Giovanni Boscariol: come diventare un musicista professionista


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, Ciao da Francesco Nano di Scuolasuono.it.

Giovanni Boscariol: Buongiorno.

F.N.: Ciao. Abbiamo con noi, in questo momento in conversazione Skype, Giovanni. Ciao Giovanni Boscariol. Ciao.

G. B.: Buongiorno Francesco. Buongiorno a tutti.

F.N.: Che piacere averti con noi, fare una bella chiacchierata con te da musicista ricco e famoso.

G. B.: Beh assolutamente, assolutamente. C’ho la Ferrari parcheggiata qui fuori. Dopo…

F.N.: Dopo ce la fai vedere. Va bene?

G. B.: Andiamo a Cortina a mangiare, va bene?

F.N.: Va bene. A mangiare pesce. Ok. Allora Giovanni Boscariol io, adesso, ti farò parlare direttamente, insomma, sentire da te quali sono state un po’ le tue esperienze nell’ambito musicale. Ovviamente faremo un riassunto della tua carriera lunghissima. Posso solamente introdurti dicendo che sei un tastierista che lavora molto, che sei un turnista, fai dischi e tournée con personaggi di calibro nazionale e internazionale. Hai fatto moltissimi Sanremo, se non ho capito male nove, e tante altre trasmissioni televisive. Evidentemente, ci sarà un perché se ti chiamano tutti questi personaggi. Detto questo, ti lascio la parola. Ci piacerebbe sentire un po’ qual è stato il tuo percorso professionale fino ad oggi, per sommi capi.

G. B.: Eh sì. Questa è una domandona perché quando hai 20 anni hai poco da dire o non lo vuoi dire. A 44 un po’ di acqua sotto i ponti è passata e un po’ di cose le ho fatte. Però a te interessa l’aspetto proprio del mio lavoro, quindi la mia carriera professionale?

F.N.: Sì, diciamo una mini biografia insomma, per farci capire con chi stiamo parlando, ecco.

 

 

G. B.: Fondamentalmente faccio il musicista nel senso che suono le tastiere, il pianoforte e l’Hammond che è uno strumento che mi è rimasto appiccicato addosso dagli studi di organo che ho fatto. Ho iniziato a lavorare professionalmente nel 1991, periodo nel quale ho vinto la borsa di studio per frequentare la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale a Saluzzo che, al tempo, era un po’ diversa e non vi era, come adesso, una divisione tra arrangiatori, musicisti e sound engineer. Nei primi anni era pensata come un’Università ed era finanziata dalla Comunità Economica Europea, il corso durava quasi il doppio e si trattava di un percorso di laurea molto concentrato, nel senso che in un anno e mezzo ti dovevi proprio dar da fare. Era aperta, appunto, a musicisti, sound engineer, arrangiatori e quant’altro e quando uscivi avevi un’infarinatura globale su tutti questi aspetti.

La cosa più importante però è che per concludere il percorso di studi, dopo un periodo di stage formativo, dovevi dare la tesi. Questo stage formativo io ho avuto la fortuna di farlo in uno studio di registrazione che, all’epoca, forse, era lo studio che lavorava un po’ di più in Italia, si chiamava Condulmer Recording Studioe si trovava tra l’altro qui vicino. Io adesso sono a Mestre, qua, nel mio studio, e il Condulmer era vicino a Treviso.

Ho frequentato per tre mesi lo studio da studente. Loro infatti accettavano di avere degli stagisti che vivevano in studio per tre mesi facendosi l’esperienza che poi, di fatto, nelle scuole un po’ manca. A scuola può esserci sì l’esperienza data dall’utilizzo delle macchine presenti all’interno dell’Istituto e quant’altro, ma è un’altra cosa poi lavorare con artisti, produttori, musicisti, gente che non è interessata al tuo percorso di studi e che ti tratta come devi essere trattato: da lavorante. Ovviamente questo rappresenta, secondo me, una parte molto importante di un processo educativo. Di conseguenza io ho frequentato per tre mesi questo studio.

Ovviamente non sono arrivato lì da arrangiatore, musicista, programmatore o quant’altro ma da galoppino. Figurati mi han fatto fare di tutto! Andavo a lavare la macchina al fonico! Ho fatto miliardi di caffè, the di qualsiasi tipo, sistemavo chilometri di cavi. Poi questo studio era situato all’interno di un campo da golf, assieme ad un piccolo appezzamento di terreno di pertinenza, piccolo… saranno stati 2000 m² e bisognava anche tagliare l’erba. Insomma, mi sono fatto tre mesi belli densi, belli operativi, Natale, Pasqua… di tutto, qualsiasi cosa.

