Livio Sgarbi: i musicisti e la preparazione mentale


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, bentornati in Summer Productive 2013, il campus digitale della discografia 3.0 di Scuolasuono.it. Per questa nuova intervista ho il grandissimo piacere di presentarvi una persona che stimo e seguo da un po’ di tempo, non frequenta molto l’ambiente musicale ma, secondo me, da lui possiamo veramente imparare tantissimo. Con tutto il cuore vi presento Livio Sgarbi. Ciao Livio!

Livio Sgarbi: Ciao Francesco, ciao a tutti.

F.N.: Due parole di sintesi per raccontare chi sei, poi lo chiederemo direttamente a te. Sei una persona competente nello sviluppo delle potenzialità umane, un formatore. Fai coaching, fai corsi: hai un’azienda che si occupa di questo. Per far comprendere meglio chi sei e cos fai ti lascio la parola: mi piacerebbe che  raccontassi qual è stata la tua esperienza, come ti sei formato professionalmente e la persona che sei.

 

Livio Sgarbi

 

L.S.: Mi sono formato nel 1988, più di 25 anni fa; ho cominciato con corsi di memoria e di lettura rapida. Divenni istruttore per una famosissima azienda che proponeva il “Corso Memotec“. Successivamente, nel ’91, mi trovai a farlo da imprenditore, insieme ad altri due amici, perché l’azienda chiuse e ci trovammo a iniziare con le nostre gambe, facendo i nostri corsi. Poco alla volta, negli anni, abbiamo sviluppato tantissime abilità e competenze in più rispetto alle tecniche di memoria: dallo sviluppo personale alla crescita, alla comunicazione efficace, alla vendita, al team building. Tanti aspetti che oggi fanno parte del mondo dello sviluppo personale.

In tutti questi anni li abbiamo sviluppati e protocollati, e da oltre 15 anni abbiamo aggiunto una novità di cui mi sento abbastanza un pioniere in Italia, il coaching. A differenza dei seminari e dei corsi che continuo a fare, che mi piacciono molto, il coaching si rivolge o in termini one-to-one, singolarmente con le persone, o con i gruppi:  il team coaching, dove non si insegna nulla, ma si aiuta semplicemente la persona a utilizzare meglio le proprie facoltà personali fino a raggiungere i propri obiettivi. In pratica mi occupo di mental coaching, crescita e sviluppo personale per dare valore alle persone, aiutarle a raggiungere e realizzare i propri obiettivi.

F.N.:  Devo farti subito delle obiezioni, perché rappresento un certo tipo di pubblico, e immagino già quali domande si stiano facendo. Abbiamo capito la metà delle cose che hai detto, perché hai utilizzato un sacco di termini che, per noi musicisti, risultano poco comuni. Ad esempio leadership, team building, sembrano più termini aziendali, si avvicinano molto alla parola marketing, ci cui so che te ne occupi. Abbiamo di fronte un pubblico che sta sulla difensiva e dice: “Questo che cappero c’entra, che cosa vuole insegnarmi?”.

L.S.: Mentre parlavi mi si sono illuminate le lampadine: ovviamente hai ragione, non devo dare per scontato che una persona mastichi questo tipo di linguaggio. E’ vero che nasce dal mondo delle aziende, ma io mi occupo anche di coaching nello sport, con squadre, ma non con singoli atleti; dallo sport possiamo attingere tanti esempi, perchè non basta mettere insieme delle brave persone competenti, devono essere unite, sinergiche, devono lavorare bene insieme, perché altrimenti si tarpano le ali invece che creare del valore. Vale per lo sport, ma vale anche nella musica. Tenendo conto che ho avuto occasione di lavorare con diverse persone nell’ambito musicale, in realtà il team building non è altro che la costruzione di un team di lavoro che sia efficace

Ad esempio, ho fatto un lavoro con un cantante, in sala d’incisione: il fatto di avere un team composto da parte della band, da chi è dietro in regia, il tecnico del  suono.. Quello è un team in quel momento. Quindi, sapere di poter contare sul meglio di ciascuna altra persona significa aumentare il livello di qualità del risultato, del prodotto finito che si vuole realizzare. Vale anche nella musica.

F.N.: Quindi per lo sport, la squadra è un esempio di team, poi c’è il team aziendale è un altro esempio di team o di squadra, però anche una band è una squadra.

