Maurizio Maggi sound engineer di uno studio mobile


Francesco Nano – Buongiorno a tutti, un benvenuto a tutti quanti quelli che ci seguono, ai nostri ascoltatori e a tutti i nostri amici interessati al mondo dell’audio e dell’home recording. Benvenuti, un saluto da Francesco Nano di Scuolasuono.it. Oggi ho veramente l’onore, ed è una frase che ripeto spesso in quanto sto intervistando delle persone che ammiro e stimo da tanto tempo, ed oggi in particolare sono felicissimo di presentarvi Maurizio Maggi. Ciao Maurizio.

Maurizio Maggi – Hai fatto una presentazione da dj, per cui sei fantastico tu. Ti ringrazio per il cappello, ma insomma, niente di che.

F. N. – E’ che io mi emoziono, in quanto è un’emozione parlare con te. Per chi non ti conosce..

M. M. – Sei piccolo e giovane, io sono invece della vecchia generazione, per cui, boh..

F. N. – Comunque, tra i due quello che ha meno capelli sono io. Questo è innegabile, ok? Rimettiamo a posto i ruoli.

M. M. – Ma credo che quando hai registrato l’intervista mi hai messo un po’ di Photoshop nei capelli togliendomi la stempiatura ed il grigiore…

F. N. – Sì infatti, ti farò biondo, va bene? Ok.

M. M. – Ottimo, un capellone.

F. N. – Per chi, ancora, non ti conoscesse, tu sei un un produttore, un sound engineer, aiutaci tu a capire. E hai lavorato con tutti i più grandi..

M. M. – Si, tecnico del suono, fonico, in inglese sound engineer, come l’idraulico, praticamente. Produttore non proprio..

F. N. – Ma non solo, perché ultimamente sei anche sul video.

M. M. – Ebbene sì, da qualche anno ho preso questa deviazione nel mondo video, perchè come mi piace sempre ripetere, quando si parla di spettacoli musicali o show, l’audio e il video vanno incollati..

F. N. – Ormai sono incollati, sì.

M. M. – Esatto, gli spettacoli dal vivo attualmente sono molto multimediali, per cui audio, suono, luci e video, schermi sono tutti insieme. Noi che veniamo dalla vecchia tradizione, quando ancora si facevano con lo scotch, lavorando con il nastro e le cineprese, il salto nel mondo digitale ci ha permesso, con anche meno attrezzature, di fare tante cose.. E dopo tanti anni facendo il fonico in registrazioni audio e di concerti dal vivo, ho avuto questa deviazione nel mondo video, perché alcuni clienti con cui lavoravo e lavoro abitualmente, mi hanno dato alcune cose da fare. Così mi sono molto appassionato al video che però è sempre incollato all’audio. Insomma, audio e video sono insieme, soprattutto quando registri trasmissioni musicali o spettacoli musicali per produrre dvd, blu-ray o mandarli in onda, etc.

F. N. – Percepisco che tu sei una persona semplice, umile e che non ti va di vantarti, quindi tappati un attimo le orecchie.

M. M. – Perché ho la piscina qua.. No, scherzo.

F. N. – Ok. Tappati le orecchie un attimo, volevo dire che Maurizio Maggi ha collaborato con dei nomi grandissimi della musica italiana e non solo. Comunque, tra i vari lavori e collaborazioni che ha portato avanti, ci sono quelle storiche con Claudio Baglioni, Pino Daniele, Jovanotti, Battiato, MadreDeus, Zucchero, FiorellaMannoia, LauraPausini, RenatoZero, Elisa, TizianoFerro, e tantissima altri. dimmi se ne ho sbagliato qualcuno.

M. M. – Sì, ho trascorso i primi anni della mia carriera in studio di registrazione come talpa da studio, facendo registrazioni per i dischi. Avevo uno studio mio, insieme a mio fratello negli anni in cui si facevano ancora i dischi in studio..

F. N. – Anni ’80.

M. M. – ’80, ’90, esatto. Ho avuto la fortuna di essere geograficamente in un posto dove c’erano molti talenti, sia dal punto di vista della produzione, arrangiatori, come Celso Valli, Fio Zanottie Mauro Malavasi, che portavano nei nostri studi di Modena alcuni artisti che all’epoca, erano emergenti, e poi..

F. N. – E poi sono emersi.

M. M. – Sono emersi alla grande, buon per loro. Quindi di riflesso anche noi che collaboravamo siamo, ci siamo creati un giro simpatico. Dopo tanti anni di studi di registrazione, facendo i dischi sono passato a fare anche i concerti dal vivo come fonico, per alcuni di questi cantanti che hai citato. E poi l’uno e l’altro. Dopo un po’ di specializzazione nella registrazione dal vivo.. e poi quello che capiva.

