Massimo Varini: chitarrista professionista e produttore


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Francesco Nano – Buongiorno a tutti da Francesco Nano. Benvenuti al primo evento di Scuolasuono Summer Productive 2013. Per me è un grandissimo piacere iniziare questa rassegna di eventi con un personaggio che stimo molto e che avevo già cercato di contattare tempo fa. Adesso ce l’abbiamo fatta, è con noi Massimo Varini che ringrazio veramente di cuore per essere qua. Ciao Massimo!

Massimo Varini – Grazie a te per avermi invitato.

F. N. – Chi meglio di te può darci dei suggerimenti sul mondo della produzione musicale? Tu sei un grandissimo musicista, chitarrista, un  didatta ed anche un arrangiatore e produttore. Penso che tu possa veramente essere una persona che ha una visione a 360° sul mondo della musica che può veramente essere di grande ispirazione per i nostri allievi e per tutti coloro che partecipano a Recording Turbo System, il nostro corso per Sound Engineer on line.

Direi di iniziare questa meravigliosa chiacchierata con te chiedendoti di raccontarci per sommi capi qual è stata la tua esperienza musicale e come sei passato dall’essere musicista a diventare Compositore, Arrangiatore e Produttore.

 

Massimo Varini

 

M. V. – Cerco di essere breve perché da quando ho cominciato sono passati 24 anni: ho sempre avuto la passione della registrazione, per me fare musica e registrarmi è sempre stato una cosa unica. Nell’83 ho cominciato a usare la chitarra;  il mio insegnante, che era il batterista dei Nomadi, mi ha insegnato il primo giro di accordi ed io arrivavo a casa e con quel Do, La minore, Fa, Re minore, Sol diesis, e ho scritto una canzone: faceva schifo però l’avevo scritta! Poi ho avuto una band, ed il nostro insegnante, in realtà, era lo stesso: il batterista insegnava a suonare al batterista, insegnava a me e alla cantante a cantare, ed il fratello del batterista è stato obbligato a suonare il basso.

Così registravo sui 4 tracce a cassette della Fostex, il più famoso era il Porta One, ho iniziato subito da ragazzino a registrare. Adesso chi comincia, come  agli allievi del tuo corso,  basta un Pc o un Mac, che utilizzerebbe comunque per portabilità, Internet ed altro, scaricando una versione freeware di Cubase o Pro Tools LE, e con 30-40 tracce può registrare centinaia di canzoni. Nell ’84 il mio stipendio da apprendista era 490.000 lire, comprare un Registratore a 4 tracce costava quasi 1.000.000,  le cassette al cromo costavano 5.000 / 6.000 lire, e il registratore andava molto veloce quindi ci si registrava pochi pezzi: era molto più costoso, come  registrare in analogico in studio. C’era un negozio a Carpi dove il commesso era Paolo Belli, che poi è diventato il cantante dei Ladri di Biciclette, ed io andavo lì a noleggiare il registratore a 4 piste e la Roland Drumatix, una batteria elettronica, che adesso si trova in Plugin come emulazioneQuindi preparavo le parti di batteria elettronica, poi prendevo a noleggio un basso, suonavo la mia chitarra, e cercavo di capire come fare le migliori registrazioni; a 18 anni ho cominciato a registrare i miei demo, sempre fatti in casa, per lasciarli in giro. Così, avevo circa 20 anni, un produttore e proprietario di uno studio che aveva ascoltato una di queste mie cassette mi rispose: “Guarda mi piace come arrangi. Mi sembra che i demo siano registrati molto bene, quindi probabilmente sei un bravo fonico, suoni bene”.

Gli piaceva tutto, tranne me come chitarrista, ma io volevo fare il chitarrista. Il suo nome era Lotti, mi chiamò a lavorare nel suo studio e mi mise davanti a questo grande Banco, un MCI 400, o il 500, comunque molto vecchio: arrivava dall’Inghilterra e ci avevano registrato sopra “Crocodile Rock” di Elton John. Era un banco particolare In-line, aveva l’equalizzatore su alti e bassi fissi a 12 Khz e 80 Hz e, a volte, per registrare ed equalizzare bene si entrava in un canale, si usciva e si entrava in un altro. Lui mi disse: “Guarda, ci sarebbe da registrare ‘sta roba. Ciao, ci vediamo domani”“Mi scusi?” – “Beh tu lo sai usare no ‘sto mixer?”. Io ho detto: “Sì, più o meno”. In realtà io avevo solo 4 tracce a casa e un mixer della Roland 24 tracce senza Eq.

 

Massimo Varini

 

F. N. – Hai venduto la pelle prima di aver catturato l’orso, mi pare?

M. V. – Ma la pelle era già diventata una pelliccia, però ho detto: “O me la gioco adesso o mai più” e me la sono giocata. Ho letto il libro delle istruzioni dell’MCI, che era molto grosso, e da quel giorno ho cominciato ad usare lo studio. Poi lui mi disse: “Guarda io c’ho alcuni lavori…”. Mi piacque subito perché ci vogliono delle capacità, ma poi si deve studiare e stare molto attenti, essere sufficientemente umili quando non si sanno le cose, stare zitti ma ascoltare per cercare di imparare.

Quindi iniziai a collaborare come “uomo studio, cioè l’assistente allo studio:  venivano lì arrangiatori, produttori etc. Io mi occupavo della programmazione, eravamo nel’89-’90 e programmare significava avere un Atari, io usavo Notatorun software che permetteva di avere un multitraccia Midi, che era stato inventato da poco più di 7 anni, e lavoravo insieme agli arrangiatori: praticamente mi consideravano un fenomeno. Mi dicevano: “Cavolo, ma poi puoi fare questa traccia?” perché erano abituati con il time code Linn-Akai che cominciava solo se ripartivi dall’inizio, così ogni volta si faceva una traccia, si passava su nastro, e si ripartiva da capo. Io invece utilizzavo il sincronizzatore  SMPTE e mi sembrava di avergli cambiato la vita, e quando lui firmò un contratto con un ragazzo giovane mi disse: “Guarda, secondo me, tu, visto come arrangi, come scrivi le canzoni come programmi, puoi dare una mano a questo ragazzo a crescere”. Ho detto: “Va bene, presentamelo” –  “Si chiama Filippo”.

