Il Mixer Engineering secondo Stefano Olla


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, benvenuti da Francesco Nano su Scuolasuono.it, ben trovati in questa nuova intervista di Scuolasuono Productive. Ho l’onore e il piacere di dare il benvenuto a Stefano Olla

Stefano Olla: Ciao Francesco, grazie per l’ospitalità, piacere mio.

F.N.: Grazie a te per la disponibilità e per voler partecipare alla nostra intervista, anche perché oggi parleremo di un argomento veramente interessante: mixare arrangiando o arrangiare mixando.

S.O.: Si, e rispettare l’arrangiamento cercando al contempo di dare la maggiore espressività possibile al pezzo, valorizzandolo il più possibile, cosa che in fondo è il nostro ruolo come mixer engineer.

F.N.: Allora, tu sei.. Come potremmo definirti? Sicuramente un sound engineer, ma anche un arrangiatore, da un certo punto di vista. Sei un professionista che lavora sia in Italia che negli Stati Uniti, a Los Angeles, giusto?

S.O.: Sì esatto, sono ormai basato a Los Angeles, come si suol dire, sì.

F.N.: E vieni a fare le ferie in Sardegna.

S.O.: Quando posso volentieri, approfitto magari di lavori e dischi qua in Sardegna, come in questo periodo, per farmi anche un po’ di mare e di casa.

F.N.: Che ci vuole.

S.O.: Sì, fa sempre bene.

 

StefanoOlla

 

F.N.: Allora Stefano, la prima domanda che faccio a tutti i miei ospiti è questa: parlaci di te, raccontaci la tua storia professionale, come sei nato e come sei cresciuto, quello che stai facendo adesso e i tuoi progetti futuri. Ti lascio completamente spazio, raccontaci di te.

S.O.: Ok, grazie. Bene, come sono nato? Sono nato sul campo, ero uno a cui non piaceva tanto studiare, ero un pigro, imparavo molto di più dalla pratica. Quindi, ormai poco più di dieci anni fa, ho fatto un corso di infarinatura per fonico qua in Sardegna e poi mi sono buttato subito nei live.

Sono nato come fonico di palco per l’esattezza, ho fatto due stagioni come fonico di palco e poi mi sono dedicato quasi completamente al lavoro in studio. Mi sono rinchiuso dentro le pareti degli studi con molto piacere, proprio perché c’è molta più creatività, sotto certi aspetti, e mi dà la possibilità di partecipare di più alla nascita di un pezzo.

Ultimamente faccio anche live, come Front of House, prevalentemente perché la mia specializzazione oramai è diventata il mixaggioè quello che mi piace di più, quello con cui ottengo i migliori feedback. C’è sempre da imparare, per carità, però mi trovo molto bene, anche lì c’è molta possibilità di espressione da parte mia, quindi che sia in live, che sia in studio mi piace molto mixare.

Ho vissuto gli ultimi 10 anni a Milano, quindi la mia crescita professionale è avvenuta a Milano con Pietro Nobile, con Donato Begotti e i rispettivi Studi, e poi lavorando come freelance ho potuto lavorare con diverse band e artisti, come Roberto Diana.

Negli ultimi anni abbiamo conquistato la Scozia, con i McNell, Anna Mcdonald, che adesso sta uscendo con il nuovo disco . Negli ultimi 4 anni ho iniziato anche a colonizzare Los Angeles, per così dire!

 

Stefano Olla con Donato Begotti

 

F.N.: Alla faccia degli americani! Siamo noi che li colonizziamo.

S.O.: Esatto, è pieno di sardi a Los Angeles e di italiani e loro ci ammirano, dicono che gli italiani che sopravvivono qua in California sono quelli che poi spaccano il bip a tutti quanti.

Mi trovo molto bene, adesso mi sono trasferito definitivamente lì, sto lavorando con Denis Maccari, che è un produttore, mixer engineer dai tempi dei Trade Studios di Londra: ha lavorato con i Queen, David Bowie, Jeff Beck  ed è il produttore dei Judas Priest, tra l’altro. Quindi adesso la mia esperienza è prevalentemente californiana e assieme a  Denis lavoriamo anche con un chitarrista italo-americano cresciuto con i Toto negli anni ’70,  con il bassista di George Michael  e così via.

Insomma, ho trovato il modo di godermi di nuovo il sole facendo musica, visto che a Milano il sole un pochino tende a mancare e  mi sono spostato un po’ più al mare per continuare a fare quello che mi piace realmente.

F.N.: Senti, sei giovanissimo, quanti anni hai?

S.O.: Io? Trenta, ti ringrazio per il giovanissimo.

F.N.: Sei una persona a 30 anni può già permettersi di colonizzare gli Stati Uniti! È interessante questo.

S.O.: Io seguo la mia passione, poi ho la fortuna di lavorare con tante persone che apprezzano quello che faccio, io mi impegno il più possibile poi in realtà è tutta passione. Lo sai meglio di me, no? La passione..

F.N.: Esiste la fortuna secondo te?