F. N. – Avevi uno studio mobile, se non ricordo male.

M. M. – Anche uno studio mobile, esatto, che c’è ancora. Nella carriera ne abbiamo fatti tre. All’inizio, nell ‘ ’88-’89, il primo, sembrava una cosa un po’ fantascientifica. Poi, ne facemmo un altro intorno agli anni ’90 e il terzo che ancora resiste, l’ho in collaborazione con Backstage, che lo gestisce per fare alcuni trasmissioni televisive per MediasetRai eccetera.

F. N. – Ma immagino che lo studio che hai costruito nell’ ’89, lo studio mobile, fosse completamente analogico, no?

M. M. – Sì, esattamente, completamente analogico. Un camioncione..

F. N. – Quante tracce c’erano?

M. M.– Guarda, per l’epoca eravamo molto avanti, perché all’inizio c’erano due 24 piste a nastro da due pollici, due ottavi. Poi, dopo, ci fu la conversione al digitale come registrazione, mettemmo su due 32 piste..

F. N. – Per chi non li conosce, sono sempre lavatrici, comunque.

M. M. – Lavatrici.. Sai, fa un po’ specie adesso, che con un computerino portatile hai mille piste. Una volta eravamo vincolati a una macchina che faceva 32 piste. Oppure c’era il Sony 48 piste, nell’ultimo periodo. Comunque si presentavano come delle belle lavatrici, del costo di una villetta a schiera, per l’epoca.

F. N. – Un’altra epoca.

M. M. – Un’altra epoca infatti. Abbiamo vissuto la transizione tra analogico e digitale. Il mixer che c’era a bordo era un glorioso MCI 48 canali come extender di altre 24, forse, non mi ricordo più. Insomma, per l’epoca avevamo molti canali e molte piste.

F. N. – Era pesante questo bilico che portavi in giro, mi sa.

M. M.– Sì.

F. N. – Aveva un suo peso. Mi hai un po’ spiazzato, già hai iniziato a raccontare un po’ della tua storia. Di solito io inizio dicendo raccontaci un po’ della tua storia.

M. M. – Beh, parlando saltano fuori queste cose che poi anch’io ho rimosso, perché andiamo talmente indietro, in un’epoca giurassica, dell’altro secolo, però ogni tanto fa piacere anche ricordarle.

F. N. – Proviamo a ripercorrere con te, almeno per punti, quali sono state le tappe più importanti della tua carriera. Ce n’è un miliardo di roba da dire, ma se vuoi scegliere di raccontarci per sommi capi come sei nato e come ti sei evoluto come tecnico.

M. M.– Esatto, a parte che siamo talmente appassionati che ancora dobbiamo abituarci al fatto che questo sia un lavoro. Perché ogni volta è talmente divertente, anche con tutti gli imprevisti e gli stress del caso. Comunque, parlando di carriera, se la vogliamo definire così, tra virgolette, nasco a Modena sotto le ali di mio fratello che suonava in un gruppo dell’epoca beat. Lui aveva la passione anche sul versante tecnico e, un po’ contro-corrente, realizzò uno studio di registrazione in quel di Modena, che per l’epoca era veramente fuori zona. Infatti i dischi si facevano a Milano, in CGD, o a Roma, all’ RCA.

Ti parlo di fine anni ’80. Anzi, scusa, fine anni ’70, ’78, un salto indietro. ’77, ’78, ’79. A Modena, mio fratello suonava in un gruppo, quindi già per loro, loro facevano le prove così. Io ero giovanissimo, mi sono inserito, visto che ero lì, mi davano qualcosa da fare. Poi, come ti dicevo prima, approdarono lì degli arrangiatori, all’epoca giovanissimi, che poi diventarono dei nomi. Per cui, ripeto, Fio Zanotti, Celso Valli e Mauro Malavasi, che, insomma, avevano un talento che gli ha consentito di fare un sacco di produzioni. In più Modena, in Emilia, è sempre stata una zona molto musicale, una fucina, dove ci sono le radici di molti gruppi e cantanti…

F. N. – Anche noti.

M. M.– Io me li ricordo che venivano lì con la cassettina, non capivo bene.

F. N. – Facciamo qualche nome, dai..

M. M. –Vasco Rossi, ovviamente, che è di Modena collina, Zucchero, che è di Reggio Emilia. Poi, c’erano i vari cantautori, Guccini, e nel giro bolognese gli Stadio. Tutti insomma. All’inizio erano tutti lì:  Biagio Antonacci.. Sull’onda di Vasco e Zucchero si è creato molto giro. Eravamo lì e abbiamo registrato i primissimi dischi.  Successivamente Ligabue, anche lui è di Reggio Emilia. Per cui, percorso di studi di registrazione, in un periodo storico dove non c’era nulla. Cioè, c’era giusto il registratore, il mixer e i microfoni.

