Federico Pelle: Live Recording e produzione 3.0


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti da Francesco Nano e bentornati in Scuolasuono Summer Productive 2013. Abbiamo un nuovo ospite, che ringraziamo di tutto cuore per essere con noi. Con lui parleremo di buona produzione e di buon audio professionale. Ecco che vi presento con grande piacere Federico Pelle. Ciao Federico!

Federico Pelle: Ciao Francesco e benvenuti a tutti. Grazie dell’invito.

F.N.: Come si può intuire dalle immagini dietro di te, sei un sound engineer e un produttore.

F.P.: Così dicono. Mi ha divertito questa congettura del ‘produttore 3.0’, che equivale ad essere produttore dei giorni nostri, fondamentalmente.

F.N.: Sì, era un modo rapido per esprimere in valore numerico questo nuovo tipo di approccio.

F.P.: Perché bisogna farsi in tre rispetto a una volta in cui c’erano le figure più definite, bisogna dividersi.

 

Federico Pelle

F.N.: Questo sarà argomento specifico della nostra chiacchierata, infatti oggi parleremo di alcuni aspetti tecnici come il live recording, quindi l’evoluzione del recording, e parleremo del nuovo ruolo del produttore discografico ai giorni nostri. Ci sono alcune cose tra queste che manterremo riservate ai nostri allievi di Recording Turbo System. Se non sei ancora iscritto puoi iscriverti in questo momento e potrai seguire questa intervista in maniera integrale insieme a tutte le altre del nostro ciclo Summer Productive.

Federico, io ti inviterei a raccontarci  qual’è stata, per sommi capi, la tua esperienza musicale, dove sei arrivato adesso, che cosa fai. Diamo subito il tuo sito che è  www.federicopelle.com, non so se vuoi dare altri link relativi al tuo studio.

F.P.: Ormai gira tutto intorno alla pagina Facebook dello studio che è Basement Record, c’è un richiamo al sito che non è aggiornato perché non ho il tempo di farlo. Lavoro principalmente con Facebook che è aperto tutte le ore in cui io sono in studio, praticamente tutto il giorno; io sono l’esempio di come, stando su Facebook, si possa lavorare. La cosa bella è che arrivano richieste e lavori da tutto il mondo, grazie alle foto o al fatto che condivido la mia esperienza sempre e comunque, perché per me la parola d’ordine è condivisione, questo non è un luogo segreto in cui io so delle cose che tu non devi sapere, e anche questo credo che sia un’evoluzione della nostra figura.

F.N.: Però ci sono alcuni dei miei ospiti, di cui non dirò i nomi, che erano d’accordo a partecipare alla nostra intervista, ma senza svelare i trucchi del mestiere.

F.P.: Questo, per me, oggi è parossistico,  fuori dal tempo, non esiste più, tant’è che se noti, molti grandi fonici americani o  inglesi tendono a monetizzare questa esperienza facendo delle lezioni online o dei webinar, perché si sono resi conto che quel mondo è praticamente crollato.

F.N.: Tra l’altro è anche quello che facciamo noi. Non so se sei riuscito ad accedere nella nostra scuola e a darci un’occhiata..

F.P.: Assolutamente sì e ho anche scaricato, senza diffondere, il materiale onde evitare cause legali. Ho scaricato le lezioni relative alla registrazione multitraccia perché poi sono argomenti che tratto anche nei miei corsi o nelle varie docenze che tengo durante l’anno, e quindi mi interessava vedere anche un tipo di approccio diverso.

F.N.: La parte penalizzante di tutto questo è che hai scaricato proprio la prima lezione che ho registrato, quindi ci trovi tutta l’inesperienza e gli errori. Però, se  sei andato a vedere anche gli altri argomenti, la nostra scuola si è sviluppata molto, anche attorno ad altri professionisti con molta più esperienza di me, per cui le lezioni successive sono più interessanti. Se avrai piacere, un feedback lo accettiamo volentieri, e qualche consiglio ancora meglio.

F.P.: Io ne avevo sentito parlare, così ci ho indirizzato un mio amico che è diventato vostro utente, e anche un altro paio, che nel frattempo mi hanno chiesto delle informazioni tramite Facebook:  l’approccio mi sembra corretto, perchè spesso il problema è questo. È un discorso molto ampio che riguarda anche l’evoluzione del concetto di studio di registrazione oggi, per questo parlavo anche di una certa estetica dello studio.