E’ anche vero però che, in quel periodo, ho toccato con mano cosa voleva dire lavorare in studio e quei tre mesi di stage, grazie a una proposta di continuare la collaborazione, dopo aver continuato gli studi, sono diventati quasi tre anni e alla fine, in quello studio ho lavorato, ho partecipato a dischi di Sade, Simply Red, Vasco Rossi… giravano un po’ tutti, Richard Barbieri e quant’altro… adesso nemmeno li ricordo tutti.

F.N.: Non vorrei sbagliarmi. Era lo studio di Sandro Franchin questo?

G. B.: Esatto. Franchin era il mio capo, era il chief engineer quindi era il sound engineer di riferimento dello studio e io facevo il suo assistente. Ero l’assistente di Sandro e da lui ho imparato un miliardo di cose perché Sandro comunque, come tutti i fonici bravi e preparati della sua generazione ha una cultura sul campo dalla quale noi, e ti parlo di 20 anni fa, eravamo proprio distanti. Adesso non ne parliamo. Adesso l’unica interfaccia utente che c’è tra un musicista, un sound engineer e il mondo dell’audio spesso si rivela essere il monitor di un computer.

 

 

Una volta non era così. Lavorare vicino a Sandro mi è servito proprio tanto. Anche se io ero più un musicista e lui era più un sound engineer il bello di lavorare con lui è che si era formato un team molto buono: lui si occupava, ovviamente, da chief engineer, di tutti gli aspetti, quelli più tecnologici, tecnici, del lavorare in studio quali appunto microfonaggio, mixaggio, etc, io, cominciavo a traghettare l’audio dall’analogico al digitale quindi a integrare il computer a tutto cioè che erano nastri, registratori, dapprima con le sequenze M.I.D.I., subito dopo con l’editing dei nastri con i primi sound tool.

F.N.: Stereo?

G. B.: Sì.

F.N.: Quindi editing stereo.

G. B.: Sì c’era la D/A con l’s30. Mi ricordo che ho venduto la macchina per comprare il computer, quella volta. Eh sì, e a lui, ovviamente, essendo quella una parrocchia che aveva coltivato poco, già talmente impegnato e preso dalla gestione dello studio, gli si è rivelata comoda e funzionale la mia presenza in quel determinato frangente. Si può proprio dire, come spesso si dice: “E’passato il treno e io ero lì e sono riuscito a salirci”.

Quindi, ecco, ho iniziato lì. Poi, tutti i personaggi che giravano di là si sono trovati, evidentemente, bene e hanno cominciato a chiamarmi anche quando poi andavano in altri studi. E tra l’altro lì Sandro si è rivelato una persona molto onesta, nel senso che, alle prime proposte che ho avuto di lasciare lo studio per lavorare con artisti che, comunque, erano stati là, lui non mi ha detto: “No, assolutamente devi stare qui”. Non mi ha fatto pesare il fatto che…

F.N.: Che ti aveva formato…

G. B.: Anzi! E’ stato lui a dirmi: “Ma scherzi? Ma vai di corsa perché è così che funziona: c’hai delle proposte? prendile…” Lì ho cominciato a lavorare. Mi ricordo uno dei primi lavori che mi hanno chiamato a fare extra Condulmer. Già avevo lavorato con Allan Goldberg, produttore della Pianta del tè di Fossati e di Crêuza de Mä De André, un grandissimo sound engineer. Aveva una produzione internazionale da fare presso un altro studio e mi chiamò dicendomi: “Guarda io ci terrei venissi tu alle tastiere, alle programmazioni”. Era un gruppo interessante, c’era Richard Bona al basso ricordo, Jean-Michel Pilc al piano, un super gruppo, e io mi ritrovai in mezzo a questi personaggi. Da lì poi è iniziata la faccenda.

F.N.: Comunque mi piacerebbe puntualizzare che con Sandro si può ancora lavorare perché lui ha un altro studio, si chiama X Land studio. Gli facciamo un po’ di pubblicità perché se la merita tutta.

G. B.: E cavolo ci mancherebbe.

F.N.: E’ uno dei più forti.