Era Filippo Neviani che poi si è chiamato Nek, anche se inizialmente era il nome della band, non si capiva se eravamo un gruppo o il solista con la band: nacque da un suono onomatopeico del rimshot sul rullante; cominciai con lui e, contemporaneamente, iniziai ad entrare nella discografia perché collaboravamo con questo studio della Fonit Cetra, che all’epoca era una casa discografica italiana abbastanza importante, che poi andò in fallimento e fu rilevata dalla Warner; abbiamo cominciato con Castrocaro  dove lui passò la selezione per andare a Sanremo. Contemporaneamente io, essendo con Fonit Cetra, ho mandato avanti la mia band.

F. N. – Bellissima questa cosa!

M. V. – Questo è un disco, intendo in vinile e questa era la mia band e questa chitarra era la mia chitarra che mi fu rubata nel ’93, e questo tamarro ero io, stile Bon Jovi..

F. N. – Bellissima!

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M. V. – Questo disco lo feci così: lavoravo di giorno in questo studio, quando lavoravo con Nek, registravo orchestre di liscio, ed in cambio avevo lo studio di notte senza pagare: sono andato avanti così fino a un ricovero in ospedale perché erano tre mesi che quasi non dormivo. Praticamente questo disco l’ho prodotto a 20 anni, ho fatto produzione artistica, esecutiva e arrangiamenti, oltre ad essere il chitarrista della band, quindi è stato molto figo. Tutto in analogico, quindi al massimo 24 tracce, si facevano dei premix.. E quindi basta perché sennò vado avanti tutta la giornata: io ho cominciato così.

F. N. – Ok, ora la domanda sorge spontanea perché mi capita spesso di intervistare persone come te che hanno iniziato in un’altra epoca del mondo dell’audio, della produzione musicale e discografica: noi “poveretti” che iniziamo adesso perché tecnicamente siamo molto più avanti di voi, secondo te come dovremmo muoverci per diventare dei Sound Engineer, dei produttori e per riuscire a lavorare con la musica? C’è ancora spazio? Mi rendo conto che sono tante domande tutte assieme, però una è collegata con l’altra.  C’è ancora spazio per gente nuova? Per nuovi produttori? Per nuovi fonici? Come si fa a fare l’esperienza, non dico che hai fatto tu, però, ad arrivare ad un certo livello di professionalità per cui ti senti veramente un professionista?

M. V. – Allora guarda, una cosa è strana. Quando ho cominciato il primo tour l’ho fatto nel ’93, avevo 22 anni; a 23 ero con Biagio Antonacci.  Già all’epoca i musicisti che io incontravo, come già in studio nel ’90-’91, che all’epoca avevano 40 anni mi sembravano dei vecchi ma in realtà avevano la mia stessa età di adesso, mi raccontavano: “Eh ma guarda, a te ti è andata male che hai cominciato adesso, adesso c’è la crisi, non si vendono più dischi! Dovevi vedere noi! Negli anni ’70/’80 si lavorava! Adesso, voi nemmeno riuscirete a lavorare”. Ogni anno ho sentito ripetere queste cose: in realtà è sempre andata peggio, ma perché? Perché la tecnologia.. Quando poi siamo passati sul digitale abbiamo fottuto tutto, finchè c’era il vinile io te lo passavo su una cassettina ma era peggio del mio, se tu lo volevi dare ad un altro lo registravi su un’altra cassetta ed era ancora peggio: mi ricordo che avevo dei dischi, visto che ero povero in canna, in cui il soffio era alto quanto il suono quindi questo si deteriorava,  mentre con l’avvento del digitale ogni copia è uguale all’originale e quindi questo ha portato al crollo del business intorno alla musica, non c’è proprio più niente di tutto ciò.

Calcola che quando io ho scritto e prodotto il disco “Laura non c’è” con Nek, in media nei giorni dopo Sanremo vendevamo circa 18.000 cd al giorno! Non eravamo primi, davanti c’era Jovanotti. Siamo arrivati a 6.000.000.  Diciottomila copie è quello che adesso un disco di un artista che va a Sanremo fa in tre anni, noi lo facevamo in un giorno, tutti i giorni, e noi eravamo quelli sfigati perché prima, quando usciva un singolo di Gianni Morandi negli anni ’70, questo faceva 2-3 milioni in un giorno. Quindi questo per dire che cosa? Che, in realtà, di spazio c’è  n’è sempre meno e sempre molto più sottile. Quindi se prima la formazione poteva essere molto verticale, rispetto a un progetto, un fonico doveva essere IL fonico,  e aveva anche competenze specifiche: “Guarda chiamo il fonico per fare le batterie perché lui è molto bravo a farle, però chiamo il fonico qui a mixare che fa un’altra cosa. Quando dobbiamo fare gli archi chiamo un fonico più bravo a fare gli archi. Le chitarre le faccio registrare a quel fonico”. Si arrivava anche a questi livelli perché ognuno aveva una sua specificità mentre adesso il fonico, di norma, è un pochino più orizzontale nel momento in cui vai a registrare un disco.

F. N. – Sembra brutta detta così.

M. V.  – E’ proiezione di marketing, di professionalità, ti sto dicendo la verità, è quello che penso. È la verità secondo me, ma non la verità in senso assoluto, il moderno fonico o chi si affaccia al mondo della musica è importante che abbia delle specificità e delle formazioni professionali molto importanti. Per orizzontale intendo nel senso che deve abbracciare più cose. Per come si produce adesso la musica, il fonico, in realtà, è diventato un po’ produttore perché deve conoscere le macchine che usa come si sono sempre sapute usare: sarebbe importante, secondo me, che i fonici più giovani studiassero da dove vengono le cose. Mi è capitato di incontrare persone, facendo dei seminari o anche ai miei corsi, uno si chiama “Professione chitarrista” e quando faccio sentire degli effettsento commentare: “Hai usato quel Plugin, quello là l’hai usato in un modo”. No io ho semplicemente emulato quello che si faceva con una macchina analogica.

Da quello che vedo non c’è niente di particolarmente nuovo, quando vedi i plugin: “Guarda questo plugin fa questo, fa quest’altro”. Vabbé, questo lo facevo anch’io, 20 anni fa, usando una patchbay, o  per comprimere il basso usando il canale della cassa prendevo il drummer e mettevo il Side Chain, non è che adesso faccio delle cose che una volta non si facevano, solo che adesso fai prima e costa meno, soprattutto. Quindi la formazione, sul trattamento del suono, deve avere due aspetti: il trattamento del suono, quando registro un suono di chitarra o  di batteria deve essere quello bello, il più corretto, oppure lo registri in modo non bello, ma artistico per il contenuto musicale, e funzionale rispetto al pezzo interessante.