 

Federico Pelle, produttore artistico e Sound Engineer

 

F.N.: Adesso ci arriviamo infatti, intanto grazie per le segnalazioni. Federico, raccontaci di te, della tua storia, di come sei nato e cresciuto come professionista e dove sei arrivato oggi; ci farebbe molto piacere seguirti in questa tua evoluzione.

F.P.: La prima cosa che penso è che io non sono arrivato da nessuna parte, penso che questo tipo di cammino sia comunque un’evoluzione e non c’è un traguardo, per cui se ho l’SSL sono arrivato mentre uno che non ce l’ha non lo è, ci tengo a precisarlo. La mia esperienza nasce fin da bambino: a 4 anni ho iniziato a suonare il mandolino, spinto dal nonno, poi il pianoforte e negli anni del Commodore 64 io ci avevo già collegato una piccola tastiera MIDI e all’età di 10-11 anni facevo musica con il computer, quindi nasce da molto lontano. Poi ho avuto un distacco piuttosto netto dalla musica e un riavvicinamento negli anni universitari in cui, grazie a un amico americano che aveva un sistema workstation Emu Darwin che permetteva di registrare 8 tracce in hard disk, una cosa avanzatissima per quell’epoca, con una tastiera elettronica Korg, un sintetizzatore e realizzava le sue basi, le sue canzoni, la sua musica insomma.

Questa cosa mi ha colpito molto e da lì, poco per volta, da una tastiera è nato uno studio di registrazione in casa: avevo trovato un Soundcraft Serie 200 in un negozio della zona che ho sistemato e messo in camera mia, era grande quanto il letto e già allora era come se tutto questo mondo in cui vivo oggi fosse già molto evidente. Così nel giro di poco tempo mi sono trovato ad avere uno studio di registrazione al posto della camera da letto, con luci, faretti, mobili e nell’angolo c’era il letto, mentre l’armadio era fuori dalla stanza, e da lì sono arrivate le prime occasioni.

Nel 1999 ho partecipato, in veste di autore e arrangiatore di un brano, al Festival di Napoli, all’epoca presentato da Gigi Sabani, e di lì poi sono arrivate alcune occasioni. Ho iniziato a lavorare in uno studio pubblicitario, dove facevano solamente speakeraggi pubblicitari, e da lì è iniziato il mio percorso al Basement, nel senso che ho messo via i soldi che mi sono serviti per sistemare quella che era la cantina di casa che, fortunatamente, è abbastanza grande, perché si parla di circa 60 m² per accogliere un’attività, nel bene o nel male. Ho iniziato con due sale, l’evoluzione di quello che avevo in camera, passando da un unico ambiente a due ambienti separati, poi è arrivato il terzo e il quarto perché il lavoro negli anni è cresciuto. La svolta può essere stata quella del 2003, quando è arrivata una telefonata da mio fratello, che vive e lavora negli Stati Uniti  come coreografo, a New York: mi chiese di scrivere le musiche per il suo primo spettacolo americano, e non ero il solo, perchè lui, in qualità di coreografo della compagnia, doveva sottoporre alla direzione artistica determinati soggetti.

C’erano altri compositori,  altri progetti, c’era Phlip Glass, grande compositore americano, che era al top delle preferenze della direzione artistica. In quel momento io smisi la mia vita per quindici giorni, mi rinchiusi in studio a scrivere e ne uscì il nostro primo spettacolo, sicuro anche del fatto che due fratelli a New York erano un argomento interessante sia per l’America, che incarnava in questa storia il sogno americano, cioè che tutti possono effettivamente avere una possibilità, sia per l’Italia perché l’eco della storia dei due fratelli che, da Vicenza, prendono e vanno all’arrembaggio a New York fosse molto forte come cosa. Questo spettacolo arrivò anche in Italia.

F.N.: Ma tu hai scritto proprio lo spettacolo?

