I segreti dell’analogico


Prima o poi qualsiasi tecnico del suono “novello”, qualsiasi novizio di quella specie in estinzione che sono gli ascoltatoridimusicaattraversosisteminon-ipodetsimili, qualsiasi musicista incuriosito dall’aspetto tecnico-tecnologico che sottende alla realizzazione di un disco, si troverà ad uno di quegli incontri/cene/reunion tra esseri strani appartenenti alle tre specie poc’anzi citate e ascolterà, o sarà costretto ad ascoltare, dalla bocca dei membri anziani della tribù frasi del tipo: “ah!! il calore che ha/aveva l’analogico!!…””, “La tridimensionalità di un disco fatto in analogico la senti sempre oh!…”, “Il round ed il warm del ferro si fa sentire alla grande!!”.

Dal momento in cui, incuriosito, prenderà parte per la prima volta a quella discussione (in cui abbondano aggettivi inverosimili e incomprensibili quali “harsh”, “shrill”,”punchy”,”warm”,”silky”…) che per i restanti del gruppo rappresenta l’unico motivo di andare all’incontro/cena/reunion di cui sopra (esclusa la birra e/o il vino, ovviamente), avrà firmato la sua condanna ad una vita fatta di saturazioni,fluttuazioni e sogni erotico-analogici.

Se vi trovate su questa pagina siete già condannati e nelle puntate a venire sarete costretti a seguirmi in questo lungo percorso, nel quale tenterò di indagare su molti dei termini utilizzati per identificare le caratteristiche attribuite all’analogico: warm,caldo, round,rotondo, tridimensionale etc etc);

cercherò, umilmente si intende, di individuare i fenomeni fisici che sono alla base della percezione di tali caratteristiche o in altri casi, se non è possibile individuarne, di capire se molte delle caratteristiche attribuite al “ferro” (…all’hardware da studio, all’analogico ingenerale, per i novizi di cui sopra…) sono mere considerazioni personali poggiate su scarsissima base scientifica, e quindi enormemente opinabili, e influenzate dalle “calde” nostalgie di ricordi del tempo che fu…

Nella prossima puntata parleremo delle differenza tra registrazione analogica (tempo continua) e digitale (tempo discreta)…ma forse siete ancora in tempo per evitare di cadere in questo tunnel….

Tempo continuo e tempo discreto

Senza perderci in chiacchiere entriamo subito nel vivo del tema di questo articolo.

La principale differenza tra una registrazione, ovvero la memorizzazione di uno o più eventi sonori, analogica ed una digitale è la modalità con la quale il segnale sonoro viene appunto memorizzato. Nel caso analogico la memorizzazione del suono avviene con una modalità che possiamo definire “tempo continuo”, nel caso digitale si parla invece di “tempo discreto”. Senza fare ricorso a rigorose e noiose definizioni matematiche possiamo spiegare la differenza con un semplice esempio; si immagini di voler tracciare con una penna una linea su un foglio di carta, possiamo:

1) Tracciare la linea senza mai staccare la penna dal foglio, con continuità appunto

2)Utilizzando una tecnica identica quella del puntinismo dei pittori francesi del tardo 800, tracciare una serie di punti molto vicini tra loro, molto fitti: visti da lontano, ma anche da vicino se sufficientemente fitti, daranno l’impressione che la linea sia stata tracciata con la tecnica 1)

Si pone ora il problema di capire quanto fitti debbano essere questi punti affinché l’orecchio percepisca il risultato come identico, o meglio indistinguibile, dalla situazione “continua”.La distanza tra i “puntini”, ovvero i campioni, sarà legata ad una grandezza che chiameremo frequenza di campionamento: tanto più alta sarà la frequenza di campionamento tanto più fitti saranno i puntini.

Evitando di far ricorso a potenti ma complesse dimostrazioni matematiche diciamo soltanto che esiste un teorema (quindi una dimostrazione rigorosa e inopinabile di una tesi, non una “supposizione”, cosa che molti non addetti ai lavori fanno fatica ad accettare) che mette in relazione la frequenza massima del segnale da campionare (ovvero da “puntinare”) con la “fittezza” che i campioni debbono avere affinché sia possibile “vedere” la rappresentazione puntinata come se fosse continua. Il teorema dimostra che la frequenza di campionamento da utilizzare deve essere appena maggiore del doppio della massima frequenza del segnale da registrare. Il nostro orecchio sente fino a segnali  con frequenza al massimo di 20Khz, quindi il campionamento dovrà avvenire a poco più di 40Khz: questo è il motivo per il quale lo standard nell’audio per la frequenza di campionamento è pari a 44.1Khz.

I più temerari, i testardi e coloro che proprio non vogliono sottostare alla egemonia del rigore della matematica, potrebbero opinare che il teorema è valido certamente in ambito matematico, ma in pratica cosa succede se tutto il meccanismo di campionamento non è perfetto?…sono sufficienti 44.1 Khz? O si deve andare oltre?…se avete resistito e non avete deciso di darvi al cricket continuate a navigare Scuolasuono.it!

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