S.O.: La fortuna è parte del gioco, devi attirarla in qualche modo, devi farle strada. Sicuramente ci vuole anche un pizzico di fortuna nella vita, sì.

F.N.: Però quando uno le prepara la strada ed è pronto a salire sui treni che passano di fronte.. Voglio dire: i treni passano.

S.O.: Bisogna buttarsi, sì, esatto, è la cosa più adrenalinica di questo gioco: bisogna tuffarsi. Los Angeles ti offre molte possibilità di tuffarti, è pieno di treni, sta a te prenderne uno appena possibile.

F.N.: E come si fa a lasciare tutto e decidere di andare a Los Angeles a lavorare? Nel senso: vista da qua sembra un’impresa quasi impossibile. Come si diventa un professionista, un mixer engineer italiano rispettato a Los Angeles?

S.O.: Per quella che è la mia esperienza.. Hai accennato il discorso della partenza, del lasciar tutto: io quella l’avevo già vissuta lasciando la Sardegna per andare a Milano, quindi per me non era un grosso problema. La cosa è sostenuta dal fatto che stai andando via per seguire la tua passione, cioè se la tua passione è tanto forte non patisci la partenza.

La mia esperienza personale è stata un approccio passo per passo verso la California: la prima volta che sono andato lì era il 2010 per il Namm Show. Andavo ogni anno appunto per la Fiera internazionale di musica che fanno a gennaio, quindi a gennaio io andavo lì con Roberto Diana, con Angelo Tordini della Reference, (che ha partecipato anche lui al Summer Productive, ho visto). Insieme abbiamo partecipato a diversi Namm e lì ho avuto la possibilità di conoscere un po’ Los Angeles e i professionisti di la, che sono molto aperti.

La cosa che aiuta è che loro sono molto disponibili, cioè non aspettano che sia tu a farti avanti o a essere cortese: sono loro prima di tutto che sono interessati a sapere cosa sai fare, non interessa loro con chi hai lavorato, interessa loro sapere cosa sai fare. Se lo fai bene, sono molto aperti a lavorare con te, facilitano molto il processo di integrazione. Quindi è facile fare nuove conoscenze, farsi conoscere, se sai fare qualcosina magari glielo fai sentire.

In questi quattro anni ho avuto la possibilità di conoscere molte persone, che sono diventate anche amici, alla fin fine. La città stessa mi è piaciuta fin da subito, quindi devo dirti che è stato facile decidere di fare di nuovo fagotto e di trasferirmi dall’altra parte dell’oceano. Poi io mi sento cittadino del mondo, lo dico sempre, non penso: “Ah, sono a Los Angeles, vivrò tutta la vita qui“.

A me piace viaggiare per la musica, cioè una delle cose belle della musica è che ti fa viaggiare, quindi mi piace vivere a Los Angeles, mi piace vivere alla giornata ogni tanto, mi piace tornare in Italia, mi piace avere a che fare con il Regno Unito, che sia Inghilterra o la Scozia:  la parte bella di questo lavoro è anche questo, insomma, viaggiare e vivere diverse culture musicali, chiamiamole così.

F.N.: Bellissimo. Come eri messo con l’inglese quando sei partito?

S.O.: Mica tanto bene.  Tutt’ora capita ancora che mi incarto, più che altro loro sono molto disponibili. Negli Stati Uniti ti aiutano anche con la lingua, perché a loro interessa che tu ti faccia capire, non gli interessa che parli perfettamente, mentre a Londra ho avuto queste difficoltà, nel senso che se non hai la pronuncia perfetta a volte fanno anche finta di non capire. Scherzi a parte comunque sono molto aperti: anche se non parli la lingua perfettamente, come era nel mio caso all’inizio (adesso sono migliorato, ma ho ancora tanto da migliorare), ti facilitano le cose.

F.N.: Ma quindi c’è lavoro là?

S.O.: Sì.

F.N.: Uno bravo o uno che vuole diventare bravo può effettivamente vivere di musica all’estero?

S.O.: Sì, hanno passato un bel periodo di crisi ma nell’ultimo anno sono in fase di ripresa, sono loro stessi a dirlo, a parte per quello che potevo vedere io. Meglio che in Italia, dove comunque negli ultimi anni un pochino stiamo faticando.. Abbastanza, parecchio. Lì adesso sono sicuramente in fase di ripresa, ma anche quando erano in crisi comunque erano molto ottimisti, erano i primi a dire: “Dobbiamo fare qualcosa assieme per far funzionare di nuovo le cose, dobbiamo metterci io e te far girare di nuovo la musica e poi i soldi torneranno ad arrivare e si riprenderà a vivere”.

Adesso invece sono proprio in fase di ripresa, sono molto più lanciati, investono di nuovo, gli Studi sono un pochino più ottimisti, perché comunque durante il periodo di crisi molti Studi hanno chiuso anche lì, quelli grossi, storici, sono stati costretti a chiudere per i costi, appunto. Adesso anche gli Studi hanno preso respiro, iniziano di nuovo a lavorare e anche quelli grossi che hanno più costi riescono a sostenerli di nuovo. Sono in fase di ripresa, quindi sì, la sensazione è che proprio le cose girino.