F.P.: Ho scritto le musiche, si intitola Solitude e adesso fa parte del repertorio della compagnia, la New York Theatre Ballet; fu un’esperienza che di sicuro cambiò le cose perché mi diede molta visibilità in Italia, oltre a quella che ho avuto anche negli USA. Qui abbiamo anche questo fattore per cui, se qualcuno arriva dall’esterno, sembra che valga, più che il contrario.

F.N.: Nemo profeta in  patria..

F.P.: Esatto, è sempre così. Ci furono altri due spettacoli e da lì iniziarono a considerare me, che sono autodidatta in tutto e ho studiato  Giurisprudenza, quindi nessuno mi ha insegnato; l’ho imparato facendolo, studiandolo a posteriori e poi avendo un confronto con chi, questo lavoro, lo fa e meglio di me e da sempre insomma, per questo dico che non sono arrivato da nessuna parte

Da lì poi sono seguite altre collaborazioni importanti: ho lavorato nel mondo del cinema, per vari film; ho avuto la fortuna di scrivere per Ermanno Olmi, che ha usato anche delle mie musiche nei film più recenti, poi, dal punto di vista dello speakeraggio, ho lavorato nel mondo dei videogiochi per le piattaforme più comuni, forte dell’esperienza avuta sulle voci; poi ho la collaborazione con  Patrizia Laquidara che, come sai, è stata qui fino alle 5 di questa mattina per un nuovo disco. Quindi posso dire di aver lavorato con registi pluri premiati, in produzioni americane come compositore, registro dischi che ricevono premi e che sono importanti per il contenuto di questi premi:  le soddisfazioni sono tante e, per i tempi che corrono, mi viene da dire che il vento è in poppa.

F.N.: E’ incredibile questa cosa perché, di solito, io parlo con tutti gli altri ospiti  che dicono: “C’è la crisi. Siamo messi malissimo”. Sentire una persona che, invece, lavora può essere di stimolo.

F.P.: Io lavoro tanto.  Attenzione! Posso dire che ho il problema opposto come modo di dire però lavoro tanto perché, secondo me, oggi essere produttori 3.0 significa lavorare al livello più alto possibile in vari settori. Il “successo” di questa mia avventura, che dopo 15 anni è ancora viva, ed è progettuale quindi molto varia, sempre cose nuove, sta nel fatto che, fondamentalmente, in un solo luogo si possono trovare molte competenze che sono supportate da anni di esperienza a livello molto alto. Senza che voi lo sappiate ci sono delle pubblicità nazionali che, da molti anni, hanno le mie musiche, esattamente come ci sono dei film che voi vedete in cui c’è il mio nome nei titoli di coda.

F.N.: Qualche nome possiamo farlo, anche se facciamo pubblicità non avremo il gettone ma ci fa piacere sapere dove hai collaborato, se ti va di dirlo.

F.P.: Non mi va di dirlo, non perché voglio mantenere un segreto, però non mi piace farmi pubblicità in questo modo. Tutti i giorni passano, attraverso le vostre orecchie, degli spot, o delle pubblicità che io faccio e se voi cliccate il mio nome su Google vedrete le collaborazioni  più significative che mi riguardano, perché sono molte e quindi nominare qualcuno significa non nominarne altri. Non vorrei mai dover dire: “Ah mi son dimenticato di quella cosa ma ne ho detta un’altra”. 

F.N.: Capisco. Andremo su Google a cercare il tuo nome. Tra tutti è un bel tipo di problema questo!

F.P.: A volte mi è capitato, facendo delle interviste, alla fine ti accorgi che hai nominato tizio e ti sei dimenticato di caio, che poi legge e dice: “Ma perché non ci sono?”  A volte capita.

Patrizia Laquidara e Federico Pelle

 

F.N.: Ok se tu sei d’accordo, iniziamo ad addentrarci nel discorso e andiamo a vedere come si è evoluta la produzione musicale. La domanda che sto facendo  a tutti è: “Secondo te oggi, una band, un artista, chi ha talento e vuole emergere nel panorama musicale lo può fare? E se sì, come?