L.S.: Una band, ma anche il tour manager, il tecnico del suono, chi ti produce i pezzi, chi ti arrangia. C’è tutta una serie di persone che possono stare vicino a te e che fanno parte del tuo team, e tu, in qualche modo, devi essere in grado di saperlo gestire.

F.N.: Quindi, facendo sempre un parallelismo con lo sport, potremmo dire che il musicista è un atleta, tutto sommato.

L.S.: E’ un performer, esattamente come un atleta. E quindi va trattato, per certi versi, come un atleta.

F.N.: Quindi abbiamo capito l’importanza del gruppo e abbiamo parlato anche dell’importanza della leadership in un gruppo. Perché senza una chiara direzione un team si arena. Quanto è importante per un artista saper utilizzare gli strumenti che ti mette a disposizione la leadership, gestire la leadership e gestire un gruppo? Quali sono i rischi di non conoscere queste tecniche, queste discipline?

L.S.: Se entri in un gruppo il rischio più grande è che questo salti in aria prima ancora di raggiungere i massimi risultati possibili. Perché  tendenzialmente c’è sempre un leader  riconosciuto da tutti, che non è per forza il più bravo, o il cantante, non parliamo dell’immagine che viene presentata al pubblico; di solito è il cantante, però non è così sempre. All’interno dei gruppi nasce e viene immediatamente riconosciuta la leadership nella persona tendenzialmente più carismatica. Molte volte è quello che tiene unito il gruppo, che dà la vision, quindi ha l’obiettivo,il drive, la spinta più forte a realizzarsi: è quello che ci crede di più. Le altre persone sono un po’ al traino, attingono alla sua convinzione, al suo sogno, e lo fanno un poco loro. Ecco, se un leader che ha queste abilità, che ha queste prerogative non gestisce bene se stesso, le altre persone e  le relazioni, rischia ovviamente di andare in conflitto, oltre che con se stesso, soprattutto con gli altri. E questo, chiaramente, impedisce al gruppo di riuscire ad arrivare alla sua massima maturità, e quindi alla sua massima capacità di avere una performance eccellente.

F.N.: Fai un esempio pratico di quella che potrebbe essere una situazione tipica, per cui conoscere gli strumenti della leadership ti mette in una condizione vantaggiosa.

L.S.: Uno degli strumenti più importanti per un leader è la comunicazione efficace, saper comunicare bene, il fatto di dire le cose in un certo modo, senza ferire le altre persone, senza mettersi sempre al centro dell’attenzione, senza elevarsi rispetto agli altri, come purtroppo spesso succede. Lascia che siano gli altri a elevarti, no? Tu non hai bisogno di pompare ulteriormente la tua immagine, perché se no gli altri si sentono sviliti, inferiori, e nessuno ama sentirsi inferiore agli altri. Mentre son ben contenti di portarti su, se sentono da parte tua questo rispetto, questa stima reciproca. Quindi, la comunicazione è una delle cose più importanti.

L’altra cosa molto importante è il guidare con l’esempio. Cioè, se io chiedo a te di metterti lì a provare e venire, poi, pronto e preparato però poi io non lo faccio, immediatamente innesco un conflitto all’interno del team. Perché tu mi chiedi delle cose, però sei il primo che non le fa, mentre un bravo leader è la persona che chiede molto, però è la prima a fare quello che chiede agli altri, ed è fondamentale che un leader sia pretenzioso,  che chieda tanto a sé e agli altri, perché altrimenti diventa un gruppo che non si muove, che produce molto al di sotto rispetto alle sue reali potenzialità.

F.N.: Chiaro. Ho visto una vignetta, in Facebook, che mi ha molto colpito, parlava della differenza tra leader e boss, il capo: il boss era rappresentato da degli egiziani che tirano delle pietre  con la frusta  stava sopra la pietra e frustava; il leader, invece, era il primo della fila degli schiavi che tiravano.

L.S.: Esattamente, quello è il principio. Io sono il primo ad arrivare, tra virgolette, e l’ultimo ad andare. Se chiedo a tutti di dare incondizionatamente il proprio tempo, la propria disponibilità, io devo essere il primo, ovviamente, a far questo sacrificio che chiedo agli altri, altrimenti crolla il castello.