Noi avevamo una villa, che avevamo adibito a studio residenziale, per cui i clienti, cantanti e artisti, venivano, pernottavano lì il periodo delle registrazioni. A quell’epoca ne abbiamo fatto una dietro l’altra, un sacco di lavori. E ogni lavoro era un’invenzione. Perché non c’erano plugin, non c’era niente. Per cui, la ricerca della sonorità, dei suoni, si faceva con la posizione dei microfoni, l’ambiente naturale:  avevamo delle sale molto naturali, con marmo per terra, le finestre, il legno, le tende e i tappeti.

All’epoca venivano bene le batterie. Abbiamo resistito anche nel periodo in cui saltarono fuori le prime batterie elettroniche, i primi campionatorinoi continuavamo comunque con strumenti naturali. Oltre, chiaramente, ad essere sempre al passo con la tecnologia che, man mano, usciva. Per cui, primi campionatori, i primi multitraccia digitali, quindi mixer automatici, le automazioni eccetera. Poi, ti ricordi sicuramente meglio tu, ogni anno usciva.. no, ogni mese usciva qualcosa e, chiaramente, si doveva stare al passo. Visto che avevamo a che fare con artisti tra i più importanti, dovevamo essere al passo anche noi. Quindi, multitraccia sincronizzati, sempre più tracce eccetera. Fino all’arrivo dei primi propulsini.

Con l’arrivo dei propulsini sono morti gli studi di registrazione. Infatti, poi, nel ’96-’97.. no, nel ’98 decidemmo di smantellare lo studio, perché non eravamo più dell’ idea che gli studi tradizionali potessero funzionare. Io ero già abitualmente impegnato con i concerti e i tour dal vivo con alcuni artisti. Per cui mi ritrovavo, anch’io ad essere spesso fuori in giro coi tour, per cui lo studio era diventato un po’ anacronistico. Deviammo sullo studio mobile all’inizio verso l ’88-’89. Quello c’è sempre stato, parallelamente, perché prima si facevano i dischi con gli studi mobili, i dischi dal vivo. Dopo, almeno le trasmissioni musicali, comunque, necessitavano, e necessitano ancora, di una regia mobile, per curare i missaggi anche in diretta, al volo insomma.

F. N. – Adesso farò una di quelle gaffe tipiche, nel senso che ho ottomila dischi su cui chiederti informazioni, e magari ti chiederò l’unico in cui non ci sei neanche tu..

M. M. – Infatti, spesso succedeva una volta, o ancora adesso,che  molti dischi, molte produzioni si fanno a molte mani, nel senso che registri la batteria in America, poi vengono in Italia, per cui magari c’è il nome.

F. N. – No, non ho il libretto, ho cercato adesso, al volo in Internet, ma non sono riuscito a reperire l’informazione giusta. Tu hai lavorato nel disco Blues di Zucchero.

M. M. – Blues l’ha fatto Rustici, no? Così mi sembra. Esatto. Credo siano venuti a fare delle voci, qualche sovrapposizione, perché con Zucchero il vero lavoro da zero l’abbiamo iniziato con Oro incenso e birra, perché, in quel periodo lì, stavamo facendo altri lavori. Però, Blues qualcosa avevamo fatto.

F. N. – Qualcosa.. Ho capito.

M. M. – Ho un vago ricordo di quel periodo, perché c’erano mille cose contemporaneamente.

F. N. – Ti avrei chiesto degli aneddoti, perché è un disco al quale io sono particolarmente affezionato. Mi pareva che nei crediti ci fossi, tempo fa avevo guardato.

M. M. – Probabilmente, sì, qualcosa abbiamo fatto.

F. N. – Allora, saltando il discorso di questo disco..

M. M. – Di Zucchero Ho un ricordo vivo da Oro incenso e birra in poi. Per Blues avevamo fatto qualcosa dal vivo, qualche registrazione, probabilmente si era suonato qualcosa con Fio Zanotti.

F. N. – Ok. Raccontaci qualche aneddoto. Nel senso, ne avrai una caterva, però, quali sono le situazioni più simpatiche o tragiche nelle quali ti sei trovato in questi anni?