F.N.: Che girino. Ecco, allora, questa sensazione è una cosa bellissima, è la prima sensazione positiva che sento in un’intervista, quindi mi vengono le lacrime, che bello.

S.O.: Questo mi fa piacere, grande.

 

Olla-Stewart Copeland

 

F.N.: Però avrei una domanda pratica, visto che abbiamo accennato al discorso, ma non so se tu riesci a rispondermi. Da dov’è che saltano fuori questi soldi? Nel senso: il supporto, che io sappia, non si vende più tanto, quindi come si fa ad investire e guadagnare? Negli Stati Uniti perché le produzioni possono permettersi di investire e di vivere?

S.O.: Allora, innanzitutto diciamo che vivono molto di più le etichette indipendenti, questa è l’idea che mi sono fatto; le etichette indipendenti hanno costi molto inferiori rispetto alle vecchie case discografiche, che comunque stanno continuando a soffrire, vanno verso il fallimento. Il mercato sta un po’ cambiando, come da noi,  verso l’indipendente.

La differenza è che magari l’indipendente ha dentro la sede professionisti che hanno raccolto fondi, soldi, con altre aziende, altre attività che decidono di reinvestire nella musica. Poi ci sono diversi imprenditori che hanno investito nel web con delle aziende che negli Stati Uniti funzionano molto di più rispetto che da noi: le aziende on line negli Stati Uniti sono aziende a tutti gli effetti, diventano quasi multinazionali, sono potentissime, quindi comunque un giro di fondi ce l’hanno sempre.

Questi professionisti spesso e volentieri sono anche amanti della musica e non si fanno problemi a cambiare campo, passano da un’azienda on line che ha un fatturato di un milione di dollari ma se hanno la passione della musica investono nella musica e iniziano a raccogliere professionisti capaci di far funzionare un’azienda di musica: non si improvvisano loro produttori o manager, loro comunque investono in quella che è la loro passione ma fanno lavorare i professionisti. Quindi, l’idea che mi sono fatto è che in questo modo stanno anche restituendo un po’ di respiro all’indotto.

F.N.: Ma riescono a venderla poi la musica, il prodotto che creano?

S.O.: Sulla vendita c’è ancora un pochino di riflessione, chiamiamola così, nel senso che anche lì i CD non è che si vendono tantissimo, il vinile sta andando abbastanza bene, comunque anche qua da noi vedo che il vinile si sta riprendendo bene. Stanno cercando di inventarsi nuovi metodi, tipo streaming su You Tube, hanno nuovi progetti che hanno a che fare molto con lo streaming soprattutto, quindi pubblicità on line, sfruttano molto meglio internet, da quel punto di vista.

E’ comunque una fase in cui stanno ancora cercando la nuova soluzione, il nuovo metodo, il mercato sta ancora cambiando verso quello che sarà il nostro futuro, perché io sono dell’idea che il CD e il lavoro in Studio adesso servano per il live, perché sarà poi nei live che tu potrai vendere i CD: ti farai conoscere con il tuo concerto, conquisterai le persone con il concerto e lì allora potrai vendere il CD. Non sarà più come prima, che magari compri prima il CD e poi vai a vedere il live, almeno questa era la mia esperienza.

Molto poi secondo me avrà a che fare con internet, streaming e nuove tecnologie di questo genere, vedo molti concerti on line e molte premier fatte nei locali che vanno in diretta su You Tube e in questo modo sfruttano comunque la pubblicità, spesso e volentieri, quindi molti si stanno concentrando su quello; poi ci sono anche progetti fantasiosi che cercano proprio di creare nuove tecnologie a livello di 3D o non so cosa.. Ne ho sentite di tutti i colori, sono curioso di vedere cosa sopravviverà.

F.N.: Cosa emergerà, certo.

S.O.: C’è molto fermento, sono curioso anche io di vedere quale sarà la strada, perché ci vuole comunque un’idea differente rispetto a prima.

F.N.: Comunque la musica – come dire – non è morta, si fa ancora.

S.O.: Assolutamente, anzi, il bello è vedere che lì ci sono molti locali dove si suona ancora dal vivo.

F.N.: Meraviglioso.

S.O.: Ovunque vai c’è qualche band che suona bene, che si impegna e ci mette il sangue, sputa sangue sul palco per colpire e dare tutti loro stessi. Poi magari non diventeranno nessuno, però ci mettono tutta l’energia per farlo, e questo è bello, si sente, si sente molto.

F.N.: E il pubblico apprezza, ascolta?

S.O.: Assolutamente sì, i locali sono sempre pieni.

F.N.: Ma perché qua da noi le cose sono diverse, secondo te? Almeno tendenzialmente,  no?

S.O.: Sì, per carità, ho visto tanti locali chiudere, a Milano soprattutto, ed è un peccato. Io credo che molto sia legato anche a quello a cui stanno abituando la gente, nel senso che la TV ultimamente non ci sta aiutando tantissimo a creare una cultura musicale nelle nuove generazioni, e neanche nelle vecchie. Ci stanno abituando ad uno standard che non mi soddisfa tantissimo, diciamo così. Quello secondo me sta influendo abbastanza.