F.N.: Vorrei citare il sito della tua azienda, Ekis, il sito è www.ekis.it. A questo punto ti chiedo: questa che mi hai detto è una cosa abbastanza banale, cioè il leader dev’essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, sono cose scontate, se vogliamo. Ekis come può aiutare in questo? Non so se riesci a cogliere la sfida che ti lancio.

L.S.: Abbiamo studiato, ricercato, elaborato, protocollato un sacco di strumenti per il cambiamento. Quello che tu dici è vero: il coaching non insegna cose nuove ai propri clienti, ma li aiuta a metterle in pratica, perchè la maggior parte delle persone sa cosa deve fare, ma non lo fa, è questa la grande differenza. Quindi, quello che fa un coach, quello che cerchiamo di fare noi, anche ai corsi, è operare dei cambiamenti, cioè mettere le persone nelle condizioni  di fare realmente le cose importanti da fare. Se una persona riuscisse a mettere in pratica solo il 30% delle cose che sa, otterrebbe tantissimo in più di quello che vuole. Io non ti dico qualcosa di nuovo, ti dico di fare quello che già sai, perché le cose che sai non le fai e quello è il motivo per cui non ottieni risultati.

Nella musica è la stessa cosa: ad esempio io stesso suono la batteria, sono un pivello, intendiamoci, però la suono. Vado a lezione e il maestro mi dice di fare un esercizio, e io so che devo farlo, ma quando non ho il tempo di esercitarmi, per prima cosa evito di lamentarmi se non mi riesce, perchè te l’hanno già spiegato, ma se tu non lo alleni non arriverai mai a farlo a questa velocità. È molto semplice, devo essere cosciente del fatto che se non faccio, non ottengo.

 

Livio Sgarbi, team building e coaching

 

F.N.: Quindi tu suoni la batteria, non lo sapevo io. Stai studiando.

L.S.: Suonavo la batteria da bambino, andavo alle elementari, l’ho avuta da mio fratello e ho fatto dagli 8 ai 12 anni suonando la batteria; poi lui è entrato in un gruppo e l’ha portata via da casa. Qualche anno fa ho fatto iniziare a prendere lezioni a mia figlia, che suona sia chitarra che batteria, perché  non potremmo stare senza musica in casa. Quando l’ho vista a un saggio suonare mi è tornata la voglia, così ho chiesto al maestro di darmi lezioni, e così sono due anni che mi sto divertendo a suonare la batteria.

F.N.: Be’, mi dai il gancio per la prossima domanda, anche perché intervistando diversi produttori discografici mi sono sentito dire che l’artista deve avere talento, è il minimo indispensabile, e se non ce l’ha è meglio lasciar perdere.  Dentro di me però non son sicuro che questa cosa sia vera. Secondo te esiste il talento, o è un qualcosa che si può estrarre, se già esiste in noi, e magari lo possiamo tirar fuori?

L.S.: Assolutamente sì, ma per un motivo molto semplice: ce l’abbiamo tutti, e che alle volte, per sfondare, non c’è bisogno del talento canonico, classico, convenzionale. Ad esempio se sono un calciatore, ovviamente il talento squisitamente tecnico è utile, ed è giusto anche quello che dicono i produttori, è una condizione sicuramente necessaria, ma non sufficiente. Però, alle volte, il talento non basta, se tu non lo alleni, non lo affianchi a determinazione, grinta, capacità di superare le difficoltà non ti serve a niente; sai quanta gente piena di talento è ancora ai blocchi di partenza? Saranno nove su dieci. L’altra cosa importante è che a volte il talento che ci serve non è quello che noi pensiamo.

Ad esempio, se io sono un cantante o  un musicista, e mi rendo conto di non avere una grande voce, di non avere una grande abilità strumentale, non sono un bravo musicista. Però magari ho grande sensibilità, e sono un grande osservatore della vita, e forse questo è il mio talento,  mi chiamo Lorenzo Cherubini e negli anni riesco a far piacere la mia voce anche se la voce non è sicuramente quella di un grande talento vocale. Forse la mia capacità strumentale non è quella di Saturnino né quella di chiunque altro, ma d’altronde non devo suonarli io gli strumenti. Ecco che divento uno dei cantautori, oggi secondo me, più apprezzati in Italia. Quindi, qual è il suo talento? E’ proprio la sensibilità e la capacità di sapersi impegnare, lavorare duro e imparare a far quello che prima non sapeva fare.