Questo è quello che fanno spesso anche nei dischi inglesi. Se ascolti Bruno Mars, ad esempio, ci sono dei singoli suoni che non sono mai dei suoni. La batteria quando entra è un po’ alla Police, uno dice: “Ma cavolo! Non è una batteria tanto grossa”. Sono scelte. Quindi, in realtà, il fonico quando va a registrare deve colloquiare così tanto col produttore che diventa un po’ anche lui produttore, perché è sempre stato molto importante il suono, però sai, una volta arrangiare era distinguere. Mi serve qualcosa di chiaro, metto uno strumento che suona in un range acuto i suoni, oppure metto semplicemente dei suoni più acuti con degli equalizzatori o degli enfatizzatori. Bisogna anche ragionare su quello che è cambiato.

Mentre prima, per quanto esistessero gli equalizzatori, la funzione di chiaro e di scuro veniva ottenuta attraverso delle note, delle note fondamentali o sfruttamento di armoniche o risonanze, e adesso viene sfruttato con degli equalizzatori. Tu puoi avere una fondamentale ma con un plugin andare a demoltiplicare quella fondamentale, prendere un grosso che però è un grosso non di fondamentale ma è un grosso di risonanza e così da un suono grave metti un plug con un po’ di distorsione, un po’ di acuti e tu hai un suono grave che però è chiaro. In natura un suono molto grave raramente è anche molto chiaro o perlomeno quel chiaro che c’è deriva da delle armoniche superiori, quindi questo ragionamento è importante.

Detto questo, un ragazzo, una persona che si affaccia su questo mondo deve essere sicuramente competente. Non c’è spazio per gli incompetenti a meno che non siano paraculati; sei parente o amico di qualcuno o hai il padre politico fai quello che vuoi, è lui che ti apre le porte, ma se devi andare avanti con tue gambe non c’è spazio per l’incompetenza, ha un prezzo troppo elevato collaborare con un incompetente, costa molto meno chiamare uno competente e pagarlo dieci volte l’incompetente, perché il tempo “è brutto”. Dobbiamo parlare di musica, però tu mi hai chiesto un’ opinione lavorativa,  e quando è lavoro qualcuno lo paga, quindi musica e business necessariamente si fondono: dato per assunto che la musica deve essere buona, il costo per produrre questa musica deve essere commisurato a quello che diventerà il guadagno e quindi diventa un’altra cosa.

 

Scuolasuono.it: Massimo Varini

 

F. N. – Un’altra domanda che vorrei proprio farti è: secondo te, una band che inizia, o un artista che inizia, come deve muoversi? Ormai la figura del produttore esecutivo è un po’ sparita, almeno nella maggior parte dei casi.

M. V. – Quello che caccia il denaro..

F.N. – Sì, volgarmente. Come bisogna muoversi, secondo te? Se tu trovi una band che veramente vale la pena, che consiglio gli dai? Se trovi gente che ha talento e che ha veramente qualcosa da dire che cosa gli proponi di fare?

M. V. – Io, per tanti anni, sono stato Direttore artistico in giuria all’Accademia di Sanremo, poi per 2 0 3 anni a Sanremo Rock e quindi ho ascoltato tante band, alcune delle quali anche talentuose. Prima era un pochino più facile perché i discografici a questi concorsi venivano, mentre adesso se non c’è la telecamera non viene nessuno.  Il discografico è diventato anche lui un po’ artista quindi, visti i costi elevati e visto che ci sono poche vendite e pochi incassi, la casa discografica spende poco. La cosa che costa di più, al giorno d’oggi, non è tanto la registrazione di un disco quanto la promozione. Una volta si registravano dischi con budget di 400-500 milioni di lire, quindi paragonato ad oggi vorrebbe dire 250.000 / 300.000 euro, ed uno che si può permettere di spenderli per registrare un disco non so se ci sia in Italia, forse all’estero. Però, sicuramente adesso un budget di un disco medio va intorno ai 40-50000 euro, che significa pagare lo studio, i produttori, i musicisti e tutto l’environment, cioè tutto quello che sta intorno:  il mangiare per i musicisti, il posto per dormire, i contributi, ecc. Ormai i budget vanno dai 30 ai 70.ooo euro, questo non è niente in confronto alla promozione perchè oggi significa soprattutto andare in televisione.

Adesso c’è un casino di programmi che ospitano nuovi talenti? I programmi di musica sono fatti dai nuovi talenti, che sono la carne da macello dei talent show. Ci ho pure lavorato, ho fatto i dischi di AnnalisaAlessandra AmorosoEmma MarroneValerio ScanuMarco Carta e Pierdavide Carone;  ho fatto 7 o 8 dischi di Amici che hanno vinto, e poi anche Giusy Ferreri che però veniva da X Factor. Essendo dischi correlati ad un programma televisivo, spesso accade che passa l’anno, e con la nuova serie l’artista dell’anno prima scende un po’, quindi è difficile trovare spazi promozionali per nuovi artisti che non siano all’interno di questi talent: una volta c’erano tanti programmi dove andavano i giovani, adesso è difficile.

Quello che io direi a una band è che una volta si suonava di più dal vivo, ma  nel live si suona poco, quindi, anche se adesso ho mollato il discorso pop perché mi sono dedicato a suonare la chitarra acustica e vado in giro per il mondo, mi sentirei di dire che, in base alle cose che sento da produttore, che io ho sentito bisogno e la mancanza dei matti. Ti sembra provocatoria?

F. N. – Interessante questa cosa..

M. V. – No, è una cosa stressante: io faccio il produttore, adesso meno, ma ho lavorato ad un singolo che è appena uscito. E’ una canzone che ho sentito a livello embrionale perché la cantante, che è la mia compagna Rossella, mi ha chiesto: “Il mio batterista ha scritto una canzone. Mi ha chiesto se gliela canto però devo cambiare tonalità. Tu sai come si fa?”. Ho detto: “Cavolo.. Vabbé, fammi sentire”. Glielo cambio, e mentre cambio sento che è un pezzo fortissimo. Lei dice:“Ah non lo so, è di Luca” ed io: ” Fammici parlare”. Ci ho parlato, e dopo le ho detto: “Guarda Ros,  mi sento di produrlo io. Devo finire alcune cose di lavoro ma mi sento di farlo io perché questo secondo me è una bomba,”.