F.N.: Ok  Stefano,  vorrei a questo punto chiederti qualcosa di più tecnico: anticipiamo già che nella seconda parte di questa intervista c’è un regalo che ci hai fatto,  un video dedicato al mixaggio, quindi ci farai vedere come mixa Stefano Olla.

S.O.: Faccio qualche esempio su questo argomento, legato sì all’arrangiamento ma soprattutto al feeling di un brano, quindi spiego come ascoltare l’arrangiamento con attenzione e poi svilupparlo, valorizzare il più possibile il feeling che il produttore, l’artista, ha voluto dare: il messaggio che ha voluto dare attraverso il pezzo.

Faccio qualche esempio con due brani, uno di Anna Mcdonald, una cantautrice scozzese, e uno di Magic, un cantante calabrese: li sfrutto appunto per darvi due esempi e farvi vedere proprio dalle sessioni produce come lavoro io. E’ una cosa che viene sottovalutata di solito, da quello che ho visto, e quindi spero possa essere utile e interessante.

F.N.: Perché di solito qual’è l’approccio, secondo te?

S.O.: Io vedo spesso l’approccio scolastico, lo chiamerei, perché ormai vedo  ovunque: le automazioni, a parte i raid sulle voci per evidenziare sillabe o rendere abbastanza presente la voce; poi si sfruttano chiaramente anche le spinte su basso e batteria, ad esempio per un pezzo rock, le spinte sui cori, sui ritornelli, i lanci oppure negli attacchi di un assolo si tende a spingere magari qualche nota che tira di più l’attenzione, dà più carica a un assolo.

Poi chiaramente tutti i movimenti dell’arrangiamento per far entrare e uscire uno strumento, come può essere un Hammond in una parte particolare, come può essere un pianoforte che si affianca a una chitarra acustica, in un pezzo un pochettino più soft. Però io tendo a sfruttare le automazioni anche per enfatizzare l’espressività di una parte, vi farò l’esempio con una lap steel, un assolo, ma anche un pianoforte. Una parte interessante ve la mostrerò su un pianoforte che accompagna una voce.

Insomma, secondo me si possono ottimizzare andando più a fondo con le automazioni, per enfatizzare ancora di più l’emozione che trasmette il musicista, poi eventualmente si può cambiare anche leggermente l’esecuzione, nel caso possa essere utile per migliorare il tutto.

F.N.: Quindi, secondo te anche il fonico di mix può permettersi di modificare l’esecuzione?

S.O.: Se necessario, ovviamente sì.

F.N.: Non è una cosa da arrangiatori o musicisti questa?

S.O.: Bisogna farlo con occhio, ovviamente, cioè secondo me il nostro ruolo è anche, come dicevo prima, quello di valorizzare il più possibile un pezzo: se abbiamo la sensazione che un pezzo possa guadagnare ancora, naturalmente senza discostarsi dall’idea originale, ma se abbiamo la sensazione che facendo una leggera modifica (che può essere l’arrangiamento, come può essere anche un’interpretazione) che può dare valore ancora di più al messaggio che vogliono trasmettere, allora bisogna farla.

Io personalmente faccio sempre due versioni: una è la versione originale, così com’è, mixata al meglio possibile, e poi affianco anche un ascolto dove propongo la mia idea. La propongo chiaramente al produttore e all’artista dicendo: “Secondo me in questo modo il pezzo può guadagnare di più, valutate voi quale può funzionare meglio”. Può capitare che valutino migliore l’originale, come spesso accade invece che reputino utile quel qualcosina in più.

Abbiamo la possibilità di farlo, se lo facciamo con tatto e ovviamente con umiltà lo possiamo proporre e secondo me spesso e volentieri è utile e viene apprezzato molto; l’importante è seguire il messaggio, devi far tuo il messaggio della canzone e a quel punto la canzone stessa ti dice: “Guarda che magari così funziona anche meglio”. Mi capita spesso che la canzone mi parli e allora io propongo: “Secondo me così può funzionare”.

F.N.: Ho capito. Senti, è bello sentirti parlare perché ti diverti, trasudi passione, sorridi sempre, vuol dire che proprio ti piace.

S.O.: Sì.

F.N.: Parli di mix e ti si illuminano gli occhi, caspita!

S.O.: Sì, sì, assolutamente è quello che mi piace, decisamente.

F.N.: Che rapporto c’è nel mixaggio con i produttori e con i fonici, tu lavori conto terzi, giusto? Quindi immagino che avrai a che fare con delle band, con dei produttori: com’è il rapporto che si insatura in Studio con queste altre figure?

S.O.: Quasi sempre  diventano le persone che vediamo di più durante la giornata, nel senso che per i dieci giorni in Studio viviamo assieme 18 ore al giorno. Io spesso e volentieri lavoro con il produttore e l’artista a fianco, perché condivido e scambio continuamente idee, quanto meno all’inizio, perché voglio capire bene qual’è il messaggio, cosa vogliono trasmettere, cosa pensavano.