Tu puoi avere il talento di Messi, allora diventi Messi, ma ti devi allenare, non basta essere bravo. Oppure puoi essere Gattuso, che non ha i piedi di Messi, però il suo talento è la grinta, la capacità di mettere determinazione ed energia e di trasferirla alla squadra. E tutte le squadre avrebbero voluto un Gattuso, tanto quanto un Messi. Quindi i talenti possono essere diversi e tutti quanti possono essere utili allo scopo del raggiungimento di un obiettivo di una persona.

F.N.: Ok, nella seconda parte ti chiederò di aiutarci con qualche pillola di saggezza su come si fa a fare questa cosa. Tu adesso stai studiando la batteria, e non ti nascondo che io, proprio sabato prossimo, inizio a studiare basso, vengo a Rimini dalle tue parti, da Nicola Rosti che usa tecniche differenti dalle solite; gli faccio di nuovo pubblicità, anche lui è stato intervistato e mi ha incuriosito tantissimo. Secondo te è possibile condensare il tempo di studio necessario per diventare un bravo musicista, posto che bravo vuol dire tutto e niente? Diciamo che se mediamente uno ci mette dieci anni ad arrivare a un certo livello, è possibile ridurre questo tempo di esposizione allo studio e allo strumento?

L.S.: Ovviamente sì. Tu conta che la nostra mente può essere un acceleratore di risultati tanto quanto un freno, il che significa: se con la mente mi creo degli ostacoli, inizio a farmi delle pare mentali, come si suol dire, quindi a nutrire delle convenzioni negative sulle mie capacità di suonare il basso, come “non son portato”, oppure “non è proprio il mio strumento” e inizio a raccontarmi queste cose, la mia mente ci crede, e quando ci crede crea una convinzione che tenderà a influenzare tutti i miei comportamenti. Quindi io posso accelerare la mia mente formando, dentro di me, delle convinzioni positive sulla mia capacità di imparare a suonare bene il basso, ad esempio, e quindi, di imparare velocemente. Inizio ad auto-convincermi di essere molto bravo in questo.

Un altro ottimo sistema è quello di visualizzare: poco prima di imbracciare il basso, immaginarti già mentre muovi le dita in un certo modo e vederti già bravo, perché la mente inizia a creare una realtà, dentro di sé, di te che stai suonando e stai suonando bene, e quindi tenderà a realizzarlo. Ti porterà in quella direzione più velocemente. Uno degli esercizi, di fatto, più utilizzati del coaching  per migliorare il gesto tecnico di un performer è proprio quello di fargli anticipare mentalmente quello che vuole che avvenga.Questo si utilizza anche in tutti gli sport: un tennista che si presta alla battuta, prima di lanciare la palla, deve immaginare la sua pallina andare esattamente dove vuole, con l’effetto che vuole, con la velocità che vuole. E’ un istante, dobbiamo allenare la nostra mente ad anticipare quello che vogliamo che si realizzi.

F.N.: Questa capacità di immaginare, secondo te, aiuta il tennista a diminuire il tempo di apprendimento, rispetto all’utilizzo metodi convenzionali per allenarsi che non tengono conto della sfera mentale?

L.S.: Negli Stati Uniti hanno fatto degli esperimenti molto interessanti: hanno preso tre squadre di basket: una l’hanno allenata solo sul campo, l’altra l’hanno allenata solo mentalmente, cioè chiudere gli occhi e immaginare determinati schemi tattici di gioco, immaginarsi al tiro, al passaggio della palla e via dicendo; la terza squadra ha fatto entrambe le cose. Secondo te quale ha ottenuto più risultati?

F.N.: Penso quella che ha fatto entrambe le cose.