Erano molti anni che non facevo una cosa di questo tipo. Erano 15 anni che non sentivo un pezzo che già per me fosse una bomba. Vedrem, si chiama “Waiting for the sun” dei Roxel. Vedremo se funzionerà. Secondo me, sì. Però, detto questo, le problematiche sono che una volta si diceva alle band: “Andate in giro a suonare” perché le band poi le andavi a cercare. La pazzia che manca è questo, sui prodotti che arrivano da parte delle band, non parlo di artisti singoli perchè di solito quando  uno è da solo o suona solo piano o chitarra, oppure deve usare musicisti e turnisti; di norma, storicamente, le innovazioni le hanno create più le band, i solisti si sono dovuti avvalere dei turnisti, che sono già inquadrati, mentre la band è libera. A me sono arrivate una marea di demo, ho sentito a Sanremo Rock roba che era già con una bella confezione del cd, copertina, bello figo; uno aveva addirittura il tappetino mouse, tutte le canzoni erano già da 3 minuti e mezzo, perfette: introduzione, strofa, il ritornello che arriva prima di un minuto. Erano già confezionate, il problema è che erano fatte male, secondo me. Quello che manca a me come produttore, è quella cosa che io non riesco a pensare.

Io, essendo entrato nel ‘sistema’  tanti anni fa, a forza di lavorarci penso un po’ più negli schemi di quanto possa pensare un ragazzo giovane che questi schemi non li ha. Per me è difficile uscirne, ma se uno cerca, spera di essere intelligente e riuscire a capire quali sono i suoi limiti, che però, a fatica, riesce ad oltrepassare. Il ragazzo che arriva a 16, 18 anni o 20 anni e ti dà già una cosa dentro degli schemi, io che gli faccio? Stampati il disco e vai fuori. Tanto, comunque, non ho modo di modificarlo perché se hai 8 note di melodia della strofa, 8 note la melodia dopo, 2 note del ritornello io non ho materiale su cui lavorare, per me il pezzo non è pronto, non ho una cosa grezza che sgrezzo e ci faccio una produzione.

Quindi manca quello che ti fa dire: “Cazzo questa è una roba folle”, oppure “Fa schifo, questa è brutta, la buttiamo via”. Quello che tieni lo aggiusti e si forma qualcosa di più elevato come contenuto artistico e innovazione di quello che io, da solo, potrei pensare, ma è molto meglio di quello che il ragazzo senza schemi mi ha portato. Io prendo il meglio di tutto quello che lui ha creato e lo metto dentro, rendo il brano di tre minuti e mezzo, perché il lavoro del produttore con una band è quello di dire, ad esempio se il batterista fa mille errori: “Guarda che quando fai ‘sta roba qui non si capisce niente.. Però non so com’è che ti è venuto, che hai fatto tic e tuc e tic e tuc..” e quella è una follia però è bello. Buttiamo via tutto e teniamo solo quelle, così quello che tu facevi per due secondi diventa per tre minuti. Il bassista non va a tempo, però quando fa quel riff bello lo metto lì. Il produttore è proprio un catalizzatore delle cose migliori e ottimizza questo all’interno di un prodotto, per questo a volte intendo che mancano i matti.

F. N. – Molto interessante. Ho due domande che devo assolutamente farti. La prima, mi pare di capire,  è che chi cerca un produttore, comunque, deve approcciarsi con umiltà, arrivare genuino e poi ascoltare i consigli? Non arrivare già preconfezionato, non so se ho interpretato giusto.

M. V. – E’ assolutamente così perché mi è successo diverse volte. Lo faccio raramente però, sempre attraverso Rossella che mi cura la parte management etc., faccio anche delle consulenze. Tanta gente mi dice: “Mi ascolti questo?”.  Io sono arrivato una volta ad avere 600 cd e ho detto: “Basta, chiunque mi scriva digli no!” perché se tu mi mandi l’mp3, ti aspetti che io lo ascolti ma se io ascolto in media 60 mp3 al giorno quando cacchio lavoro? Io non sono un discografico. Adesso sono adulto con figli e questo è il mio lavoro, ascolto una cosa se poi posso prenderla e farla diventare parte del mio lavoro.

Se ho deciso che non voglio fare il produttore esecutivo e produrre in prima persona, ascoltando questi brani al massimo posso dirti: “Fai così, fai cosà”  ma non ho intenzione di fare quel tipo di lavoro. Un discografico sente un pezzo e dice: “Bello, forte, lo prendo e lo produco”ma io non sono quella figura. D’altronde, se dovessi dar retta a tutti, smetterei. Detto questo, quando faccio queste consulenze sento il bisogno di trovare un qualcosa che abbia l’intelligenza di capire che, se io faccio delle osservazioni, sono basate sulla mia esperienza, che non è assoluta ma personale ma, dall’altra parte, ci deve essere l’umiltà di capire che si può cambiare, perchè succede così di solito: “Ragazzi però qui il cantante.. E’ il pezzo, cavolo la voce è stonata!” e mi rispondono: “E scusa l’abbiamo fatto un po’ al volo” oppure: “Però qui per prima cosa ragazzi dovete mettervi d’accordo perché il basso fa una fondamentale e la chitarra fa un’altra fondamentale”  – “Eh sì beh non ci abbiamo fatto caso perché sai eravamo in sala prove”.  Allora la prima domanda è: “Scusate ma visto che io non vi ho obbligati a venire qua, ma perché, se l’avete fatto voi a casa per i cavoli vostri e la voce l’hai fatta di corsa, il basso l’hai fatto senza pensare alla chitarra, quello l’hai fatto così e quindi? Che cos’è che devo ascoltare io?”.

Se ogni cosa che io ti dico come osservazione perché tu possa andare avanti ci trovi una giustificazione tu ti sei autofottuto, non dovevi venire da me. Adesso io ti vedo qua su Skype, ma dietro ho un computer dove al centro c’è una frase che ho detto e un mio amico, che è delle tue parti, di Gorizia, mi ha fatto uno sfondo desktop. La mia frase è: “Se tu sei il primo ad accontentarsi, sarai il primo a doversi giustificare”. Questo io lo trasporto in buona parte della mia vita: ogni volta che tu fai un qualcosa e ti accontenti di quello che hai fatto, tu un giorno di quella cosa ti dovrai giustificare.