M. M. – Diciamo che quel periodo di cui stiamo parlando con lo studio di registrazione, che era anche la casa di tutti noi e dei ragazzi che venivano, eravamo anche parecchio più piccoli. Ogni volta era un divertimento, c’erano scherzi, poi diciamo, che era un periodo d’oro. Sembra un luogo comune dire dei mitici anni ’70, ’80, ’90, però in effetti, noi che li abbiamo vissuti di persona li abbiamo apprezzati. Non che adesso ci si diverta men.. Diciamo, spiriti diversi, dinamiche diverse, però, allora eravamo tutti più in pista, in corsa. Ogni lavoro era divertente. Poi eravamo in casa, con la villa, c’erano scherzi a gogò. Se ci fosse Fio Zanotti inizierebbe con mille aneddoti.

F. N. – Allora lo contatterò. C’è stato un errore madornale che hai fatto? Una volta ho sentito che c’è stato, all’epoca dell’analogico, un personaggio che era riuscito a cancellare un’intera bobina multitraccia con degli erase, perché c’era scritto “Erase” sopra.

M. M. – Ogni tanto ci arrivavano queste leggende. A noi, per fortuna, non è capitato granché, di queste cose qui. Tra l’altro, da quando hanno inventato gli hard disk, io ho questa concezione che l’hard disk può fallire. Perché quando c’era il nastro non c’era neanche l’idea che potesse non funzionare o cancellarsi. So di un intero gruppo di master persi in America di Zucchero, sono stati persi credo dalla casa discografica americana, tutti i master e tutti i multitraccia. Però era buona abitudine, non di tutti, ma noi lo facevamo sempre, far le copie. Avendo le macchine doppie o triple, facevamo fisicamente la copia, play da una parte e rec dall’altra. Era tutto doppio o triplo.

F. N. – Sul digitale o anche sull’analogico?

M. M. –Analogico e digitale. Anche gli analogici. Comunque, era l’epoca in cui c’erano ancora gli analogici.

F. N. – Tenevate i backup anche dell’analogico.

M. M. – Non era un termine che esisteva, ancora, perché, come ripeto, quando si lavorava non c’era il minimo dubbio che il nastro fallisse. Non mi è mai capitato in trent’anni, che un nastro, registravi e c’era un’altra cosa dentro. Invece, adesso, per ogni lavoro, sopratutto quando faccio le cose dal vivo, quando ci sono degli eventi di una discreta importanza, one shot, cioè una serata, vado con almeno tre o quattro batterie di, come li chiamo io, registratori, anche se sono hardware con schede di acquisizione. Perché i computer falliscono molto più facilmente di una vecchia lavatrice. Per cui può sempre succedere qualcosa.

F. N. – Ma in quel caso..

M. M. – O si fanno anche i backup.

F. N. – Ecco. Ok. Quindi, tu da tecnico del suono, mano a mano, ti sei trasferito sul video.

M. M. – Sì, facendo sempre di più queste tournée grosse, per la completezza dello spettacolo si sono aggiunti degli schermi con dei contributi video, grafiche, colori, etc. E c’era sempre l’esigenza di sincronizzare queste immagini con la musica suonata dal vivo dai musicisti. E devo dire, soprattutto in passato, non c’era una gran cultura di sincronizzazione nel mondo video e nelle persone che facevano video. Per cui spesso mi capitava di occuparmi di questo aspetto della sincronizzazione… Poi, comunque, sono sempre stato appassionato di video, da prima di fare l’audio. Ho sempre collaborato con le prime televisioni private o libere che uscivano a Modena. E spesso facendo trasmissioni televisive, mi trovavo sempre a contatto con registi famosi: ho sempre visto con curiosità queste cose qui. Per cui serviva sempre di più, occuparsi anche della parte video, nonostante si facesse l’audio.

Quindi ho preso questa deviazione e ci siamo inventati questo sistema delle telecamere robotizzate che si possono nascondere sul palco, senza che gli operatori siano invadenti, e abbiamo creato questo sistema, regia, una strutturina, fatta di telecamere presidiate, da telecamere robotizzate o da micro-camere, etc. che tra l’altro che si possono anche controllare, automatizzare con le sequenze audio. Insomma, poco per volta mi sono raffinato anche su queste cose. Poi è capitato di girare qualche videoclip, per qualche artista amico, cantante. Adesso, a seconda del tipo di lavoro, può capitare di fare una cosa solo video, solo audio, oppure fare una cosa audio-video.

F. N. – Audio e video.

M. M. – La struttura c’è a seconda delle richieste e delle situazioni. Non sono un service video, però, per alcuni clienti ci piace collaborare anche in tal senso.

