Marco Martini: i 5 pilastri della produzione discografica professionale


 

F.N.:.Buongiorno a tutti da Francesco Nano. Benvenuti  in questa nuova spettacolare intervista di Scuolasuono Summer Productive 2013 è la rassegna che la ospita.  Un caloroso benvenuto, un abbraccio e un ringraziamento per essere qui a Marco Martini. Ciao!

Marco Martini: Ciao!

F.N.: Marco è un personaggio interessante. Un italiano che abita a Londra e lavora ad altissimi livelli professionali in qualità di sound engineer. Possiamo dire anche produttore?

M.M.: Si, ci può stare.

F.N.: Ok, nell’ambito della produzione discografica internazionale. Ritengo bello sapere che esistono degli italiani all’estero, come te, che spaccano: nella tua carriera ci sono tantissimi nomi di spicco, personaggi molto noti. Preferisco ascoltare da te direttamente il percorso che hai avuto, la tua storia, in modo da renderci conto, anche per coloro che non ti conoscono, con quale persona abbiamo a che fare.

M.M.: Volentieri. Ho iniziato ad interessarmi di informatica e musica in giovanissima età, quando avevo circa 11 anni. Ho avuto il mio primo computer,  il  Commodore VIC-20, con il quale riuscivo a fare ben poco. Poi con gli anni mi sono interessato sempre di più alla connessione tra  tecnologia e musica. Il primo passo principale è stato il regalo, ricevuto dai miei, dell’Atari ST.

F.N.: Wow!

M.M.: Che ho ancora adesso.

F.N.: Lo utilizzi anche, immagino?

M.M.:  Lo uso tuttora come editor, archivio dati e per alcuni vecchi sinth. Ero un ragazzino, 13/14 anni, quando ho conosciuto alcune persone più grandi che mi hanno introdotto nel magico mondo dei sintetizzatori. Per me all’epoca esistevano le pianole mentre il sintetizzatore era un concetto vago, sconosciuto, riservato ai professionisti. Mi sono avvicinato a questo genere di strumento, parlando con un amico della mia città, col nuovissimo ROLAND 50 . Incuriosito sono andato in un negozio a provarlo, mi ricordo che ho messo le cuffie, ho premuto due tasti del D50 e  si è spalancato un mondo, è uscito solo  un : wow!

Quell’occasione è stata una svolta molto importante, per me e per la mia carriera, non immaginavo e tanto meno pensavo che potesse esistere una cosa del genere. Ho cominciato ad informarmi leggendo riviste specializzate di ogni tipo,  ne ricordo una in particolare: “Strumenti Musicali”. Conoscevo tutto delle band, musicisti, sintetizzatori, divoravo cataloghi di strumenti in continuazione. In quei momenti capii la mia grande passione per quel mondo , che sarebbe stato il mio futuro.

F.N.: La tua vita.

M.M.:  Da quel momento in poi è stata la mia vita. All’inizio suonavo semplicemente le tastiere con varie band della mia città, interessandomi sempre di più al sound in generale. Andavo oltre alle parti di tastiera o programmare i sinth, mi incuriosiva il tipo di chitarra usata dal musicista di turno, che tipo di amplificatore, che tipo di effetti, ai tempi c’era il pre-midi Mesa Boogie ed il perché li usava. In seguito, all’età di 23 anni, mi sono trasferito a Milano.

 

F.N.: Tu vieni da..?

M.M.:  Io sono di Padova. Ho cominciato a lavorare nello studio di Mauro Paoluzzi, che all’epoca faceva i dischi di Patty Pravo, Vecchioni, Bertè, Concato, Venditti. Era un produttore che lavorava veramente tanto. Ho iniziato nel suo studio, guardando lavorare, facendo domande, chiarimenti, a tutti. Ho fatto le mie prime esperienze, sbagliando spesso, imparando dai miei errori.