F. N. – E’ bellissimo questo desktop. Possiamo condividerlo con i ragazzi che ci seguono?

M. V. – Te lo sto mandando via Skype. Dillo, lo stanno già sentendo, è importante, questa è una cosa che viene da quando ero ragazzino: ti sto parlando dell’85, ’86, avevo 15-16 anni, stavo studiando chitarra e in parte andavo in biblioteca, quando si usavano ancora le biblioteche e non c’era internet, perchè ho fatto solo la terza media, quindi lavoravo, facevo i turni di notte o al mattino molto presto e avevo la giornata libera per studiare. Ho avuto modo di studiare anche filosofie orientali tra le quali Zen; non sono Buddista, ma credo in tutto quello che è energia positiva. Il fatto di non accontentarsi non significa pretendere sempre di più senza mettere mai dei paletti.

Per me registrare è sempre stato prendere un appunto di dove io ero in quel momento. Se io ho un pezzo e mi sembra buono io faccio, adesso, il massimo che io posso fare in questo momento, e in questo momento non mi sono accontentato, ho dato il massimo per Massimo Varini oggi, e lo registro; dopodiché andrò avanti e farò ogni giorno il mio processo di miglioramento, si spera. Quando lo andrò a registrare ascolterò e dirò: “Cavolo adesso è molto meglio”. Ma non è meglio perché all’epoca mi ero accontentato ma perché non mi ero accontentato ma, nel frattempo, sono migliorato.

Quanta gente mi fa sentire i provini: “Senti questo pezzo guarda scusami l’ho fatto a casa soltanto con Cubase light, poi avevo poco”. Prima ancora di farmi sentire una roba ti stai già giustificando: se quello che hai messo dentro era il massimo che potevi fare, non c’è niente da giustificare perché lo stai facendo sentire a me, a uno che non ti deve stampare il disco, devo se e dov’è migliorabile. Quindi questo, secondo me, è una filosofia di vita che ti porta ogni giorno a crescere perché ogni volta dico: “Oggi ho fatto il massimo”. Il giorno dopo dico: “Quello che ho fatto ieri faceva schifo. Perché faceva schifo? Eh l’ho fatto di corsa. No, è perché tu fai schifo”.

Uno deve prendersi le responsabilità: fai una cosa, e se c’è qualcosa che non andava bene non giustificarti per una causa esterna, è causa tua, perché se tu non eri pronto non lo dovevi registrare, o se era il massimo che potevi fare dici: “Questo è il massimo che posso fare oggi.” e domani  verrà meglio e dirò: “Oggi sono meglio di ieri. Io sono meglio di ieri, non ho un software migliore di quello di ieri”. Anche leggere Hesse potrebbe aiutare a fare bene il fonico.

 Nek e Massimo Varini

 

F. N. – Risorse consigliate da Massimo Varini. Senti, a proposito di Roxel, mi è parso di capire che il pezzo era una bomba e quindi tu, in qualche modo, ti sei appassionato. Cerco di fare un collegamento abbastanza pindarico da questo punto di vista. A me capita, come esperienza personale, di ascoltare molto più volentieri i dischi del passato, quelli che hanno fatto la storia della musica: è come se notassi che c’era un’energia differente, non sto parlando di analogico e digitale, sto parlando di energia del brano, della band. Ora, cercando di unire queste due cose, tra il brano che stai producendo e l’energia che c’era una volta, dov’è che si trova, secondo te, la sintesi? È vera questa cosa che ho notato, oppure sono solo allucinazioni?

M. V. – Anche qua non riesco mai a essere breve. La risposta viene da una mia teoria: quando si registrava una volta uno dei parametri era fare un buon arrangiamento su una buona canzone; adesso c’è un altro parametro, il Masteringperchè il disco deve anche suonare forte,  il suono deve picchiare. Io non riesco ad ascoltare la musica in cuffia  per più di x tempo, perché questo mastering così pesante, in realtà, ti tiene sempre compresso e dopo un po’ mi stanco proprio di ascoltare musica quando è così. Mentre quella vecchia aveva delle dinamiche diverse. Ho fatto questa riflessione e questa ricerca ascoltando, e mi sembra credibile come cosa. Una volta si suonava e, oltre ad entrare e uscire, gli strumenti, l’arrangiamento.. Lo stesso strumento si muoveva in senso dinamico, in modo diverso, quindi suonava più piano, più forte, e contemporaneamente anche in un senso melodico, cioè poteva partire più in basso, suonare più in alto etc.

Ora noi produciamo musica e la masterizziamo e la veicoliamo in modo diverso, in realtà la arrangiamo già in modo diverso. Se prendi i dischi di musica un po’ pesante come  Linkin’ ParkNikelbackBlink 182Green Day, adesso più che mettere tre strumenti che suonano piano e poi suoneranno forte si tende a togliere uno strumento e, di colpo, farlo entrare, non c’è più il grigio che diventa chiaro o diventa scuro fino a diventare nero, ma c’è soltanto niente o tutto, e questo è proprio per il mastering, la sonorità, e come veicoliamo e ascoltiamo la musica: una volta si ascoltava nello stereo di casa,  adesso la ascolti nel cellulare, con le cuffiette, con le cassettine del computer, con le cassettine aggiunte alle casse del computer, quindi tutto quello che noi riproduciamo è schiacciato in un ambiente dinamico molto diverso e quindi, di riflesso, ti porta ad arrangiare la musica di conseguenza. E così, l’altra cosa maledetta è che molti fanno il copia e incolla.

In certi tipi di musica è basilare il copia e incolla perché deve essere un pattern piuttosto che un groove. Io sono invece dell’idea, sono un po’ vecchio da questo punto di vista, che si debba far suonare tutto. Anche il cembalo io lo faccio suonare dall’inizio alla fine. Cioè il cembalino così. Perché? Perché ‘sti cazzi, io da ragazzo ho sognato di fare il musicista, no? E quindi piuttosto che perdere 5 minuti a fare copia e incolla ne perdo 8 a suonarmelo io, il cembalino. Ma perché? Perché almeno ho passato 10 minuti della mia vita a non fare Mela C, Mela V, Mela D, perché faccio il duplicate, e mi sta anche un po’ qua. “Eh ma perché non fai il copia e incolla? Ma guarda, ho fatto la chitarra, guarda il secondo ritornello è uguale!”, quindi? “- “Lo copiamo”. No, ti stai sbagliando, io ti suono anche il secondo ritornello e se viene meglio copierai il secondo nel primo,  se il terzo è uguale ti suono anche quello, e se viene meglio copi il terzo sul secondo.