F.P.: Se avessi la risposta pronta sarei sempre in tour con qualche produzione in tutto il mondo. Io parto dal presupposto che chi fa musica lo deve fare per sé, perché si diverte e non ci deve essere nessun altro tipo di finalità se non quella del divertimento puro; solo così si può trovare la porta che apre i corridoi, altrimenti se è finalizzata non ci arrivi, sarebbe come dire: “Ho deciso che voglio trovare la ragazza. Ho deciso che mi voglio innamorare”. È la stessa cosa, non è che lo decidi tu, succede e basta. Certo, se stai chiuso in camera tua, nello studio tutto il giorno, non la troverai mai. È chiaro che devi uscire, devi conoscere, devi darti da fare in tutti i modi, allora a quel punto, quando non te lo aspetti, succede qualcosa. Se sei pronto, saprai cogliere l’occasione, altrimenti passerà, magari senza che te ne accorgi.

Oggi vedo che chi fa musica la fa perché vuole avere una chance, non tutti, ma molti vogliono avere una chance di arrivare; non mi considero arrivato nemmeno io che di cose ne ho fatte. Continuo a fare musica perché mi piace, mi diverte; quindi un piccolo punto critico che faccio alle band, se me lo concedi, è quello di non aver capito che registrarsi non significa escludere l’esperienza di studio perché, se ci pensi, i grandi progetti discografici che tutti noi portiamo come esempi storici di registrazione o di creazione musicale sono sempre nati negli studi, e da collaborazioni tra persone che li frequentavano.

Lo studio è un luogo in cui la creatività è amplificata perché ti trovi in un contesto diverso da quello al quale sei abituato, quindi la band che si registra nel garage e che non ha il confronto col tecnico del suono e altri musicisti che frequentano lo studio, in che modo possono crescere? In che modo le solite 4 teste che hanno sviluppato l’arrangiamento, fanno le date all’esterno nei locali possono capire realmente il punto in cui sono arrivati? È un punto molto dolente, secondo me.

F.N.: E’ necessario il confronto dici? Con personale qualificato?

F.P.: Assolutamente sì, ma non solamente con il fonico, quello che fa rec e play ed utilizza il mixer, perchè oggi, secondo me, è una figura che è rimasta solo in ambito live o  broadcast, perché ciò che si domanda a uno studio di registrazione è la partecipazione artistica della progettualità musicale. Questo è ciò che succede, ed è la figura che ha caratterizzato, da sempre, i fonici americani che, fondamentalmente, sono anche produttori, cioè mettono il becco, mettono parola su quello che è il nucleo musicale che stanno trattando in quel momento, ed infatti si è sempre detto che il fonico è l’elemento in più della band.

Questo in  Italia, non è ancora molto chiaro, a tal punto che, secondo la mia esperienza, oggi i gruppi si comprano i computer e la scheda audio e fanno quella che è la sacrosanta pre-produzione; io sono sempre pronto a supportare ed aiutarli nella scelta di computer, scheda, software, e a come fare determinate cose, ma hanno sostituito questa cosa con la produzione, questo è lo sbaglio.

F.N.: Mi pare di capire che l’errore macroscopico non sta tanto nella scelta delle attrezzature tecniche da utilizzare ma nel fatto che, facendo così, viene a cadere il confronto con i professionisti. Più lavori su SSL o sul Logic va bene, però ci deve essere il confronto. Giusto?

F.P.: Assolutamente sì, perché? Perché se tu fai un riff di chitarra e non ti rendi conto che quel riff è, ad esempio, nella stessa ottava del cantato e quindi risulta in qualche modo fastidioso, un orecchio esterno ti dice: “Guarda che qui stai lavorando sulla stessa ottava del cantato, ma anche il pianoforte è lì. Oppure le tastiere hanno l’ottava bassa che si batte col basso”. Cose che sono la base di tutto, però se non ne hai coscienza, purtroppo permane la limitazione, quindi non capisci se quello che stai facendo è davvero ad un certo livello o no. Quindi, il risultato è, a mio avviso, tutto un po’ piatto. Se si ascoltano le produzioni inglesi o americane fanno paura, perché c’è un enorme spirito di confronto, soprattutto a livello di band. Parlo di band, non parlo di altre categorie di musicisti, sono proprio un altro pianeta.

F.N.: Questo non dipende, quindi, dalle attrezzature. Mi confermi questo?