F.N.: E’ stata una bella fortuna, una bella coincidenza di cose,  un bell’inizio.

M.M.: E’ stato un bell’inizio. Sono rimasto nello studio di Mauro per quasi 4 anni, prima di lavorare al Green Movie , uno studio che si occupa di produzione  musicale, dove sono rimasto per ben 7 anni. Tanto tempo, durante il quale ho realizzato una quantità spropositata di spot pubblicitari, ho fatto un conto rapido e penso di aver lavorato 3000 pezzi.

F.N.: Però!

M.M.: Editing delle musiche, ricerche effetti, registrazione, doppiaggio, mix. Facevo spot continuamente. Nello studio eravamo in 3 fonici ad occuparci di audio, dei quali ero l’unico che si occupava anche di musica. Al Green Movie c’era una sala di produzione musicale, che si occupava soprattutto di musica per pubblicità,  essendo quello il lavoro principale della struttura.
Allo stesso tempo ci occupavamo anche di produzioni musicali. Il primo lavoro, se ricordo bene, è stato la colonna sonora di un cartone animato, prodotto interamente  in Green Movie. Basato su un’opera di Dario Fo, intitolato “Johan Padan alla riscoperta dell’America”.
Fiorello ha doppiato il personaggio principale, interpretando alcuni pezzi insieme a Paola Folli. Abbiamo registrato quasi tutto lì tranne la parte orchestrale, registrata alle Officine Meccaniche. Di seguito è stato mixato tutto  allo Studio Molinetti. All’epoca mi ricordo che ero a Lecco,  abbiamo passato un mese a mixare la colonna sonora.

F.N.: Di quale periodo stiamo parlando?

M.M.:  Del 2001-2002. Questo cartone animato era basato molto sulle musiche ma anche a riferimenti storici, al legame tra cultura europea e cultura  delle Nuove Americhe. Si sono utilizzati strumenti tipici, flauti indiani, cose di questo genere. I compositori di Green Movie, che erano Gino De Stefani, Fabrizio Baldoni e Paolo Re, hanno pensato: “Ok. Ma perché non facciamo un album di  musica nativo-americana, però mixandola a groove, pad, elementi elettronici”. È nato l’album intitolato Mohicans.

F.N.: Con la K immagino?

M.M.: No. Mohicans con la C.

F.N.: Ecco, ovviamente.. Avevo il 50% di probabilità..

M.M.:  Ti è andata male, mi dispiace. L’album ha venduto 160.000 copie in tutto il mondo. Svariati pezzi sono stati sincronizzati in pubblicità. È stato un bel successo. Poi, da lì, abbiamo fatto altri album su quel genere. In quello stesso periodo ho iniziato a fare il mix-engineer free lance  utilizzando, come base, la sala musica di Green Movie, portando con me l’esperienza, outboard, che  avevo  accumulato.

F.N.: Collezionato. Ne parlerai nella seconda parte.

 

 

M.M.: Volentieri. Dopo Green Movie volevo dare una svolta alla mia carriera, volevo fare un cambio che fosse significativo, un passo in avanti sostanziale.
Era già un po’ di tempo che pensavo di venire a Londra, mi è sempre piaciuta. Avevo avuto modo di lavorare con colleghi inglesi dei quali ho potuto apprezzare la loro apertura mentale, il loro sound e tante altre cose. Mi sono trasferito, ormai sono 5 anni e mezzo.

F.N.: Bellissimo. Si potrebbe scrivere un film sulla tua storia.

M.M.: Magari. Ho lasciato molti amici e clienti in Italia, coi quali, utilizzando Skype, riesco a lavorare e mantenere i contatti tranquillamente.

F.N.: Quando sei arrivato in Inghilterra come ti sei mosso? Quali sono stati i primi passi da professionista in quel paese?

M.M.: La prima cosa che devi fare è preparare un bel curriculum, con i tuoi crediti significativi in primo piano ed evidenziando i tuoi skills. Il termine inglese mi viene più facilmente per indicare le mie competenze.