Mentre faccio i primi ascolti del pezzo voglio che mi raccontino quello che per loro è la storia del pezzo,  poi lo faccio mio e posso mettere tutto me stesso in questa loro idea. Poi magari durante il lavoro, durante il resto della sessione o della settimana di mixaggio, loro stanno sempre dietro a me che ascoltano ma non dicono più niente, perché abbiamo capito in che direzione andare.

F.N.: Quindi in realtà il mixaggio si fa prima di iniziare a mixare, praticamente, entri già in quello spirito..

S.O.: Per me bisogna entrare nel pezzo e capire quello che sta provando chi l’ha scritto.

 

Stefano Olla

 

F.N.: Ecco, nella seconda parte della nostra chiacchierata ti chiederò di raccontarci della struttura con la quale mixi i tuoi pezzi, la scaletta con la quale procedi. Però prima di questo ti chiedo se hai della macchine preferenziali, cioè tu mixi in qualsiasi situazione oppure hai delle macchine, dei software, dei mixer che prediligi?

S.O.: Ultimamente mi capita di mixare in qualsiasi situazione, mi è capitato di mixare solo con il Macbook di recente, non ti dirò mai perché.

F.N.: Comunque una produzione professionale?

S.O.: Sì, che comunque è andata tranquillamente in distribuzione e sono rimasto abbastanza soddisfatto, nel senso che io posso sentire le differenze magari in dinamica, si nota soprattutto in quello, però si riesce a far funzionare bene il pezzo. Lo imponeva più un’esigenza di tempo che di budget in quel caso, quindi abbiamo deciso di proseguire così e ha funzionato bene: si può fare.

F.N.: Si può fare.

S.O.: Si può fare se è necessario: io preferisco di brutto lo Studio, senza dubbio. Sto usando la serie Monster, mentre in Studio ad Hollywood abbiamo Pro Tools HD, da quello esco nel sommatore, questa è la mia base che non deve mai mancare, 16 canali somma: io mixo dentro il sommatore fin dall’inizio e poi alla fine del mixaggio ripasso in Pro Tools.

Altre macchine che adoro e che spesso uso sono, ad esempio, l’Acoustic Design di Pietro Nobile a Milano. Adoro mixare  voci e chitarre acustiche, sulle chitarre acustiche per me sono un must.

F.N.: E’ bello quello, l’ho sentito varie volte.

S.O.: Assolutamente fantastico. Poi preamplificatori PI, anche quelli assolutamente sono i miei preferiti e li uso quasi per tutto, dalle voci, alle chitarre, rullanti: tutto veramente, qualsiasi cosa mi capiti, bassi, spesso e volentieri contrabbassi. Vediamo, cos’altro..

F.N.: A proposito di sommatori, scusa se ti interrompo un attimo, ho fatto un’intervista proprio qualche giorno fa con Quinto Sardo di SKnote, non so se lo conosci. E’ una piccola softwarehouse e adesso ha fatto uscire il suo hardware; insomma, il sommatore a quanto pare è molto simpatico, quindi te lo segnalo, vattelo a vedere perché emula diverse consolle ed è molto, molto bello.

S.O.: Ah, sono molto curioso. Sì, sono molto curioso; tra l’altro come emulazioni quando non ho la possibilità di avere il sommatore mi capita spesso di usare il virtual console, insomma il VCC della Steven Slate Digital. Mi sta piacendo abbastanza e in assenza di sommatori mi capita spesso di usarlo, sono curioso di dare un ascolto anche a questo di cui mi dicevi poco fa.

F.N.: Sknote. Mi parlavi di altre macchine, stavi ragionando su altre macchine.

S.O.: Sì, i CL1 sono altri compressori che uso tantissimo, mi piace veramente tanto. Spesso e volentieri ripasso negli avalon proprio per prendere la valvola e magari non necessariamente lo uso in fase di registrazione, però sugli archi spesso e volentieri mi piace ripassare nei pre avalon per sfruttare, spingere un po’ la valvola e prendere un po’ di calore, di pancia che danno sempre, mi piace tantissimo.

La maggior parte delle attrezzature che uso sono queste, non ne uso tantissime, però ci sono queste che adoro e le riutilizzo continuamente e poi il plugin Mac PSP, altra cosa importantissima.

F.N.: Ma dai! Ma il mixaggio che hai fatto sul Macbook, del quale ovviamente non sapremo mai l’artista dei brani, con che software l’hai fatto?

S.O.: Pro Tools, io lavoro sempre su Pro Tools.

F.N.: I plugin Mac PSP.

S.O.: I plugin Mac PSP mi piacciono molto e li uso spesso. Che altro c’è? Ah, il VCC,  quello l’ho usato apposta per recuperare un po’ di dinamica, di spazialità.

Cos’altro ho utilizzato.. Giro sempre su quei plugin, come compressori uso spesso i Mac PSP, gli equalizzatori quasi sempre della PSP, oppure SLQ.

F.N.: Chiaro.