F.P.: Non  dipende dall’attrezzatura perché io qui ho un SSL ma ho anche un MBOX 3, ho una DIGI 003, ho una IMAC, ho cose che hanno tutti.

F.N.: Ma non è che tu registri l’SSL sulla 003, giusto? Hai anche un altro sistema di registrazione?

F.P.: No, certo. Ho anche Pro Tools HDX 

F.N.: Questa discrepanza di attrezzature non è che ci allontana troppo dal poter raggiungere degli obiettivi professionali da un punto di vista sonoro.

F.P.: Assolutamente no. Io ho fatto dischi di classica con la DIGI 001 o la DIGI 002, che sono stati premiati per la qualità sonora. Il problema, Francesco, è questo: le persone, a causa del marketing, si sono abituate a sentire e ad ascoltare con gli occhi, per cui l’SSL è figo, fa figo e quindi lo studio è di livello mondiale. Non ce l’hai? Non sei uno studio. E questo è sbagliato.

F.N.: Diventa praticamente un pezzo di comunicazione l’SSL o l’outboard.

F.P.: Assolutamente sì, perché se pensi che io l’SSL ce l’ho da un anno e dal suo arrivo i miei contatti su Facebook sono aumentati di circa 1200 unità, con amici che sono tra i fonici più bravi in Italia, alcuni hanno prodotto dischi di livello mondiale, che hanno vinto premi, e ho aperto collaborazioni con persone di cui non mi sarei mai aspettato nemmeno di avere il numero di telefono, e invece mi chiamano per chiedere consigli. All’inizio pensavo che mi prendessero in giro, se ti devo dire la verità, quindi un po’ mi fa ridere questa cosa: in pratica sarei diventato bravo perché ho un mixer, ed è una cosa che un po’ fa ridere.

F.N.: Beh è confortante, quindi basta un mixer per diventare bravo?

F.P.: Serve perché gli altri lo pensino. Dopo c’è una responsabilità più grande, e questo lo dico senza falsa modestia, non è che io sia un grande fonico, non ho delle doti particolari, o dei segreti non svelabili, credo di essere né migliore né peggiore di tanti altri; cerco però di seguire una cosa che è “il segreto del successo”, cioè seguire ciò che mi piace, questo è fondamentale. Io non devo dire a qualcuno: “Un pezzo si fa così perché questi sono i canoni. A un minuto deve arrivare il ritornello perché, altrimenti, non te lo passano in radio” o “Devi avere questo aspetto perché altrimenti non vai in televisione”. Capisci?

È aberrante come discorso. Ci sono persone che fanno questo o che lo pensano, ed è triste. Io considero il talento delle persone come un dono unico, che nella sua unicità va canalizzato o portato ad un livello più alto ma non deve essere trasformato: va accompagnato, sostenuto, e va capito. Io non devo trasformare niente e nessuno perché la trasformazione fa sì che, in radio, si ascoltino canzoni che sono tutte uguali a se stesse, e le band  ricalcano quello schema perché sperano che così, un giorno, tocchi a loro.

F.N.: Invece questo non è il metodo corretto secondo te? L’approccio giusto qual è?

F.P.: L’approccio giusto, secondo me, è cercare la propria personalizzazione, perché quando tu giravi la manopola della radio ti bastava un secondo tra una stazione e l’altra per capire che quello era, che ne so, Jovanotti, perché è talmente caratteristico che te ne accorgi subito, è il suo modo, e se pensi a una canzone di Jovanotti cantata da qualcuno con una voce più intonata della sua non è bella come quando viene cantata da lui, anche se non è perfettamente intonato:  questo funziona perché ha saputo e hanno saputo lavorare sulla sua originalità, ed è questo che manca.

Poi purtroppo il discorso è molto ampio, perchè dobbiamo tirare in ballo anche ciò che il pubblico chiede o ciò che i locali vogliono “vendere” per passare da una a 10 birre vendute la sera, e allora via di cover band. Io, purtroppo, sono un accanito produttore che si scaglia contro le cover  e le tribute band perché in Italia, non all’estero, hanno ammazzato un mercato, lo hanno appiattito. Io ho studiato a Modena, sono emiliano, di Parma, e una cosa che mi ha sempre impressionato è che qui in Veneto i locali hanno sempre proposto serate fatte di Karaoke , di cover o tribute band,; negli anni in cui studiavo a Modena e si andava ad ascoltare qualcuno,  era sempre qualcosa di originale, non c’era qualcuno che cantava e si vestiva come Vasco Rossi perché, risposta di ragazzi di 20 anni: “Se voglio sentire Vasco mi compro il disco. Ho il cd a casa e mi ascolto il cd. Perché devo andare a sentire uno che lo imita?”.