F.N.: Le tue abilità.

M.M.: Le  particolari abilità che evidenziano il tuo curriculum, inviato ad uno studio, manager, produttore. L’interessato deve capire immediatamente le tue capacità nell’ editing, tuning, mixing, recording, mastering. L’inizio non è stato facile. C’è voluto un bel po’ di tempo e pazienza per riuscire ad entrare nell’ambiente:  è vero che a Londra con la musica ci lavori ma ci sono anche tante persone che cercano questo tipo di lavoro, ci sono tanti concorrenti.
Avevo mantenuto contatti qui a Londra che rivedendoli mi hanno aiutato parecchio a conoscere persone giuste, insistendo, per inserirmi meglio nell’ambiente. Queste conoscenze mi hanno aiutato molto. Un fatto curioso, credo che in Italia non ci sia, sono gli eventi in cui si incontrano, si ritrovano, persone dello stesso settore lavorativo, con incarichi diversi, vedi compositori, produttori, fonici, studio manager, durante i quali ci si conosce, si scambiano i biglietti da visita ed  in questo modo  si creano nuovi contatti.

F.N.: Interessante. Tu conoscevi bene la lingua?

M.M.: Me la cavavo abbastanza bene, devo dire, fin da subito. Ora essendo qua è un’altra cosa.

F.N.: Ora, credo, parlerai meglio l’inglese.

M.M.: Dopo 5 anni e mezzo, si. Adesso sono tranquillo. Però, mi ricordo, le prime telefonate dove capivo a metà, perché parlavano molto velocemente. La stessa cosa sarebbe capitata ad un inglese in Italia con una preparazione scolastica della lingua. Invece se le parole vengono scandite più lentamente è un’altra cosa, si capisce molto meglio. Un turista può arrangiarsi bene o male, diversamente per chi deve andare in ufficio, in uno studio, a lavorare incontra inizialmente qualche difficoltà.

F.N.: Lavoro: qui in Italia, penso, che manchi un po’ di autostima. Pensiamo che il resto del mondo ci guardi con pregiudizio. Da questo punto di vista, tecnico, hai incontrato qualche pregiudizio negli ambienti che frequentavi, quando ti proponevi?

M.M.: Penso proprio di si.

F.N.: Puoi anche mentire se vuoi.

M.M.: No. Penso di si,  ma non posso metterci la mano sul fuoco, sinceramente. Nel senso che in Inghilterra, come all’estero in genere, hanno una serie di preconcetti nei riguardi degli stranieri. Un tedesco viene visto estremamente preciso a far le cose,  molto serio,  molto puntuale. All’italiano piacciono le belle ragazze, il sole, il vino, la pizza, piace far casino, fa amicizia subito con tutti. Però, quanto a precisione,  lascia un po’ a desiderare.

F.N.: Quindi tu hai dovuto combattere  contro questo stereotipo, dimostrare che non era così.

M.M.: Io sono così di natura. Mi sento, da questo punto di vista, molto più inglese o tedesco che italiano. Sono sempre stato molto preciso  soprattutto se trattava del mio  lavoro. Diciamo che in un paio di volte mi sono visto sfumare delle occasioni di lavoro sotto gli occhi, per le quali ero adeguatamente qualificato. Nonostante ciò mi sono sentito dire: “No, grazie. Abbiamo scelto un altro”. Potrei assolutamente sbagliarmi, non ho prove tangibili, non c’è nessuno che mi abbia detto: “No, grazie. Non ti prendiamo perché sei italiano”.

F.N.: E’ una sensazione.

M.M.: E’ stata una sensazione. Poi, sinceramente, col tempo sono diventato  molto più padrone delle mie capacità di comunicazione con gli inglesi. Secondo me questo ha coinciso con un miglioramento del mio inglese parlato. Negli ultimi due anni   non ho avuto assolutamente problemi con le persone con cui ho lavorato.