G. B.: Un grandissimo, un grandissimo sound engineer, voglio dire, ci mancherebbe. E quindi ecco io devo molto a Sandro, nel senso che poi, sai com’è? Quando lavori con una persona prendi da un punto di vista tecnico ma prendi anche molto da un punto di vista umano. Diciamo che io ero un bambino quella volta perché c’avevo venti… cosa avevo? Ventiquattro anni anni e magari avevo una buona preparazione da un punto di vista formale, teorico ma, da un punto di vista umano e gestionale del lavoro in studio, rapporto musicisti e fonici non sapevo assolutamente nulla.

Ho trovato molto intelligente la scelta, da parte di un Istituto scolastico, di integrare nel percorso, appunto, di studi di un musicista, di un arrangiatore o di un aspirante musicista, aspirante arrangiatore, l’esperienza sul campo per capire come funzionano le cose. Perché vedo che, comunque, condividere è sempre la cosa migliore, in un senso o nell’altro, ed è una cosa che, secondo me, si è un po’ persa, ultimamente. La tecnologia ha un’arma a doppio taglio: quella di metterti a disposizione moltissime risorse che, ai nostri tempi… mi sembra di parlare del secolo scorso! Beh no, un pochino sì… era il secolo scorso!
F.N.: Anche il millennio scorso.
G. B.: Sì, queste risorse sono un’arma a doppio taglio perché tendono un po’ a chiudere le produzioni in capo a un’unica persona. Un po’ per problemi di budget, un po’ per una questione culturale, credo. Una volta la musica era condivisione. Per quanto mi riguarda lo è ancora, nel senso che è fondamentale la condivisione. Adesso si tende un po’ a chiudersi all’interno del proprio computer, un paio di cuffie, e fare musica da soli. Secondo me quello è un limite. Quindi, ecco, tu hai una scuola o comunque hai a che fare con i ragazzi e quant’altro e il primo consiglio di questa chiacchierata informale è quella di far condividere il più possibile tra loro tutte le esperienze che vengono fatte perché, personalmente, le cose che ho imparato, e che continuo ad imparare tutt’ora, in modo più profondo, son quelle che vivi con altre persone.

Quello che impari da solo diventa funzionale poi nel rapporto con le altre persone ma, alla fine, secondo me condividere è sempre la cosa più importante. E quindi, ecco, da lì è partita poi tutta la faccenda. Mi hanno chiamato in tour con i Pittura Fresca negli anni d’oro. Ero il tastierista e quindi ho fatto tutto con i Pittura Freska, poi sono partito con la Mannoia con la quale ho continuato un rapporto decennale, collaborato con lei fino a pochi anni fa ho. Ho suonato con con Baglioni con il quale ho fatto molti tour, molti dischi, molti lavori, poi Renato Zero, Grignani, Elisa. Ho lavorato molto con Elisa che è delle tue parti no. Tu sei triestino?

F.N.: Sì, sì vabbé siamo attaccati, in realtà.

G. B.: Eh no ma i triestini… Non bisogna mai dire a un triestino friulano perché poi si offende. Mia nonna è triestina eh quindi so di cosa sto parlando.

F.N.: Quindi conosci le dinamiche?

G. B.: Sì. Adesso, per arrivare ai giorni nostri, sono con Cesare Cremonini e facciamo questo tour estivo, e poi vabbé un po’ di trasmissioni televisive. Sanremo, come hai detto tu… Insomma dai, non ci si annoia. Ci si da da fare.

F.N.: Tra l’altro, a proposito di Elisa, abbiamo intervistato Max Gelsi proprio qualche giorno fa. E’ interessante sentire queste storie insomma da voi che vivete la discografia di un certo livello. E vorrei chiederti: “Come si diventa un musicista ricco e famoso come sei tu?”. Ahahah….

G. B.: Ahahah… Diciamolo perché sembra… Allora, non tutti colgono l’ironia di questa cosa, quindi, magari la spieghiamo perché…

F.N.: Spieghiamolo. Spieghiamolo. Sì, sì, sì. Certo, certo.

 

 

G. B.: Quando ci siamo sentiti, un po’ di tempo fa, appunto, chiacchierando e cercando di creare un canovaccio che stiamo assolutamente non rispettando, e mi sembra anche giusto, di questa chiacchierata, era venuto fuori il discorso di quello che spesso mi chiedono i ragazzi. Io insegno al Conservatorio a Parma. Sono il docente di tastiere, c’è proprio una cattedra ordinamentale, da quest’anno, tra l’altro, di tastiere a indirizzo popular music al Conservatorio e quindi ho a che fare con un sacco di ragazzi. Insegno anche a Saluzzo, alla scuola che io ho frequentato tanti anni fa, adesso…

F.N.: Che, tra l’altro, è un’altra cosa che ci accomuna perché anch’io ci sono passato da là…

G. B.: Ah sei passato anche tu da…

F.N.: Sì ho fatto un corso estivo sul surround.