Concettualmente io trovo che sia un aberrazione, si fa una fatica enorme per imparare a suonare uno strumento, per costruirsi un set up e poi quello che fai è una cover, neanche una tua reinterpretazione, cosa che sarebbe di altissimo livello, perché è quello che succede nella musica jazz con gli standard che ogni volta vengono reinventati da chi li suona: per cui Autumn Leaves è sempre diversa, e rinasce ogni volta, e accade anche con l’interpretazione della musica classica, perché è l’interprete che dà nuova vita compositiva al brano mentre, nella musica pop, la cover è identica all’originale. Perdonami ma mi pare un talento sprecato; io sono infastidito nei confronti di chi ha il talento e lo usa per fare musica di altri, copiandola.

 

Federico Pelle: The Basement Recording Studio, Vicenza

 

F.N.: Qualche giorno fa  ho registrato un’intervista assieme a Tino Silvestri. Lo conosci?

F.P.: Tino Silvestri è un un discografico che ha lavorato per tantissimi anni, ha oltre 30 anni di esperienza all’interno di Warner Italia fino ad arrivare ai vertici, insomma, della gestione del panorama artistico e di altri aspetti tecnici che io, forse, non sono stato così bravo a capire, è uno che è ben “dentro” nel settore.

F.N.: Il punto di vista che mi ha portato lui è: “Ok è vero, però non dimentichiamoci che ad esempio, nel caso dei network delle radio, loro testano l’indice di gradimento continuamente”. L’indice di gradimento, significa statistiche, un sacco di persone che ascoltano e danno la loro opinione, e test prodotti in maniera “scientifica” per dimostrare che il gusto medio del pubblico radiofonico di oggi è sempre spostato a favore di quelli che sono i successi del passato. Tra l’altro si tratta di un’intervista che rimane proprio all’interno del circuito dedicato ai nostri allievi, è un regalo speciale che abbiamo fatto a loro. La sua visione  dice che il pubblico decide quello che l’industria discografica deve creare, per cui una radio che negli anni ’70 poteva permettersi di promuovere sempre dei nuovi artisti e delle nuove band, oggi non lo può fare perché gli indici di gradimento dicono che è una mossa sbagliata. Ecco tu, a questa riflessione, cosa rispondi? Sempre che io sia stato così bravo da riuscire a riportartela nella sua sintesi.

F.P.: Rispondo con una domanda: il pubblico ascolta ciò che i network trasmettono. Domandati che cosa trasmettono i network e abbiamo la risposta.

F.N.: Ok. Una risposta caustica..

F.P.: È caustica perché il concetto di libertà radiofonica, soprattutto dei grandi network, non esiste più, non esiste una libertà di trasmissione. Le radio più piccole devono conformarsi a quello che i grandi network passano loro in lista, e quindi tu hai voglia di lasciare il cd nella radio locale? Non te lo passano se non nel momento in cui ti intervistano, ti sentono 1.000 persone del bacino di utenza  e la tua esperienza radiofonica finisce lì. Questo mi fa ragione sul fatto che lui dica che si ascoltano i successi del passato. Perché quali sono i successi di oggi? Morti i grandi, chi sono gli altri? L’ultimo grande che conosco è Samuele Bersani, che ha vinto 2 volte il premio Tenco come Fabrizio De Andrè, ma se parliamo di cantautorato chi c’è? Oggi, e non sto scoprendo l’acqua calda, il mercato è pieno di ciò che arriva dalla televisione, che non mi sembra il luogo più libero per esprimere il proprio talento musicale in questo caso.