F.N.: La lingua significa molto, insomma?

M.M.: La lingua, secondo me, vuol dire tanto.

 

 

F.N.: Continuando col tuo percorso musicale, sei arrivato a collaborare con delle celebrità, con nomi noti, personaggi con cui a molti piacerebbe collaborare. Vuoi raccontarci qualche situazione più luccicante.

M.M.: Si, molto volentieri.

F.N.: Ci sono nomi che stanno andando molto: George Michael, Meg Reilly. Parti tu da dove vuoi.

M.M.: Allora, cominciamo con George Michael? Tutte queste cose, questo lavoro è arrivato tramite amicizie, persone che nel corso degli anni ho avuto modo di conoscere. Una di queste persone si chiama Neil Flynn, ed è il fonico personale di George, per il lavoro in studio. Neil, ha lavorato con George negli ultimi 15 anni, come  sound engineer personale. Ci eravamo già conosciuti anni fa, tramite amici comuni. Poi ci siamo rivisti una volta trasferito a Londra.

Dopo un paio di giorni mi ha chiamato dicendomi : “Ti andrebbe di venire qua,  nell’ufficio di George. Sai, sto lavorando a dei pezzi miei. Se ti va ci lavoriamo assieme. E io sto cercando di piazzarli ad altri artisti. Vediamo come vanno le cose”.  Per cui è nata come cosa estremamente rilassata. Su un progetto suo. Assolutamente non legato a George. Mi sono reso conto che quello è stato , in un certo  senso , un test per conoscere bene le mie possibilità. Abbiamo lavorato a questi pezzi. Ci siamo conosciuti  meglio, abbiamo cominciato a frequentarci spesso. Ho avuto modo di ascoltare le varie cose a cui si stava dedicando per George. Non sono tuttora uscite. Poi quando George..

F.N.: Quindi non le puoi cantare?

M.M.: Sarebbe opportuno che non cantassi. A parte che non darei mai giustizia a come canta George. Quando George ha fatto il tour orchestrale, sinfonico, Neil mi ha chiamato chiedendo se fossi interessato a fare insieme il mix broadcast, il compagno di produzione.

In pratica George doveva fare 4 date di fila alla Royal Berton, di seguito  fare una serata di beneficenza per la fondazione di Elton John per l’Aids, alla Royal Opera House.
Per cui alla Royal Berton abbiamo avuto una regia solo per noi con un banco DiGiCo.  Quello era il sesto banco che veniva autorizzato nel tour, contemporaneamente nella stessa serata. Ne avevano, mi ricordo, due Front House, uno per il monitor di George, uno per il monitor dell’orchestra, uno per il monitor della band.

F.N.:  Ma qua stiamo proprio esagerando, non pensi ci sia un eccesso, un po’ di arie, considerando sei  DiGiCo..

M.M.: E’ stata veramente una cosa grandiosa. Avevamo i registratori della JOCO,  4 in Front House per registrare ogni show, altri 4 solamente per noi. Abbiamo registrato l’audio del primo concerto facendo un mix molto approssimativo. Il giorno dopo abbiamo fatto il playback  dai  DIGICO  ed abbiamo aggiustato il mix ottenuto dalla prima serata, in modo da poter finalizzare tutta una serie di dettagli. In contemporanea avevamo un sistema Protheus nel quale registravamo solamente degli step. Per cui c’era batteria, uno stereo basso, solo basso, solo chitarre.

F.N.: Una riserva.

M.M.: Una riserva, esattamente.

F.N.: Hai avuto modo di far osservare, che in Italia, tutto questo lavoro si poteva fare con un Aringe.. Ma anche con un DiGiCo solamente ce l’avremmo fatta.