Se è musica esistono delle energie che devono lavorare, togliere queste energie toglie qualcosa, anche se poi uno dice: “Eh ma dopo poi lo fai mp3, fai copia e incolla”. Cazzo ma se tu che fai il musicista sei il primo ad accontentarti, dopo sei il primo a doverti giustificare. Perché? Tu pensa a quando con Pro Tools,  lo uso da tanti anni, suoni un ritornello di 16 misure: “No, ma dai, lo copio che faccio prima”, tu pensi di fare prima: Taglia, Fade In, Fade Out, Copia, Incolla in fondo: “Ah no ma in fondo l’accordo devi sfumare prima” – “Aspetta che qua faccio il Cross Fade”.. Facevo prima a suonartelo, e soprattutto passavi tempo a fare musica. Poi è ovvio che il programmatore che sta davanti a Pro Tools deve giustificare il fatto che sa fare il copia e incolla, però ci dovrebbe essere un po’ più musica da questo punto di vista.

E’ quello che ho fatto da sempre, da quando producevo Nek a quando ho prodotto i miei dischi strumentali, o i dischi dello Zecchino, o qualcuno di Amici: cerco sempre di mettere solo l’energia, è quello che m’interessa. Ad esempio, ho prodotto per 5 anni dei pezzi dello Zecchino, 3 volte ho vinto, un anno primo, poi secondo e quarto,  e io i bambini li ho fatti cantare mentre mangiavano la torta, perché la canzone si chiamava “La torta di pere e cioccolato” e loro dovevano fare: “Non si canta con la bocca piena, MMH MMH MMH” . Ho detto: “Ma invece di fare Mmh, mangiatevi la torta davvero!” – “Eh ma poi gli scappa da ridere”. “E quindi? È un disco dello Zecchino d’Oro,  falli ridere!”.

Mi è capitato di fare anche percussioni con dei miei amici e nel mentre ballare. “Ma perché? Ma così sei gigiolone, però devi essere poco preciso“. Tante volte ho sentito raccontare delle storie su quello che si fa in studio di registrazione che, secondo me, non è vero, a Professione Chitarrista, il mio corso: “Mi han detto che in studio bisogna suonare sempre tutte le pennate uguali stando attenti a non uscire con la dinamica.”  “Ma chi cazzo te l’ha detto?” “Eh ma sai me l’ha detto..” – “Ma te l’ha detto uno che ha fatto dei dischi o te l’ha detto uno che ha sentito, che ha visto, che ha fatto un demo a casa di uno?”.

Suonare è suonare, punto. Una volta che hai suonato, accordato, con gli accordi giusti, suonato a tempo e con l’energia cosa devi fare? “Eh ma in studio andrebbe suonato più piano”.. Ma chi l’ha detto? Suona con un bel suono, con del bel groove, con un bel pattern ed energia. Noi a volte in studio, anche quando facciamo Vasco Rossi, e dobbiamo fare la power sul ritornello, il volume deve essere da stadio, devo essere carico come se “Baaang” , ti sembra che venga giù il muro: “Eh ma è una parte che poi sarà bassa”. Sarà bassa, ma io devo pensare che quella chitarra cambierà la storia.

Ogni traccia che faccio “Dobbiamo fare una traccia della Madonna”, ogni strumento, e questo è un consiglio non solo ai fonici ma ai musicisti: la musica pop, ma anche rock, è fatta da pochi ingredienti ma ogni volta che tu pensi che la parte che stai per fare è una parte sfigata, quella parte è così perché tu l’hai pensata sfigata. Se dici: “Adesso io faccio una parte  della Madonna.” deve avere un tiro bestiale: tu falla, poi dopo sarà bassa e dici: “Ma è piccola piccola che sembra sfigata. Ma non lo è”.

Prova a suonare una chitarra piano e poi la metti alta nel mix, poi suonala forte e quindi devi abbassarla. L’energia che c’è dentro, proprio l’energia cinetica e la corda suona più chiara, sbatte, l’imperfezione diventa la caratteristica, se uno non pensa a questo fa i dischi finti. L’analogico era una ricerca meravigliosa, mi ricordo quando ingrossavamo una cassa, quando c’erano le bobine a 24 tracce, la cassa si registrava sulla 10 perché, era il centro del nastro, aveva il Flutter, non vibrava agli esterni, e si faceva quando il batterista era sicuro, andavi a aumentare il magnetismo perché usavi quasi la distorsione del nastro per fare la compressione e quando suonavi era: “Yeah, suona!” “E se distorce?”  “Sti cazzi, torniamo a registrare.” Cioè tu suona, metti l’energia, se vuoi fare il musicista devi essere felice di farlo, se mentre suoni sei triste, il disco è triste, è molto macro tutto ciò, però è così.

F. N. – E’ bellissimo starti ad ascoltare perché ci trasmetti dell’energia e del vissuto che molti di noi non hanno avuto la possibilità di vivere e che ti invidiano da un certo punto di vista. Però è certo che il mondo va avanti..

M. V. – Questa energia che ti sto mandando è perché penso che il meglio lo devo ancora fare; una volta, in occasione di un anniversario della perdita di mio papà, ho scritto su Facebook questa frase: “Io elaboro i ricordi per costruirmi i desideri”; quindi io continuo a fare questo, i miei ricordi del passato, dei dischi fatti, delle energie, delle persone incontrate, quello che le persone mi hanno dato e quello che io ho dato a loro, sono i miei ricordi, ma elaborando il ricordo, io devo costruire il mio desiderio per il futuro.