C’è una cosa che è successa, l’avvento di internet, e mi fa molto piacere,  molte cose stanno succedendo grazie ad internet, perché è un luogo meno controllabile, quindi non mi fido molto delle statiche di chi dice che l’indice di gradimento punta ad esempio su Emma, perché a parte lei, chi viene fatto ascoltare in radio, in Italia? In Francia la legge del 70%, per cui la musica diffusa attraverso radio e televisioni deve essere prodotta, realizzata, registrata in Francia o avere componenti francesi all’interno, ha fatto sì che, da un giorno all’altro, la discografia abbia iniziato a cercare i talenti. Perché è chiaro che lo strapotere di chi è già famosoo o è già distribuito a livello mondiale surclassa il piccolo autore, il compositore, la band o l’artista locale che sta nascendo.

Molte volte porto l’esempio del passato anche se oggi non sarebbe più possibile: Claudio Baglioni all’epoca, si parla degli anni ’70, firmò un contratto per 3 album e 5 anni con la RCA, e “Questo piccolo grande amore” era contenuto nell’ultimo disco, dopo 5 anni di presenza in studio a registrare, provare, e ad arrangiare con Antonio Coggio, il suo arrangiatore dell’epoca, ma fu all’ultimo disco. Oggi non stampano più neanche un LP perché tanto non serve, non si venderebbe. Quindi sai, il mercato discografico è il mercato che si basava su un prodotto, che è il disco, che oggi non è più così importante, per cui mi fa un po’ ridere che ancora il network, la Major, si incaponiscano in alcune posizioni  perché il mondo è dall’altra parte del fiume rispetto a quello che era solo 10 anni fa, quindi dovrebbe esserci proprio un cambiamento totale.

F.N.: Ti punzecchio ancora un attimo perché è divertente sentirti rispondere così. Una persona che conosco sostiene la tesi per cui negli ultimi 50 anni è stato discograficamente prodotto quasi tutto lo scibile umano musicale. C’è spazio ancora per delle nuove proposte però non c’è, secondo lui, una gran possibilità di innovazione come c’era negli anni ’70-’80.

F.P.: Sono totalmente d’accordo con lui, assolutamente. Anzi nutro sempre profonda stima per chi ammette questa cosa, veramente profonda stima perché è reale, è vero, non si può nascondere. Questo perché è fondamentalmente, ed è un discorso che io spesso faccio per capire il mondo in cui viviamo: tu non puoi pensare di vendere un prodotto se non capisci le regole del mercato in cui ti trovi ad operare, quindi non si può più pensare di vendere il tuo ‘prodotto band ‘ come si faceva 10-15 anni fa: le regole del mercato sono cambiate. E oggi chiunque ha un computer è un “produttore” perché basta installare un programma e tutti fanno musica. Così è successo che l’accesso alla musica è per tutti, vai su You Tube e ti puoi ascoltare mesi di musica senza mai tornare sullo stesso brano.

Quindi rispetto a mio papà, che tornava a casa il pomeriggio, e guai a chi osava accenderlo, perché potevi rovinare la puntina Shure dell’epoca, e cioè era un momento di vita importante all’interno della giornata, quindi silenzio tutti che papà sta ascoltando. Oggi è un continuo dire: “Abbassa che non sento!”, c’è musica ovunque. Quindi, e lo dico da uno che ci vive e compera i dischi, la musica: perché dovrei ancora comperare se è una cosa che potrei avere gratis? Questa è fondamentalmente la cosa che ha fregato la discografia: non lo hanno voluto capire perché uscivano da un periodo d’oro in cui in un giorno tu passavi da 0 a essere miliardario, quindi è impossibile rinunciare a questa cosa, la possibilità era troppo allettante. E’ chiaro che poi, nel momento in cui cambia il mercato, se tu non ti adatti velocemente rimani schiacciato e stritolato.

F.N.: Ma un’innovazione musicale è ancora possibile secondo te, o è già stato scritto quasi tutto?

F.P.: Sarebbe presuntuoso.

F.N.: Tino Silvestri dice: “Sì ma ok, mandiamo delle novità” Ma quali sono queste novità? In definitiva, secondo me, sono dei titoli nuovi ma la musica è sempre la stessa, alla fine.