M.M.:  Sarebbe stato sufficiente, è paragonabile l’uso di un Mac per leggere solo le mail.
Abbiamo trascorso una settimana bella e impegnativa al Royal Berton,  tutto questo in preparazione della serata alla Royal Opera House. Ed è stata una bella esperienza. In seguito a questo mi hanno chiamato per fare varie lavorazioni sul disco live, che prima o poi uscirà.

F.N.: Quindi ci sarà il tuo contributo su questo disco.

M.M.: Ci sarà anche il mio contributo nel disco. A livello di editing e registrazione,  varie ed eventuali.

F.N.: Bello. Questa era una esperienza, poi cos’altro puoi raccontarci? Magari per te possono sembrare banali ma per chi le vive da fuori,  indirettamente, queste storie sono molto interessanti.

M.M.: Allora,  ti confesso una piccola cosa. Ogni volta che mi chiamano per progetti di questo genere la prima reazione è di grande eccitazione, entusiasmo. Perchè è bello poter essere associati a dei nomi famosi, poter lavorare su un certo tipo di progetti. Nel momento in cui cominci effettivamente a farlo e lavorare tutte queste sensazioni spariscono.

F.N.: Arrivano i sudori freddi.

M.M.: Sudori freddi dopo tanti anni, no. Facendo lavori di un certo livello devi avere acquisito un buon autocontrollo e una consapevolezza delle tue capacità.  I sudori freddi vengono quando non sai come affrontare le emergenze, non sai come affrontare gli imprevisti . Quando stai mixando una cosa in diretta per la radio o per la tv,  devi andare a colpo sicuro, con professionalità.

F.N.: Quindi quando tutte  le emozioni  se ne vanno a cosa lasciano il  posto?

M.M.: Lasciano spazio a  concentrazione  e mente fredda, su come è meglio organizzarsi per poter prevenire i problemi che potrebbero nascere, soprattutto in situazioni live dove avrebbero il loro peso. Ed è questo che un professionista deve sapere fare, questo fa la differenza con un amatore o dilettante che sia.

F.N.: C’è qualche altro episodio che ci vuoi raccontare, qualche altra collaborazione interessante?

M.M.: Ed Sheeran e Mumford & Sons, ci sono stato coinvolto mediante Rory Custon,  sound engineer che ho conosciuto quando lavoravo per Mauro Paoluzzi, e  all’epoca faceva svariati lavori con Phil Palmer in Italia. Rory, per la cronaca, ha registrato il primo disco di Paola e Chiara. Era venuto in studio da Mauro per mixare un disco di Patty Pravo, che io avevo registrato.
Ci siamo conosciuti in quel contesto, poi siamo rimasti in contatto, fino a  quando trasferendomi a Londra, fatalità, ci siamo trovati vicinissimi di casa.

Un giorno mi chiamò dicendo: “Ma ti va di fare un po’ di lavoro domani? Sai, sto chiudendo il mix di questa nuova band, si chiama Mumford and Sons. Devo fare il mix del singolo. Sai devo andare in un altro studio per ottimizzare il mix ed un paio di orecchie in più non farebbero male”. Così ho trascorso una giornata con lui a fare praticamente il pre- mix a Little Lionel, è stato il loro primo singolo, che li ha lanciati.
Cosa simile è successa con Ed Sheeran. Ho lavorato all’album quando Ed  era praticamente sconosciuto al grande pubblico, era noto nel circuito live, veniva visualizzato spesso su You Tube, ma non era ancora arrivato al grande pubblico. A Rory avevano chiesto di mixare alcune canzoni dell’album, tra le quali Lego House,  praticamente mi ha chiamato.

F.N.: Che è quella più famosa.