Se io ascolto il mio ricordo, lo racconto e basta ma se io prendo dal mio ricordo l’energia che c’era in quel momento, me la porto per domani. E quindi è questo, fare musica è difficile, i compromessi da accettare sono tanti ma non devono essere mai troppo elevati e sono sempre lavorativi, però il compromesso più triste è quello che ti rende triste; bisogna trovare ogni volta, anche se non piace, un aspetto positivo, e che almeno stai facendo musica. Invece c’è gente che si lamenta, che si stressa, si incazza, perché? “E perché questo pezzo..” Dici: “Ma scusa, dai, ma sei in agosto, in uno studio con l’aria condizionata, ma che cosa deve dire quello che sta dando l’asfalto sull’A1 nello stesso orario tuo?”. Non ti lamentare, sii felice, poi ti puoi incazzare quando un pezzo non viene, però devi relativizzare che stai facendo la musica e che è parte della tua vita e tu vivi di musica, ma che si tratta comunque di un aspetto positivo, e questo ti deve dare l’energia ogni giorno, secondo me.

F. N. – Bello, bellissimo! Ok, tra poco chiuderemo la nostra chiacchierata e ci racconterai dei tuoi progetti, dei corsi che fai, ne hai citato già uno. Prima però vorrei raccontarti il mio sogno nel cassetto, e quando uno lo tira fuori e fa il sognatore rischia sempre di sembrare un po’ pazzo, ma abbiamo parlato di pazzia quindi  la voglio condividere. Si tratta di una struttura con molti studi di registrazione, molte regie e molte sale di ripresa, dove ci sono dei musicisti e degli arrangiatori che vengono pagati per fare musica, per fare energia, una sorta di agglomerato di energia musicale. Non so se arriverò a realizzare questo progetto però ti chiedo: “Vuoi darmi un consiglio? Vuoi dirmi come potremmo realizzarlo? Vuoi darmi una pacca sulla spalla o forse anche non vuoi dirmi niente?”. A te..

M. V. – Allora, un progetto così sarebbe bellissimo ed era quello che faceva la RCA negli anni ’60, aveva un posto che era una fabbrica di musica, c’erano fonici stipendiati, loro avevano le edizioni e c’erano gli autori, e tutto il giorno la gente stava lì dentro a scrivere canzoni e collaboravano tra di loro. Quello doveva essere un periodo meraviglioso, secondo me, c’era il business, ma adesso, purtroppo, sappiamo che non c’è. Detto questo o uno è miliardario e fa quello che dici tu, però finiscono presto, oppure, in realtà, se si fanno veramente molto bene, credo che tutto quello che è formazione, è culturale forse si possono chiedere dei finanziamenti a livello europeo e internazionale. La cosa sarebbe stupenda, molto, molto bella, anche se è difficile, soprattutto qui in Italia. Ho collaborato con una struttura così a Detroit, che è un palazzo gigante:  esattamente quello che  hai detto. Per loro ho suonato, ho fatto delle chitarre in un musical religioso itinerante, loro sono protestanti, era la storia di Cristo vista da Pietro.

F. N. – Che energia si respirava in questa struttura?

M. V. – Sono tutti felici. Ma la difficoltà per l’Italia è perché noi italiani, da questo punto di vista, siamo poco disposti a condividere, anche se io mi terrei fuori perché condivido tutto. Sul mio canale You Tube, qualsiasi cosa mi viene in mente, la spiego e la condivido perché è il sogno di un mondo migliore dato da ogni persona che ne partecipi, e capisco che sia anacronistico pensarlo. Quello che intendo è che da noi a volte chi raggiunge un minimo di popolarità, o cose del genere, tende a chiudersi in quella che veniva chiamata “torre d’avorio”, quindi ad estraniarsi dall’altra parte, e questo a volte porta chi arriva su a tirarsela un pò, e quando vieni giù ti trovi da solo, quindi è difficile, in un sogno come il tuo, fare sì che energie molto importanti possano collaborare in modo totalmente trasparente, però sarebbe molto bello.

F. N. – Eh ma noi ci proviamo e ti tengo aggiornato sul progetto. Adesso aggiornaci tu sui tuoi progetti, i tuoi corsi, i tuoi manuali. So che ne hai una pila là vicino quindi spazio completo a te.

M. V. – Sono già arrivato a una ventina di manuali, quindi per me è normale ogni volta cercare di condividere una nuova idea il più possibile,  gratuitamente su internet o mettendola in vendita, perché comunque richiede tanto tempo. Infatti in questi giorni sono arrivati il manuale nuovo che è Tecnica Razionale 2. Un altro mio manuale si chiamava Tecnica Razionale, è andato bene e, in questo caso, come in un altro libro, cerco di dare una mano anche a delle persone. Questo è un mio collaboratore che si chiama Nazzareno Zacconi, è un chitarrista molto bravo: io avevo delle idee, lui ne aveva delle altre, abbiamo cercato di metterle insieme e abbiamo fatto un manuale, sapendo che il mio manuale i negozianti lo prendono, così l’ho aiutato a dargli un po’ visibilità, anche perché lui è molto bravo.

Così ho fatto anche con Fabio Anicas, un altro mio allievo, o nelle settimane scorse con dei miei tutor didattici o con altri miei allievi:  sono riuscito a farli partecipare a dei festival;  contatto gli organizzatori e li faccio andare a suonare. Poi ho un manuale degli accordi , è stato una sfida con Carisch che loro hanno voluto accettare; di solito questi manuali, quando sono così grandi, hanno un dvd e costano 24.70, mentre  io gli ho chiesto di fare il prezzo minimo possibile, 12 euro, e non metto il dvd, ma produrrò io, come faccio spesso, tutti i video e li metterò su You Tube. Dentro c’è un tag dove, mettendolo da Google piuttosto che su You Tube o altro motore di ricerca, si trovano tutti i video relativi e si ha una specie di cloud e  tutta la parte cartacea, ma spendendo la metà.

F. N. – Spettacolare!

M. V. – E poi, sì, ho tanti libri. Per esempio c’è il manuale di percussione e tapping, altre tecniche per chitarra acustica, e capita spesso, in alcune fiere, di andare a spiegare il contenuto del mio libro per Carisch, in quanto autore. Quest’anno invece, a 3 anni dall’uscita di questo libro, al Festival di Sarzana sono andati due miei allievi che hanno spiegato come loro hanno imparato dal manuale. In questo modo io che avevo già la mia visibilità l’ho trasferita a loro, questi due ragazzi contemporaneamente hanno trovato modo di andare a suonare ad Acoustic Franciacorta che è un altro Festival ad Imola, e questo gli da maggior visibilità, così come loro utilizzano le chitarre Eko Mia,  che ho io disegnato per la Eko, e che stanno andando molto bene.