G. B.: Ah ottimo, ottimo. Sì…

F.N.: Bell’ambiente.

G. B.: Quella è una realtà che mi gratifica, da un punto di vista professionale, devo dire.

F.N.: E tra l’altro Mauro Cavalieri D’Oro ci ha aiutato per alcune lezioni sul midi, ed è anche un nostro amico, insomma.

G.B.: E’ stato qui la settimana scorsa guarda è passato…

F.N.: Ah, pensa te…

G. B.: E’passato a trovarmi. Sì, sì.

F.N.: Faremo un’intervista anche con lui, infatti.

G. B.: Eh be è stupendo Mauro. Un numero uno.

F.N.: E’ un grande.

G. B.: Eh sì, un grandissimo. Infatti lui si occupa della programmazione midi, io mi occupo della sintesi e della storia degli strumenti musicali elettronici. Sono corsi di 80 ore per classe, quindi sono due settimane piene, 8 ore al giorno.

F.N.: Bello tosto!

G. B.: E usciamo che io sono morto e loro anche perché io devo parlare come un pazzo e far vedere loro un sacco di cose e loro ad ascoltarmi… però vabbé… cosa stavamo dicendo? Mi sono perso.

F.N.: E è colpa mia che ti ho interrotto. Siamo finiti a parlare di Saluzzo che hai la cattedra… Sì, ok, al Conservatorio.

G. B.: Ah, no ti dicevo dei ragazzi. Stavamo spiegando ricco e famoso che cosa significava che è stata questa sorta di battuta che…

F.N.: Che abbiamo fatto…

G. B.: … che è uscita e tu hai avuto l’idea di pubblicizzare questa chiacchierata parlando di quello che mi chiedono i ragazzi. Mi è capitato molto spesso con ragazzi che aspirano, appunto, a fare i musicisti: loro non ti chiedono come si fa a diventare un bravo musicista, ti chiedono come si fa a diventare famosi.

F.N.: Per fare audience diciamo, dai.

G. B.: Ehm, sì, ti chiedono come si fa a diventare famosi. Questo è, secondo me, lo specchio di ciò che arriva agli occhi dei ragazzi da un po’ di tempo a questa parte. E’ una distorsione data così, da questa nuova realtà dei Talent o comunque di tutto ciò che deve essere portato più agli occhi che alle orecchie della gente. C’è un bravissimo arrangiatore, Marco Falagiani che ha scritto delle canzoni meravigliose, è stato produttore della Oxa, collabora con Fabrizio Moro, è veramente un grande musicista, lui mi ha detto una cosa che mi ha lasciato veramente il segno, un po’ di anni fa. Mi ha detto: “Guarda, noi siamo cresciuti con la musica e la musica era la colonna sonora della nostra vita”.

Io ricordo i miei anni, la mia adolescenza, quando ero ragazzo, io, dei dischi li ho fusi. Ancora adesso, se mi metti su dei dischi, io so i testi a memoria, in inglese. Adesso faccio un tour di 50 date con un artista, i testi non li so. E ci sono dei dischi di 30 anni fa che ancora adesso… mi metti su un disco dei Depeche Mode, so tutti i testi a memoria, dall’inizio alla fine. Da quante volte ho ascoltato, ho vissuto, senza capire minimamente cosa c’era dentro perché, figurati a 15 anni, a 16 anni ascoltavo e capivo che era bellissimo ma non sapevo bene perché.

Ma noi vivevamo la musica come colonna sonora. Adesso è diventato il sottofondo della vita dei ragazzi, cioè la musica non è più una cosa che accompagna la tua vita come una colonna sonora di un film. Adesso è lì. C’è musica sempre, comunque , in macchina, al supermercato, in ascensore. Ovunque c’è questa musica che, però, passa un po’così. Non ti lascia dentro niente e la tv sta facendo grossi danni, grossissimi danni, a mio avviso. Non tanto perché va demonizzato il fatto che la gente vada in tv, si proponga, ci provi, solo che è diventato l’unico modo. Io c’ho una figlia abbastanza grande, ha 15 anni, al giorno d’oggi un ragazzo da un punto di vista mediatico è bombardato di musica che non è più tenuta in considerazione come lo era una volta, secondo me.