M.M.: In pratica mi ha chiamato, inizialmente, per ripulire le sezioni di Pro Tools, nel senso che lui stava lavorando contemporaneamente ad un altro progetto, e mi  disse: “Guarda, io non ho tempo di passare una giornata a guardare le sezioni di Pro Tools che mi arrivano. Fallo tu”. Allora mi sono messo lì, traccia per traccia ad ascoltare tutto, verificare che non ci fossero click, verificare che gli  editing fossero fatti bene, verificare che non ci fossero problemi di timing e d’ intonazione, che altrimenti dovevano essere corretti. Tenendo sempre presente che, durante il mix, in qualsiasi momento dovevi avere la possibilità di ritornare sulle tracce originali. Per cui doveva essere tutto molto organizzato.

F.N.: In maniera ordinata.

M.M.: In maniera ordinata e precisa. Finito quel lavoro, ho praticamente iniziato a mixare, ad imbastire i mix per lui. Ovviamente ci siamo accordati riguardo ad una metodologia di lavoro. Per cui: “Ok. Cosa ti piace usare sulla voce? Cosa vuoi assolutamente che non usi su certi strumenti?” . Per certe cose lui aveva delle scelte già definite, per altre lasciava a me l’incarico dicendo: “Fai quello che vuoi”. In seguito le mie sessioni sono passate a lui che ha chiuso i mix.

F.N.: Quindi tu hai fatto i premix di Lego House, praticamente?

M.M.: Ho fatto tutta la parte di edit e una sorta di premix che suonasse abbastanza coerente. Chiamiamolo rafmix.

F.N.: Allora, direi di chiudere un attimo il capitolo della tua storia professionale, che è molto interessante,  starei  delle ore a seguirti. Però, iniziamo a parlare anche di altri argomenti. Innanzitutto tu conosci Mattia Sartori. È lui che mi ha consigliato di contattarti: è stato gentilissimo. Che rapporto professionale c’è tra di voi?

M.M.: Abbiamo un ottimo rapporto, soprattutto di amicizia, poiché non abbiamo mai lavorato assieme. Ci siamo conosciuti da Funky Gianca qui a Londra.  Ora sto traslocando e, fatalità, andrò ad abitare vicinissimo a Funky Gianca. Può essere un vantaggio e anche l’opposto perché quando entro, mano al portafoglio, comprerei tutto. Ci siamo conosciuti lì, abbiamo subito simpatizzato, avendo in comune anche la provenienza veneta.

F.N.:  Ero convinto che vi conosceste già da prima. Invece è partito tutto in loco. Anche lui si trova a Londra da qualche anno?

M.M.: Si. Abitava qui ancora prima di me. Inoltre condividiamo la stessa grande passione per la musica e per l’audio, abbiamo le stesse vedute su un determinato lavoro. Uno scambio creativo unito a serietà e professionalità.

F.N.: Un grande tecnico. Progetta studi, costruisce, ripara out board, mixer. Parteciperà anche lui alle nostre interviste. È un personaggio gentilissimo, simpaticissimo. Ricordiamo il suo sito vintage-production.com, col meno in mezzo. Allora arrivati a questo punto, nel 2013, la musica può ancora considerarsi un lavoro?  Le produzioni si riescono ancora a vendere?  Come può fare un artista, una band, un personaggio con del talento, partendo da zero, ad emergere?

M.M.:  Si, le produzioni si possono ancora fare. Si può vivere di quello. Si può avere successo, non è impossibile, non è follia.  Un artista deve essere estremamente autocritico. Per quello che scrive, per quella che è la sua immagine, per molte cose.

F.N.: Cosa vuol dire critico?

M.M.: Nel senso che deve saper ascoltare, in base al genere che l’artista segue, tutte le produzioni top di quel settore e cercare  di farlo simile o addirittura meglio. Qualitativamente parlando ovviamente.