F.P.: Sì, ha perfettamente ragione. Porto un esempio di gruppo che io ho prodotto, che sto producendo, Le maschere di Clarauna band che ha una eco internazionale, e ci stanno portando delle soddisfazioni insperate. Nel loro album di esordio, registrato in garage e che credo fosse la peggior cosa che abbia mai sentito nella mia vita, c’era il seme che faceva capire che sarebbe germogliata una pianta sana e robusta. E cosa mi ha colpito? Il fatto che loro mescolassero la loro formazione classica, sono tutti diplomati in conservatorio, con il rock, per cui non c’è la chitarra elettrica ma c’è il violino elettrico che, nell’ultimo disco, è addirittura un violino acustico processato successivamente, con i microfoni che mandano un segnale del violino acustico direttamente agli amplificatori: questo si chiama progressive, esisteva già, solo che oggi è difficile che ci sia una chiave di lettura ulteriore di una cosa che esiste da 40 anni. I ragazzi non hanno inventato niente, solo che portano citazioni, rimescolano elementi che già ci sono nella loro visione creativa ed è questo che non mi stancherò mai di dire:

Band, dovete fare quello che è nel vostro Io. Non importa che lo ascolti una persona o lo ascoltino un milione di persone, ma è quello che avete dentro di voi che vi da la possibilità di uscire, quindi non dovete cercare l’ispirazione “all’esterno” copiando, ma prendendo spunto da ciò che fanno gli altri lo incamerate, lo rielaborate, lo resettate e, a quel punto, sarà la vostra originale interpretazione di una cosa che avete dentro”. Così si sviluppa il talento, secondo me.

F.N.: Benissimo. Un’ultima domanda prima di chiudere la prima parte della nostra intervista, diamo compimento alla domanda che ti avevo fatto prima: come fa una band o un artista ad emergere, secondo te? C’è una scaletta, ci sono alcune cose che deve fare, secondo il tuo punto di vista; qualsiasi cosa va bene oppure ogni artista è differente?

F.P.: Ma no, io credo che le band debbano essere molto attente a come utilizzare i mezzi potenti che oggi sono a disposizione “gratuitamente” per tutti. Per cui uno strumento come You Tube è fantastico perché è una televisione, fondamentalmente. È chiaro che, come mi capita di vedere, se si mettono delle cose provvisorie, dei mix fatti male, dei video non particolarmente di impatto o curiosi, è chiaro che ti perdi nel mare magnum del mondo di internet. Quindi, secondo me, servono video intelligenti, il reale trasferimento della propria personalità in musica, quindi molta sincerità comunicativa, secondo me sono elementi che aiutano. Per cui, saper utilizzare molto bene gli elementi che oggi sono a disposizione gratuitamente per tutti.

F.N.: Ok, quindi comunicare all’esterno insomma, non tenere il disco nel cassetto.

F.P.: Sì anche perché musica significa comunicare, nel gergo e nell’accezione più antica non è altro che un modo che l’uomo ha trovato, oltre al linguaggio, per comunicare . Quindi è anche superfluo dirlo,  se io suono uno strumento è perché ad un certo punto desidero comunicare qualcosa a qualcuno. Non bisogna tradire il proprio talento: questo, secondo me, è il segreto del successo, perché prima o poi arriva, ma il talento richiede una grande capacità di sacrificio, un’altra cosa che ho riscontrato non andare di pari passo con la voglia delle band di cambiare la loro vita.

Sai quante volte è capitato di dire a qualcuno che vedevi così, come dire?, attaccato al sogno: “Ok guarda, dopodomani devi andare in  Puglia a fare una data”. E poi ti senti rispondere: “Eh no ma ho il lavoro, no, ho la morosa, no ma come faccio? in Puglia? Ma fin là?” Allora di che parliamo?

F.N.: Chiarissimo. Allora, salutiamo i nostri amici, coloro che ci seguono dall’esterno, e rimaniamo con i soli allievi di Recording Turbo System. Se non sei iscritto puoi iscriverti adesso andando su www.recordingturbosystem.it. Potrai seguire questa intervista e tutte le altre del ciclo Summer Productive e seguire anche moltissime ore di tutorial introduttivi al mondo de recording. Ciao Federico. Grazie ancora per essere stati con noi. Ci vediamo dall’altra parte.

F.P.: Ciao Francesco, ciao a tutti. Grazie a voi.

 

 

 

 

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