieghi?”; una volta che uno capisce cos’è dicono: “Ah ma allora se devo fare quel suono, basta che parto da un suono più semplice, ho quello che mi serve e ho ottenuto quello che volevo.”. Dare un nome alla cosa è fondamentale per poterlo utilizzare quando ne abbiamo bisogno. Il chitarrista sa benissimo che quando ha bisogno di quel dato effetto, si chiama distorsione, come può chiamarsi tremolo o fuzz. Il tastierista invece un po’ meno: con tutti i pre set che ha ragiona un po’ più analogicamente.

F. N.: Il tastierista però è colui che li produce, ha a che fare con le macchine, con i synth.

E. B.: Esattamente. Quindi con un approccio più analogico, nel senso vero e proprio del termine. Analogico deriva da analogia per cui associare un’idea, una sensazione all’azione materiale da fare, ad esempio aprire un delay con un certo filtro per ottenere quel risultato, non andando a cercare in mille preset nei quali non troveremo mai quello che abbiamo in testa: questa è la filosofia che non solo fa risparmiare molto tempo, ma soprattutto non ci crea dipendenza da preset che è secondo me, una patologia vera e propria sia nell’ambito delle produzione, sia nell’ambito live.

Anche perché succede spesso che l’ascoltatore medio se ne rende conto, anche senza le conoscenze: quelle per cui lavoriamo sono le persone che vengono ad ascoltarci e ragionano molto d’istinto, ed è da loro che dobbiamo capire se stiamo facendo una cosa fatta bene o no. Per cui, su come è costruito un suono seguendo questa filosofia, c’è l’esempio sul video che seguirà di un brano molto famoso, “Narcotic” dei Liquido, fondamentalmente è un brano simile a “The Final Countdown” degli Europe, costruito su un riff di tastiera per cui la cosa più importante è avere un suono non dico identico, ma veramente attinente a quello che è l’originale.

F. N.: Se la porti fuori come una cover e non hai quel suono, penso che sia veramente penalizzante.

E. B.: Chiunque ti ascolta, anche senza le conoscenze, dice: “Sì vabbé ma il suono non è quello!”. Non metto in dubbio che porti via tempo rispetto a trovare, magari, una saw con l’unisono senza usare termini strani, insomma un preset dance che si trova e dire: “Vabbé la faccio con questo” però non è la stessa cosa. All’inizio mi era proprio successo questo, per brevità di tempi e varie necessità, ma l’effetto sulla persone è una cosa completamente diversa. Mi è capitato, ultimamente, di dover programmare per dei singoli che sono appena usciti, i suoni di “Will I Am” nel brano con Britney Spears: sono molto particolari, sono suoni molto poveri, semplici ,che però devono essere quelli, e lì ho scoperto il grande utilizzo che si sta facendo del crashing, cioè prendere la forma d’onda e sporcarla, tirargli via bit: si ottiene quella sporcatura, quel timbro particolare che però, poi, venendo a sua volta riverberato e compresso, crea quella sonorità.

Quindi la moda dei produttori, il seguire quello che fanno quelli grandi ci permette anche, nel momento in cui andiamo a costruire suoni per i nostri brani o per chi ci chiede di arrangiare i propri brani, di dire: “Guarda adesso va questo, se vuoi proviamo a mettere questo, sentiamo un po’’..”, anche perché da cosa deriva il termine pop? Popular music: non è un genere, è una cosa sociale, quella che era la musica pop negli anni ’60 non è la musica pop di oggi perché è solamente contaminazione.

Nel pop di oggi troviamo molta elettronica, molta dance, su certi brani di oggi troviamo molto vintage, troviamo swing, per cui non è per nulla un genere definito e dobbiamo essere continuamente contaminati e informati su quello che succede agli altri generi. Esempio, di pochi giorni fa: devo costruire una sequenza per una band di un brano dei Negramaro che, al suo interno, contiene addirittura delle parti dubstep. Come si fa la dubstep? C’è un mondo di cose da sapere su quali virtual instrument creano i suoni più simili, su quali creano i suoni identici perché i più famosi al mondo a fare dubstep usano quello, per cui bisogna informarsi su cosa usano gli altri. Rendersi conto che, alla fine, costruiscono anche loro i suoni dal vero quindi questa continua contaminazione ci fa capire che quella è più o meno la via più diretta e corretta per lavorare.

F. N.: E’ veramente interessante come approccio, soprattutto anche questa sorta di effetto collaterale che ha il cercare di emulare un suono già presente. In realtà, alla fine, si va a incrementare proprio il bagaglio culturale, le proprie potenzialità sonore e la propria musicalità; è bello come approccio.

E. B.: Posso confermarti questa cosa perché, facendo cover da un po’ di anni, il bagaglio che si è creato mi ha permesso di avere già le idee abbastanza chiare nel momento in cui un cantautore mi viene a chiedere che suoni mettere e avere già degli argomenti immediati, anche perché in studio, con chi produce, bisogna essere veloci ma, nello stesso momento qualitativi nella proposta che si dà,  per cui se uno ci fa una proposta, una domanda senza usare una descrizione specifica di quello che vuole: “Voglio la cassa e il rullo di Skrillex!” devi sapere di cosa sta parlando, devi sapere di che batteria elettronica o analogica sta parlando.

Se uno vuole il vocoder dei Daft Punk deve sapere dove andare a trovarlo; il pop è contaminazione, siamo quello che ascoltiamo, quindi la miglior palestra per fare queste cose è suonare tante cover .Mi capita di dire spesso agli allievi: “Non vergognatevi a fare le cover, e non fate troppo presto musica vostra.” perché il problema di tanti gruppi, secondo me, è che si impuntano a fare troppo precocemente musica propria perché non vogliono fare le cover, ma sono dei passi, diciamo, obbligati per arrivare a fare le cose. Cito di nuovo i Negramaro perché sono un gruppo che è ormai giunto ad un punto di popolarità molto alto. Sono partiti come cover band e l’hanno fatto per più di dieci anni,  quindi il loro impatto live, secondo me, è molto forte anche  perché c’è una grande esperienza di costruzione sonora e pur facendo molti singoli nuovi, nei dischi sono presenti molte cover di brani italiani classici, riarrangiate e reinterpretate superbamente bene, in un modo che, secondo me, fa veramente scuola.

Anche qua c’è tutta questa influenza elettronica, e addirittura  techno; se ascoltiamo gli ultimi lavori di Lorenzo Jovanotti abbiamo anche lì un sacco di elettronica, sembra di ascoltare un pezzo dance commerciale, però è comunque pop perché c’è un testo, c’è una linea logica e un arrangiamento che cresce. Dunque bisogna restare fermamente convinti che il proprio bagaglio sonoro, per i produttori o per i semplici musicisti, deriva molto dall’analisi di quello che hanno già fatto gli altri.

F.N.: La tua visione è interessante perchè ci riporta un po’ con i piedi per terra. Adesso parliamo di Live Performance 3.0: come ci si muove nei live oggi? I live, tendenzialmente, stanno cambiando, o sono cambiati? I budget diminuiscono, ma la tecnologia e le possibilità aumentano, dove si trova il punto d’incontro di queste due cose? Salutiamo i nostri amici della web radio che ci seguono dall’esterno. Rimaniamo assieme ai soli allievi di Recording Turbo System, se non sei ancora iscritto puoi iscriverti in questo momento. Un saluto a tutti gli sponsor, a tutti coloro che ci sostengono e un ringraziamento a tutti gli ospiti. Salutiamo  Enrico Brun e ci ritroviamo dall’altra parte.

E. B.: Ciao a tutti!

 

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