S.O.: Come riverberi, già che ti sto facendo l’elenco, TL Space sempre,  mi piace veramente tanto.

F.N.: E’ un bel giocattolino, poi hai possibilità infinite quindi.. Volevo chiederti, secondo te, se ha ancora senso parlare di analogico, del confronto analogico-digitale, se tu senti ancora delle differenze, oppure se secondo te ormai siamo arrivati.

S.O.: Ci sono ancora delle differenze, ma il digitale sta raggiungendo dei livelli molto alti. Sono contento di questo, perché comunque sotto certi aspetti i plugin sono molto più comodi,  utilizzare un compressore su tutte le tracce è impensabile, quindi case come la Universal Audio con vari Apollo e simili stanno facendo un bellissimo lavoro e sono veramente vicine alla perfezione, secondo me. Quindi ci conto molto su questo.

C’è ancora qualche differenza fra analogico e digitale, secondo me; il mio sistema ideale per adesso è appunto Pro Tools. Pro Tools è il mio preferito, mi trovo bene in termini di interfaccia, poi per carità in termini di suono può piacere o non piacere e io lo preferisco in generale e utilizzarlo come cuore per me è l’ideale. A quello si può affiancare magari un po’ di somma, poi chiaramente i pre.. Di quelli più ne hai e meglio è. Qualche compressore esterno comunque fa sempre la differenza in termini di profondità e di dinamica.

Comunque, c’è ancora qualche differenza. Il mio ideale al momento è un ibrido, un mix tra i due. Spesso e volentieri io utilizzo superfici di controllo, perché sono più comode, mi è capitato di lavorare con banchi analogici,  sono fantastici, però spesso e volentieri ci sono anche problemi di manutenzione, che comportano costi elevati.

Quindi in uno Studio al giorno d’oggi, secondo me, ha più senso spendere X migliaia di euro per creare un ibrido, che comunque ti costa un terzo rispetto ad avere il vecchio stilo che si fonda sul banco, sul registratore esterno, su tutto outboard diciamo, i vari frigoriferi. Si può fare un bell’ibrido spendendo molto meno secondo me e si ottengono grandissimi risultati, io sono molto contento.

F.N.: Ecco, se tu dovessi crearti il tuo project studio, cosa ci metteresti dentro?

S.O.: Al momento utilizzerei Pro Tools Native, il 10, adesso è uscito anche l’11, non l’ho ancora provato, però 64 bt mi interessa abbastanza,  e lo utilizzerei come interfaccia all’Apollo Duo della Universal Audio, senza dubbio, perché ha anche dei bellissimi pre, oltre i plugin che mi piacciono molto.  Vediamo, cos’altro.. I pre, andrei sui pre a quel punto, sfrutterei..

F.N.: Tu parli molto di pre, ma i pre li utilizzi per fare reamp, nel senso che ci ributti dentro..

S.O.: Spesso e volentieri sì, ci ripasso dentro.

F.N.: Ah, ecco perché parli di pre!

S.O.: Mi capita anche di registrare, nel senso non è che faccio solo mixaggio, mi capita di registrare, però a me piace di avere diversi pre.

F.N.: Quindi tu esci in multi traccia e rientri nei pre.

S.O.: Esatto. E spingo il pre, lo adoro, prende una punta e un corpo che.. Poi sugli archi è ancora di più, contrabbassi, violoncelli, sempre, qualche volta anche sui bassi.

F.N.: Ma non ti fa paura o timore questa doppia conversione analogico-digitale?

S.O.: Cerco di non pensarci troppo: anni fa ero molto più paranoico su queste cose, adesso in realtà, se mi piace quello che sento..

F.N.: Va bene.

S.O.: Non ci penso due volte, vado dritto. Se ci guadagno preferisco assolutamente passarci, non ho intenzione di farmi troppe paranoie: non aiuta perché bisogna lasciar scorrere la creatività, se cerchi quel suono e lo ottieni, allora passi sopra a tutto e dici: “Va bene, mi piace”. Se poi chiaramente senti una perdita è un altro discorso, ma raramente mi capita.

F.N.: Devi sentirla, però, la perdita.

S.O.: Esatto. Raramente sono più gli svantaggi che i vantaggi, quindi vado sempre dritto senza problemi.

F.N.: E come ascolti cosa sceglieresti?

S.O.: Attualmente le Adam mi piacciono molto, a parte le NS-10 che ho sempre. Ho la vecchia serie A7, la prima serie delle A7, con il twitter a nastro. Tuttavia, mi piacciono più gli ascolti secchi: a parte le NS-10, che sono bastardissime, le Adam sono abbastanza secche sui bassi, sono dure però mi fanno capire cosa sta succedendo in generale, sia sulla zona bassa che sulle medie, il twitter a nastro è molto piacevole.

F.N.: Queste famose NS-10, magari tanti di noi non ne hanno avuto l’esperienza, però sono le storiche casse che tutti i produttori più famosi hanno sempre utilizzato, gran parte di loro: il cono bianco, le casse della Yamaha, che uno le ascolta e dice: “Ho sentito di meglio”. Tu non sei un fonico vecchia scuola, per cui te le devi portare anche a letto le NS-10, le hai scelte, perché le hai scelte?