Questo, ovviamente, fa sì che, agli occhi della gente, non sei bravo quando suoni bene: sei bravo quando finisci in tv. Ed è devastante. E i ragazzi che ti chiedono come fare a diventare bravi, per assurdo intendono come si fa arrivare in tv, a suonare in tv. Per loro l’importante non è mettere giù le mani bene sulla tastiera, o sul proprio strumento, ma è diventato mettere il muso in tv, magari fare anche un playback ma la gente ti vede e diventi figo, diventi cool, hai capito? Questo è il problema. Non è un granché eh…

F.N.: Però, paradossalmente, anche 30 anni fa insomma, se uno andava in tv diventava fico.

G. B.: Allora, io non sto dicendo che 30 anni fa era tutto rosa e fiori e adesso è tutto uno schifo. Anzi, se su Rai 3 c’è Bollani che fa un programma e poi nessuno lo guarda non è colpa di Bollani. E’ che nessuno lo guarda… che poi non è vero, tra l’altro è andato molto bene, da un punto di vista di audience, però, magari, è seguito meno di Amici  o di che cavolo ne so, di X Factor o di quell’altro, come si chiama? The Voice etc. E anche lì io non ho niente contro queste realtà, anzi, ben vengano, ormai la discografia è ridotta talmente male che se non c’è un minimo di indotto pubblicitario da queste trasmissioni alla fine uno fa una cosa e non sa manco come promuoverla.

Questo è il problema. Il problema è che è diventato l’unico modo, stanno investendo moltissimo, secondo me, nel tentare di inculcare nei ragazzi che l’unico modo per far successo sia questo… E cosa vuol dire fare successo? Per me un successo è quando, alla sera, sono riuscito a suonare una cosa come dico io. Poi se questa cosa mi dà soldi per mantenermi e comprarmi gli strumenti, son contento altrimenti vabbé, pazienza. Per me è stata così: non ho mai avuto in testa l’idea di voler diventare ricco e famoso.

Ecco, ricco poi, chi ci ascolta se lo può proprio dimenticare anche perché, come potete vedere, vabbé qua adesso non si vede molto, ma qualsiasi avanzo finisce qui, c’è sempre qualcosa da prendere. E’ una malattia questa, non bisogna entrare nei negozi di strumenti, non bisogna andare su internet, non bisogna andare sui mercatini, non bisogna fare niente perché c’è sempre qualcosa da prendere… Quindi ricchi proprio direi di no. Famosi, vuol dire che qualcuno ti conosce perché ti ha visto suonare, e si spera bene, con questo piuttosto che con quell’altro artista…

F.N.: Ecco, però, parlando un po’ più seriamente, secondo te, ognuno ha il suo percorso, ha un percorso differente, no? Quindi mi veniva in mente la domanda per ricalcare un po’ le tue orme ma non è quella giusta. La domanda è: “Se uno volesse, comunque, arrivare nel mondo professionale, nel senso mettere il naso nel mondo dei musicisti professionisti, come ci si muove? Come si fa?”.

G. B.: Come ci si muoveva una volta.

F.N.: Almeno quello non è cambiato, dai.

 

 

G. B.: No, secondo me no.Per esempio, una cosa che non è in crisi se non dal punto di vista delle paghe, ma di necessità si fa virtù e se la paga è un po’ più bassa si tratta e si cerca di venire a casa senza svendersi più di quello che uno ritiene giusto, è la musica dal vivo. La musica dal vivo comunque, continua ad avere un suo indotto, a differenza della discografia che subisce un po’ lo scotto di internet e della diffusione, ormai gratuita, della musica. E’ così. Se uno invece vuol vedersi un concerto e fruire delle energie che avvengono solo tra musicisti, palco e audience, lì deve comprarsi il biglietto e andare a vedere il concerto quindi ancora adesso si suona in giro.

Da quel punto di vista. secondo me, la crisi non c’è. La crisi siamo un po’ noi che vediamo tutto in un determinato modo perché, in effetti, è un periodaccio per tutti. Ci sono sempre stati alti e bassi, ma non è quello il discorso. Quindi, secondo me, i ragazzi adesso devono innanzitutto studiare, darsi da fare e, comunque coltivare la passione per il proprio strumento, cercare di essere pronti quando si presenta l’occasione.Io vedo a scuola, per esempio, al Conservatorio ma anche a Saluzzo, che è una realtà che, appunto, tu conosci, e anche a Vicenza, in una scuola in cui insegno, tutti i ragazzi che si danno da fare e li vedi proprio innamorati del loro strumento e del mondo musicale. Sono perennemente a ascoltar musica, a cercare, ti massacrano di domande, email.