L.S.: Ovviamente. La cosa interessante è che chi si è allenato sul campo ha ottenuto grandi risultati; chi si è allenato mentalmente ne ha ottenuti meno, ma ha ottenuto un miglioramento, il che significa che bastava anche allenarsi solo mentalmente per migliorare. È chiaro che se io vado in campo e mi alleno mentalmente, ottengo il 100% delle mie possibilità di crescita. Quindi, alla domanda io dico che si può avvantaggiare il tennista come un performer, un musicista e un cantante. È chiaro che, per un tennista, il momento di allenarsi non è mentre stai giocando una partita, ma è in allenamento; per un performer è immaginarsi mentre sei lì. Recentemente ho fatto un lavoro con un cantante: lui stava lavorando anche tecnicamente sulla voce, perché non l’aveva mai fatto e ne aveva proprio bisogno, e aveva bisogno, prima di incidere il disco, di avere un livello alto. E’ riuscito, ovviamente, perché si è allenato tanto, è andato da un vocal coach bravo, importante ma anche perchè con la mente si è avvantaggiato e ha fatto entrambe le cose, si è allenato, di fatto, e si è allenato nella mente.

 

Livio Sgarbi: coaching e formazione

 

F.N.: Uno dei tuoi servizi o prodotti che più mi incuriosiscono, e che non è escluso che prima o poi ci capiterò, è la scuola di coaching. Mi piacerebbe ci raccontassi qualcosa perché, a mio avviso, è una risorsa veramente interessante, che può essere utile anche applicata nel nostro settore musicale, specialmente per i produttori che hanno a che fare con la  performance dei musicisti.

L.S.: Si chiama Master in Coaching. È un Master nel quale insegniamo alle persone a fare il nostro lavoro, insegniamo a diventare dei coach con le altre persone, life coaching, business coaching, sport coaching.

F.N.: E music coaching, la aggiungiamo.

L.S.: Ovvio. Siam partiti dall’idea che a noi non interessava difenderci dalla concorrenza o nasconderci, piuttosto che salvaguardare il nostro know-how, ed essendo  una disciplina e una professione in espansione, in crescita, a questo punto abbiamo detto “Formiamoli noi, così sappiamo che son formati bene e fanno un’ottima pubblicità alla figura professionale”. Negli anni abbiamo sviluppato e creato questo percorso che dura poco più di un anno, con tesine, con un esame finale per ottenere la certificazione, dove dalla A alla Z mettiamo una persona nelle condizioni di poter partire e farsi la propria esperienza professionale da mental coach.

F.N.: E quindi avere una professione in mano, insomma, se già non ce l’ha.

L.S.: Assolutamente, l’idea è proprio quella. Il minimo indispensabile, perché poi io lavoro da 25 anni e l’apprendimento non è mai finito. C’è sempre qualcosa di nuovo, qualche esperienza in più, però la realtà è che per partire e poter fare un buon lavoro c’è bisogno di alcune cose che sono quelle che noi consegniamo al Master. Poi la vera esperienza si fa sul campo. Se tu vai a suonare, impari a suonare bene il basso ma non vai a fare concerti perchè hai bisogno di imparare ancora: hai sempre bisogno di studiare, ma quello che ti serve per andare fuori, sul palco, e fare quel pezzo tu ce l’hai già, adesso, ciò che ti farà diventare un bravo strumentista è andare fuori e suonare, e vivere cosa significa suonare con suoni diversi, con ritorni in cuffia diversi, con musicisti ogni volta diversi, con platee diverse: è quello che ti fa esperto, non è solo stare in una stanzetta e suonare. Il suono della tua batteria è diverso perché hai suonato con gente diversa, hai suonato stili diversi di musica, è quello che ti rende bravo.

F.N.: È quello che dico anch’io all’interno della nostra scuola. Noi abbiamo una scuola di home recording, come tu ben sai. Io insegno a gestire la registrazione, dalla A alla Z, però ripeto sempre che uno può studiare quanto vuole, ma deve fare pratica, perché gestire la registrazione non è una cosa da poco. C’è la relazione con i musicisti, i problemi che si trovano in loco, bisogna scontrarsi con la pratica. Per cui questa è la filosofia che abbiamo all’interno di Recording Turbo System, che coincide con la tua.

A questo punto, rimaniamo in compagnia dei nostri allievi di Recording Turbo System, salutiamo Livio Sgarbi, ricordiamo il tuo sito personale, www.liviosgarbi.com, e il sito della tua azienda www.ekis.it, che consiglio caldamente di visitare. Dall’altra parte farò alcune domande a Livio: ome si vendono i cd ai concerti, per esempio, e alcune altre cose che sono fondamentali per noi artisti e produttori.

Ciao a tutti da Francesco Nano.

L.S.: Ciao!

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Content