Io sfrutto questo per dire: “Ragazzi, visto che usate la Eko Mia, vi mando a suonare là, riesco a farvi fare pubblicità come musicisti, però pagata dalla Eko, che vi ha venduto una chitarra, e se voi usate quella chitarra  farete implicitamente pubblicità alla Eko, così le vostre spese cerco un minimo di farle pagare dall’azienda”. Questo per cercare di catturare una rete di condivisione, no? Perché, per quanto possano essere conosciuti i miei dischi, i libri, se mi metto a parlare facciamo un incontro di dodici ore. Faccio anche delle copertine un po’ strane, in questa io mi arrampico su una tastiera, qui ho 3 mani perché è un libro di tecnica, un’altra è molto più semplice,  è per dire che la chitarra è ritmo; avevo fatto anche un orologio con il mio omino e due chitarrine che segnano l’ora.

F. N. – Ma è tuo il concept della copertina?

M. V. – Sì, disegno gli schizzi a mano, e poi li mando al grafico, Raf, che se ne occupa e fa un bel lavoro, soprattutto perché poi ognuno ha il suo mestiere. Gli avevo fatto un disegno dell’orologio, del mio omino, delle due chitarre e dei numeri che, in realtà, invece che essere dei numeri romani, erano delle crome e semicrome. Poi ho dei corsi che faccio da me, dedico un po’ di giorni a Carpi, dove ho il mio studio, e un po’ a Roma dove avevo uno studio, che è di un’ associazione scolastica dove ho un po’ di allievi e alcuni mi avevano chiesto: “Ma scusa, perché fai ancora le lezioni se hai già fatto i libri etc.?”. Perché, per fare i libri, serve il materiale, che è l’essere umano: io devo capire se il modo in cui ti spiego le scale pentatoniche, piuttosto che come ti spiego Professione Chitarrista, tu lo capisci bene. Devo vedere in faccia tot persone e trovare il modo di comunicare, nel modo più chiaro e possibile queste nozioni, e quindi sono molto importanti.

 

Massimo Varini

 

Tra l’altro ho formato diversi musicisti che poi hanno trovato anche da lavorare, uno è Placido Salamone che adesso è andato a suonare con Celentano e altri hanno invece intrapreso la carriera da solisti con la chitarra acustica; alcuni di loro sono diventati miei tutor, e adesso ti spiego cosa fanno: nel mio manuale di chitarra, del 2007, il più venduto in Italia, di cui adesso c’è una nuova versione che include il manuale 1 e 2, ho messo un supporto online e on site dove ci sono questi tutor miei allievi che possono aiutare chi ha comprato il manuale via mail, in un forum, o addirittura incontrandoli per aiutarli a suonare.

Ecco, allora a questi riesco a dargli una continuità, a dire: “Tu sei venuto da me. Hai imparato a suonare. Sei bravo. Vale la pena che tu possa fare questo. Io cerco di tirarti dentro trovandoti del lavoro, che poi non faccio altro che metter su il mio sito”.  A Roma hanno anche 22 allievi che gli sono arrivati da lì. Altri insegnando in scuole hanno fatto partire i miei corsi: uno è fare Professione Chitarrista con me, altri fanno lo stesso corso con un mio allievo che l’ha frequentato e ci sono scuole che usano i miei libri.

F. N. – Stai creando un franchising praticamente.

M. V. – Avrei potuto già farlo anni fa: accademie basate sul mio metodo, però voglio aspettare di finire il mio percorso, mi servono ancora 3 o 4 anni. Verranno fuori una trentina di libri, una follia, però la cosa basilare è il programma, ho insegnato in troppe scuole di grandi marchi di franchising per capire che veniva lasciato troppo spazio all’insegnante: io devo creare un sistema dove qualcuno che ha studiato con me  insegni col mio metodo. Se arrivo ad avere 25 libri, ci sarà un programma che determina il tuo livello di preparazione effettiva sia che tu sia mio allievo a Roma, a Napoli, a Trieste a Modena, e se fai quell’argomento tu devi saperlo fare per davvero. Un programma serio, che non può essere basato come ora sul fatto “I manuali di Varini sono i più venduti quindi vado a quell’ Accademia”, io devo essere sicuro che tu vada via pensando di avere pagato un prezzo giusto in quella scuola che ha utilizzato i miei metodi e che tu abbia imparato quello che speravi di imparare, altrimenti non va bene.

E’ una questione di serietà, dopo non di solo pane vivrà l’uomo.Piuttosto che mi arrivi una percentuale e io mi prendo dei soldi, preferisco incontrare una persona sul treno, come mi capita, che mi dice: “Wow, ho visto i tuoi video su You Tube,  ho imparato a suonare col tuo manuale.” e che è felice piuttosto che magari uno che mi vede e dice: “Ma guarda quello stronzo mi ha fregato”. La cosa deve essere basata sul prodotto, sul contenuto:  io devo creare un prodotto  buono,  dopo valuterò se questo potrà darmi profitto, ma sarà una conseguenza di un prodotto fatto bene. Questo è anche un consiglio per chi produce musica: fai un pezzo che sia bello, se è bello e arriverai al massimo della qualità quello ti potrà far produrre il profitto. Quando è girato al profitto, per mia esperienza, porta sfiga.

F. N. – Ok Massimo. La nostra chiacchierata fighissima finisce qua. Io ti ringrazio veramente di cuore e posso invitare tutti quanti quelli che ci hanno seguito a registrarsi a Recording Turbo System, per continuare a seguire tutti gli appuntamenti di Scuolasuono Summer Productive 2013. Ci sono ospiti veramente d’eccezione, guardate le locandine che stiamo creando in questi giorni, è bellissimo. Massimo, ti offro la possibilità, se pensi che sia un valore aggiunto per i tuoi allievi, di avere un mese gratuito del nostro corso.

M. V. – Ti ringrazio.

F. N. – Abbiamo la promozione del primo mese che è gratuito, però teniamoci in contatto, perché da questo momento in poi, tutti i tuoi allievi avranno comunque, in qualsiasi occasione, 10 ore di materiale gratuito.

M. V. – Fantastico! Ti ringrazio così lo girerò anche ai miei tutor.

F. N. – Ottimo. Salutiamo Massimo. Ciao a tutti da Francesco Nano, alla prossima!

 

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