S.O.: A me è capitato di ascoltarle per caso, io le conoscevo di fama, ero affascinato dalla NS-10, il cono bianco; mi è capitato di sentirle anni fa a Milano e le stavano vendendo a un prezzo assolutamente buono, al che mi sono detto: “Beh, voglio farmi le orecchie su queste casse, le usano da sempre, ci sarà un motivo”.

 

Stefano Olla

 

Le ho prese quasi per curiosità, le ho sistemate, ho affiancato un ampli che non era quello solito, non era un crono.. Insomma non era uno di quei classici ampli che si associano al NS-10, era un Audio Tecnica, un vecchio Audio Tecnica hi-fi, l’ho affiancato e ho iniziato ad ascoltare e a farmi un po’ le orecchie sopra: mi rendevo conto che comunque questa loro bastardaggine sui medi mi aiutava a capire molto se stavo esagerando.

Avevo diverse difficoltà in quegli anni nella zona delle frequenze medie, quindi quando avevo chitarra elettrica, voce, tutto quanto assieme, cori, spesso non riuscivo a capire bene dove stavo sbagliando. Poi potevano esserci anche i discorsi di ambiente, cioè che l’ambiente dove ascoltavo magari non era perfetto, però con l’NS-10 avevo notato la differenza, era molto più chiaro quando stavo esagerando e in quale zona del medio alto.

F.N.: Esagerando in che senso?

S.O.: Spingendo magari troppo, cercavo troppa presenza in una voce quindi tendevo a spingere tantissimo dai 4000 in su, perché mi aspettavo magari anche quella risposta però non è che sentivo con chiarezza se stavo lasciando spazio anche un po’ alle chitarre sui 3500, ad esempio.

Le NS-10 a poco a poco mi hanno aiutato a incastrarmi meglio in quella zona di frequenze. Ci ho fatto l’orecchio anche, per carità devi abituarti, a tanta gente non piacciono le NS-10, non ci capiscono nulla. Io – è un po’ difficile da spiegare – però ho sviluppato questa sensazione che mi aiuta a capire molto meglio dove smussare, se devo scavare su una chitarra per far spazio a una voce.

Ho molta più chiarezza sull’NS-10 piuttosto che su altre casse che sono più piacevoli da ascoltare, ti aiutano molto di più sui bassi, perché le NS-10 sui bassi sono toste, nel senso che tagliano pesantemente sotto i 100 e non è facile capire se hai un basso troppo ciccione con l’NS-10, devi per forza spostarti, almeno a me capita così.

F.N.: Ti devi confrontare, fare ascolti di confronto.

S.O.: Sì, devi assolutamente affiancarle per capire bene sui bassi, però sulle frequenze medio alte mi aiutano tanto, sono più veloci, mixo più velocemente grazie a loro, mi aiutano a pensare di meno e a scorrere più creativamente durante il processo di mixaggio.

F.N.: Quali sono secondo te gli errori tipici che un neofita del mixaggio può commettere senza accorgersene?

S.O.: Quello che facevo tantissimo io era questo: avevo la tendenza a cercare delle chitarre elettriche brillantissime, che magari senza la voce suonano potenti, belle mordenti, senza però valutare il fatto che quella è tutta la zona che interessa alle voci. Ascoltando pezzi rock, hard rock, heavy metal perfino che girano adesso, le chitarre elettriche non sono così brillanti come puoi pensare magari inizialmente. Questa è una cosa che capita spesso, una zona che si sottovaluta.

F.N.: Quindi il mascheramento che puoi introdurre, andando ad esaltare la brillantezza delle elettriche rispetto alla voce.

S.O.: Esatto.

F.N.: Vai a perderti poi le voci nel mix.

S.O.: Sì, perché poi tendi a cercare la stessa brillantezza anche nelle voci e a quel punto comincia a squillare tantissimo tutto il mix e diventa faticoso l’ascolto, molto pesante. Un’altra zona molto delicata è sotto i 100, addirittura per me ancora oggi, perché spesso e volentieri  un basso lo cerchi bello profondo, lo lasci bello aperto sotto i 100, non metti neanche un taglio ai 30, lo lasci pieno, peggio ancora non ci metti neanche un compressore.

Sai, il trucchettino con cui fai uscire nel momento in cui esce la cassa il basso un pochino si tira indietro, no? Magari non ci metti neanche quello, perché lo vuoi lasciare libero, vuoi che ci sia tutto l’attacco del basso, ok?

In questo modo ti stai mangiando metà della cassa, la botta di tutto il mix in realtà, secondo me, spesso e volentieri sta nello svuotare quella zona e lasciare che la cassa sia libera, come minimo con un compressore che alleggerisca il basso quando hai colpi di cassa, oppure proprio con un taglio. Spesso e volentieri io scendo con un passa alto, parto dai 300 Hertz, metto un passa alto sul basso, parto dai 300 Hertz e scendo fino a quando non inizio a sentire quel corpo che voglio nel basso, spesso e volentieri a 120 già posso fermarmi perché il basso è abbastanza corposo..