Un esempio: suono in una band che fa musica tipo Green Day, il mio disco dovrà suonare tanto bene quanto il loro, se non meglio. Soprattutto le canzoni, che sono la cosa principale, devono essere belle almeno quanto quelle dei Green Day. Viceversa nessuno mi vieta di acquistare il disco dei Green Day.
In base, questo in base al genere che un artista fa, un artista o una band fanno. Perché dovrei acquistare un disco di una band con canzoni che non mi convincono, brutte? Non ha senso, non ci si può accontentare. Non può esserci una frase del tipo “Beh, dai. Però… insomma… cioè… quasi come i Green Day”. No. Deve essere così se non meglio. Altrimenti è meglio che lo tieni come hobby, che è assolutamente lecito. Questa è una delle cose principali.

 

 

Un’altra cosa, molto importante, visto il mercato delle case discografiche che non investe, se non raramente, per progetti di artisti o band, è che gli stessi interessati devono autofinanziarsi. Si devono rendere conto che per produzioni di un certo livello bisogna essere pronti ad investire denaro.
In certi casi anche tanto, meno sicuramente rispetto a 10 anni fa. Ricordo che quando ho iniziato a lavorare in studio, un disco di un artista big costava 200 milioni di vecchie lire. Il costo era considerato assolutamente normale per quanto riguarda una produzione di alto livello.

Oggi queste cifre  non possono più esistere, anche in seguito al calo delle vendite musicali in tutto il mondo.  Ti faccio un esempio pratico: a volte mi hanno contattato degli artisti, chiedendomi di mixare il loro album, per cercare poi un’uscita discografica, una promozione, offrendo dei budget, dei compensi  improponibili, parlando correttamente

F.N.:  Puoi dire la cifra, senza riferimenti all’artista.

M.M.: Si. Mi hanno chiesto di mixare un album di 10 brani per 500,00 euro. Una cosa praticamente impossibile da farsi. Nel senso in cui chiami un professionista che lavora in un certo modo,  preparato e ti  garantisce un determinato risultato. Mixare un album di 10 brani sono 3 settimane di lavoro filate. La somma proposta è inaccettabile, non può esistere. Del resto gli artisti non possono pretendere che, come fonico, supporti la loro musica perché a questo punto per me non è più un lavoro, diventa un hobby. Ma se fosse stato un hobby per me fin dall’inizio, non sarei arrivato dove sono ora.

F.N.: Capisco che possa essere difficile quantificare. Facendo una media, sulla base della tua esperienza, riesci a darmi un budget intorno al quale è possibile iniziare a ragionare su una produzione che deve essere portata a termine in modo professionale? È ovvio, poi cambia la band, cambia il numero di tracce, cambia tutto quanto. Ma giusto per avere un ordine di grandezza. Almeno uno si rende conto di che tipo di investimento deve affrontare.

M.M.: Chiaramente. E’ molto difficile perché dipende da tanti fattori.

F.N.: Facciamo un esempio pratico. Una band alla Green Day, poi mettiamo anche una chitarra acustica.

M.M.: Con una chitarra, allora costa di più. Una rock band, considerando una produzione indipendente, per un album composto da 10 brani, si viaggia sui 4000,00 euro. Ogni volta che si discute di budget.

F.N.: Per il mix o per la produzione?

M.M.: Per il mix. C’è tanto lavoro alle spalle. Mi sento spesso contestare cose del tipo: “Ah, ma ci sono poche tracce. Ci sono solo basso, batteria, due chitarre, la voce e un paio di cori. Ci metti poco”. No, non ci metto poco. Non esiste metterci poco. Perché in un brano di questo genere, parlo per esperienza, molto facilmente dovrò creare dei cambi di sonorità per sottolineare varie sezioni del pezzo, che originariamente non sono stati registrati. Per cui da una parte ho poche tracce.

F.N.: Dall’altro le devi duplicare.