Quelli che vedi effettivamente molto motivati e che hanno delle doti alla fine ne vengono fuori, riescono a proporsi e magari cominciano con i locali, con le cover band ma, comunque, suonano, fanno. Anche noi abbiamo fatto così, eh!. Non è che tu studiavi, finivi il Conservatorio e ti prendeva l’orchestra. Anzi, cominciavi i concorsi, cominciavi tutta una serie di percorsi per proporti e poi, se valevi e avevi testa ed eri pronto, quando passava il treno, ci salivi ed eri a posto. Il problema è che, molto spesso, i ragazzi, adesso, si trovano ad avere il treno sul quale salire e non sono pronti.

F.N.: Cioè tecnicamente o umanamente?

G. B.: Da tutti i punti di vista.

F.N.: Quindi i treni passano ancora?

G. B.: Il problema è che il treno, mi hanno insegnato, passa una volta sola. Poi magari due, c’è la corsa bis, però io non voglio mettere l’ansia a nessuno, quello che dico sempre anche ai miei allievi è: “Bisogna cercare ogni giorno di dare il massimo” di crescere sempre, perché, appunto, l’occasione capita e devi essere pronto a coglierla Fare i musicisti, è brutto da dire, ma, comunque, è un lavoro, è un lavoro anche quello.

E lo sappiamo bene perché quando cominci a fare un Sanremo e son due mesi di 15 ore al giorno di media, sarebbe da prendere uno di questi personaggi che ti dice: “Come si fa a diventar famoso’” e dirgli “Beh facciamo così. Vieni a farti, mica tanti giorni sai, te ne faccio fare due di lavoro, quello da musicista famoso e poi vediamo se c’hai ancora voglia” nel senso che è bellissimo ma devi avere anche tanta passione perché se no non ce la fai mica eh. A parte gli scherzi, economicamente non mi lamento. Si vive bene, non mi manca nulla, ci si dà da fare, però non è che hai queste soddisfazioni da dire: “Ok divento ricco” appunto. No, questo assolutamente no, a meno che uno, invece, decida di fare il produttore, che è un mestiere un po’ più specifico e di fare il colpo gobbo… anche se, adesso, il colpo gobbo è un po’ più duro, perchè una volta i dischi si vendevano, adesso si vendono meno, ci sono altre dinamiche.

Comunque, voglio dire: “O decidi di fare il produttore e quindi, di conseguenza di evolverti anche da musicista o da fonico come una figura che, effettivamente, può arricchirsi in un certo modo o altrimenti, se fai il musicista, vivi bene quando lavori bene, ma non è che diventi miliardario”.

Quindi le soddisfazioni, secondo me, le hai in termini proprio umani, di appagamento tuo personale nel fare un mestiere che ti piace: allora è fatica perché devi studiare tutta la vita, devi aggiornarti tutta la vita, quando sono a casa e non sono in giro sono qua dentro, questo è il mio studiolo, io qua c’ho da fare sempre, arrivo la mattina, vado via la sera e non sono stato fermo un secondo perché o devi aggiornare il computer, o devi studiare una cosa, o devi tirare giù la parte, devi preparare la lezione. E’ tutto un continuo, non ci si ferma mai. Però, se a uno piace…

F.N.: … Si fa.

G. B.: Eh sì, assolutamente.

F.N.: Allora io direi che la nostra chiacchierata, la prima parte della nostra chiacchierata finisce qua. Eh rimaniamo in compagnia, oggi non mi escono le parole…

G. B.: E vai tranquillo, è l’orario.

F.N.: Rimaniamo in compagnia dei nostri allievi di Recording Turbo System. Se non sei ancora iscritto a Recording Turbo System puoi farlo in questo momento www.recordingturbosystem.it e potrai continuare ad ascoltare questa intervista e tutte le altre interviste del ciclo Summer Productive. E, ancora una volta, ricordo che ci sono oltre dieci ore di introduzione al mondo del recording solo nel primo mese, quindi è veramente ghiotta come opportunità.

Grazie a tutti. Un saluto al nostro amico Giovanni Boscariol.

Per chi volesse contattarlo:  www.giovanniboscariol.com  e a questo punto, ciao. Ci vediamo dall’altra parte.

G. B.: Ciao.

 

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