F.N.: E’ molto empirica come strategia, metti un filtro che taglia i bassi abbastanza alto, quindi a 300 Hertz.

S.O.: Sì, sì per carità, parti..

F.N.: Poi a mano a mano scendi e lo fermi quando senti che quel basso risponde..

S.O.: Non guardo dove sono con il passa alto, non guardo la frequenza, ascolto: voglio arrivare a un punto dove il basso ha quella botta e la cassa sta mantenendo comunque il punch del pezzo, spesso e volentieri arrivo a fermarmi intorno ai 100, 120, addirittura.

F.N.: Ti faccio una domanda tecnica che spero di riuscire a far capire anche ad alcuni di noi che non hanno ancora dimestichezza con i compressori e quant’altro. Allora, se tu utilizzi uno stratagemma dinamico per liberare la cassa, quindi con un compressore che abbassa il livello del basso quando suona la cassa, in realtà gli sta già facendo posto, perché ti serve togliere ancora basse frequenze al basso sempre anche quando non suona la cassa?

S.O.: Perché spesso e volentieri troppa frequenza, troppa energia lì sotto affatica, ad esempio nelle casse più piccole, nelle cassettine stupide da computer che spesso utilizzo per un confronto, noto che tendono facilmente a distorcere tutto il mix, oppure si mangiano un pochettino le zone alte.

E’ sottile magari come differenza, la maggior parte delle persone non se ne accorge, però soprattutto nella distorsione, spesso e volentieri se ho troppa energia là sotto è facile che alzando il volume invece di mantenere punch, mix secco, (che comunque è piacevole), spinge, arriva subito a distorcere, perché c’è il basso che è troppo pieno e in realtà non ti serve tutta quella energia. Non ti serve, poi ci sono situazioni in cui lo lascio totalmente aperto, ma   per ottenere quel punch non ti serve, ti fermi magari sugli 80 Hertz e già sei più che sereno.

F.N.: Hai già fatto il tuo.

S.O.: E poi qualche volta lo faccio perché mi mangia un po’ di attacco che mi aiuta magari in un punto in cui voglio punch, voglio punta, su cassa e basso, allora a quel punto lascio aperto, non metto il compressore in sad chain, lascio aperto totalmente l’attacco del basso, ma non ho tutta quella sporcizia, come la chiamo io,  che va a infangare.

Anche le chitarre elettriche le lascio aperte, qualche volta è molto utile tagliare sotto i 120, i 100, 120 che pulisce tantissimo il mix. E’ proprio una sensazione più piacevole in generale e pulire quella zona con attenzione aiuta a far uscire la cassa con libertà, a mantenere punch: mi piace quanto meno il punch che ottengo, sembra tutto quanto più chiaro nella zona delle chitarre corpose, del basso e della cassa stessa.

F.N.: Fiati e archi: vuoi darci qualche suggerimento?

S.O.: Gli archi per me sono l’Avalon, possibilmente registrati con un 87, un bel Neumann davanti al ponte, la mia posizione va sempre lì, tra il ponte e la F, diciamo, di sfogo, o lo fai passare già suonare.. O meglio, ancora passi in un Avalon per ottenere un pochettino di corpo, spinta, poi dipende da come devi mixarli. Sugli archi io tendo a rimanere molto leggero con gli interventi, perché preferisco che siano registrati bene e poi li schiarisco magari un pochino in alto, nelle medio alte oppure intorno ai 12000 per cercare un po’ di aria.

Qualche volta mi è capitato di utilizzare un Max Bass della Weiss per svuotare un pochino il basso, un contrabbasso suonato a punta, diciamo a dita, volevo però che fosse un po’ meno fangoso come suono e il Max Bass spesso e volentieri permette di creare delle armoniche un pochino più carine nella zona dei 100-80 Hertz e svuotare un po’ più sopra intorno ai 200. Questo mi alleggerisce molto l’ascolto pur mantenendo il corpo degli archi.

Fiato non ne faccio spessissimo, mi capita di lavorare su trombe, sezioni di trombe e tromboni, tube, magari tutte quante assieme, lì vado più sulla sezione generale quindi faccio un bilanciamento generale e può capitare che magari spinga un pochino sui 3000, 3500.

F.N.: Ok, dunque per creare armoniche artificiali.

S.O.: Sì. Mi piace molto di più, le trombe a me piacciono squillanti ma non fastidiose.

F.N.: Chiaro. Va bene, allora io direi che a questo punto la domanda che ti ho fatto prima troverà risposta nella seconda parte di questa intervista. Grazie a Stefano Olla per essere stato con noi, per la tua disponibilità e generosità anche specialmente per questo video che ci hai preparato. Grazie mille.

S.O.: Grazie a te, Francesco, grazie a voi di Scuolasuono.it, sono contentissimo di essere stato ospite vostro.

F.N.: Grazie ancora, ciao a tutti e ciao a Stefano.

S.O.: Ciao.

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