M.M.: Dall’altro lato devo creare un intro interessante, devo creare una prima strofa bella, che abbia magia, coinvolgente. Un primo inciso bello pieno, una seconda strofa diversa dalla prima.
Cambiano gli elementi della batteria, cambiano i riverberi sulle voci, il basso ha un suono diverso, la chitarra ha dei suoni che non funzionano per cui ho bisogno di avere la traccia singola, fare un reamping alle chitarre. Sono infinite le cose.reamping
Mi capita di dover aggiungere delle cose, il classico tamburello negli incisi, ma quale tipo, ognuno con dei groove diversi e dove lo utilizzo solo sul primo inciso o tutti? Sedicesimi o ottavi? Magari sedicesimi e poi provo il suono sugli ottavi. Mi sta bene partire con poche tracce, impiegando così meno tempo, però mi trovo a spenderne tanto da un’altra parte per finalizzare la produzione.

F.N.: Immagino che i mix  più veloci siano quelli con una buona produzione alle spalle e un buon arrangiamento. Quindi anche dove ci sono 12 mila tracce sono già state concepite per suonare bene assieme.

M.M.: Assolutamente si.

F.N.:  Quindi l’ordine di grandezza l’abbiamo. Poi c’è il mastering?

M.M.: Poi c’è il mastering.

F.N.: Che non è una cosa inutile?  Tanto c’è  il mixer..

M.M.: Esattamente. Cosa importa. Il mastering è molto importante.

F.N.: Perché?

M.M.: Il mastering è  molto importante soprattutto se fai un album. Permette di uniformare la sonorità dei vari brani. In modo tale che non ci siamo brani che suonano estremamente chiari o estremamente scuri, con tantissime basse o che abbiano uno stereo molto aperto o molto chiuso. Si compensano tutte queste cose. È chiaro che migliori sono  i mix e meno cose ci saranno da risolvere in mastering. Però è uno step, un passaggio.

F.N.: Tu fai anche mastering?

M.M.: Io faccio anche mastering.

F.N.: Sulle tue produzioni, cioè anche sui brani che mixi tu?

M.M.: Si.

F.N.: Ma non c’è  il problema di avere l’orecchio troppo abituato, ovviamente un professionista è tale perché riesce a venir fuori da questi indovinelli. Però tendenzialmente se uno è già abituato sul brano, in mixaggio, farà fatica poi a trovare degli errori in mastering. È un ragionamento approssimativo. Cosa ne pensi?

M.M.: Può essere vero e può succedere. Può anche capitare il contrario, cioè  sapendo che io farò il mastering e sapendo già più o meno che tipi di interventi farò,  non perdo tempo a risolvere problemi che riscontro al mix perché lo posso fare con il mastering in un secondo tempo.

F.N.: Chiarissimo. Quindi  lavori in anticipo, già sapendo cosa andrai a fare dopo.

M.M.: Esattamente. È inutile che sentendo un problema su un brano mixato la settimana scorsa, la zona dei cento Hertz, basse, medio-basse, le quali non erano molto chiare, andare a ritoccare la cassa, oppure il basso, poiché durante il mastering basta, semplicemente, comprimere quell’area di frequenze interessate.

F.N.: E risolvi. Ho capito.

M.M.: Faccio mastering. Però, se lavoro con produzioni che se lo possono permettere, preferisco farlo fare a un’altra persona.

F.N.: Siamo tornati, ovviamente ad un professionista di pari livello. Un paio di orecchie fresche al lavoro.

M.M.: Esattamente.

F.N.: La nostra intervista, per quanto riguarda la prima parte, finisce qua. Salutiamo i ragazzi che ci seguono dall’esterno. Rimaniamo in compagnia degli allievi di Recording Turbo System , la nostra scuola di home recording professionale.   Sarai il benvenuto quando avrai occasione di passare, con qualche utile consiglio, mi farebbe piacere avere un feed back da parte tua. Quindi salutiamo tutti quanti.

Se non sei ancora iscritto a Recording Turbo System questo è il momento. Puoi farlo, puoi seguire questa intervista, e anche tutte le altre del ciclo Scuolasuono Summer Productive. Un saluto da Francesco Nano!

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