F. N. – Tra l’altro, sei stato tu a realizzare il video di Zucchero a Cuba, no?

M. M. – Beh, io realizzare è una parolona, c’era uno staff di gente mista, nel senso c’era il service audio Agorà, con tutti, poi c’erano i proiettori… Io ho portato alcune di queste camerine piccoline robotizzate, proprio perché non c’era tanta possibilità di portare tantissima roba. Per cui io ho fatto e fornito le immagini che andavano sugli schermi ed ho collaborato con alcune riprese, con lo staff video preposto.

F. N. – Ufficiale.

M. M. – Ufficiale, esatto. Max Bettoni, Christian Biondani, loro han fatto la regia, io ho collaborato e ho fatto le registrazioni tradizionalmente, le registrazioni audio della serata, come è capitato in altri lavori dal vivo di Zucchero. E’ stata una bella esperienza, perché, comunque, essere là non è come essere qua, visto che manca tutto. Abbiamo cercato di portare il meno possibile ed avere comunque tutto a disposizione, perché se ti manca un cavetto o un’interfaccina non è che vai alla Coop e la compri, lì non c’è nulla, proprio niente. Ed è il bello di Cuba. C’ero già stato, in passato nel ’96 con quel concerto di Jovanotti sulla scalinata dell’università, se non sbaglio. Devo dire che Cuba è un po’ cambiata, è molto più moderna, però è sempre Cuba. Zucchero ha fatto una grande produzione lì, portando tutto, dal palco a tutto lo staff, tutte le apparecchiature.

F. N. – Wow. Ma, la domanda che vorrei farti è questa: tu nasci nell’analogico e ti ritrovi, oggi, nel digitale. Come dicevi prima, quando sono nati i protoolsil mondo discografico ha iniziato a cadere, a sgretolarsi.

M. M. – A cambiare, direi, cambiare. Qualcuno si è adeguato, qualcuno no, comunque sì, è stato un bel passo.

F. N. – Ecco tu, tra i professionisti che hanno vissuto quell’epoca, anche l’epoca di transizione, con chi ti schieri? Sei tra quelli che ce l’hanno con gli home recording studio, o sei tra quelli che dice..

M. M.– No, assolutamente no. E’ chiaro che io mi sono ciucciato vent’anni, trent’anni di analogico e credo che sia stata una scuola molto formativa. Posso dire che i primissimi digitali li ho avuti subito per le mani, e anche dal vivo credo di essere stato tra i primi, ma per un fatto cronologico, perché ero lì ad usare i mixer digitali e altro. Per cui, non si torna assolutamente indietro. Con l’analogico ho degli ottimi ricordi, però, c’è stato qualcuno, mi ricordo, che era un po’ prevenuto sui primi digitali, a ragione, perché..

F. N. – A ragione, certo.

M. M. – … Perché i primi digitali suonavano malissimo, erano complicati, si rompevano, non erano affidabili, eccetera. Oggi no. Oggi sarebbe impossibile tornare all’analogico, anche se..

F. N. – Anche se..?

M. M. – Il suono..

F. N. – E qua volevo arrivare.

M. M. – Ma sai, il discorso non è analogico o digitale, il discorso è che l’industria discografica, oggi, ti propina un MP3 al posto di un vinile, che è imperfetto ma ha un suo carattere. Siam sempre lì, è come fare una fotografia con una pellicola o con una macchina digitale. Non c’è paragone, come qualità. Però, la distorsione che dà un analogico la dà solo un analogico. Nelle registrazioni tutti tornano a usare dei pistolometri, come li chiamo io, ovvero dei processori analogici su supporto digitale. Uno fa quel che vuole, l’importante, discograficamente è l’idea creativa, poi, come, uno ha talmente tanto a disposizione che può scegliere di farlo come vuole. Diciamo che quando lavoro dal vivo, apprezzo una cosa del digitale: cavetto ottico che porta 128 canali contro una tonnellata di cavi che ci tiravamo noi, per portare 48 o 95 linee di una volta. Quindi è come dire telefoniamo col telefono a rotella o usiamo l’iPhone? E’ la stessa cosa.

F. N. – Sì, serve sempre per parlare, dici tu.

M. M. – Esatto. Tra l’altro ci sono elementi sempre più veloci.. Si fa fatica a starci dietro. Come dico sempre, oggi sappiamo usare male un sacco di software, mentre una volta usavamo bene una macchina sola. Ecco, la differenza è questa, secondo me. Ci sono persone molto giovani, molto ricettive, con l’hard disk mentale vergine che conoscono e sanno usare tutti i software che escono quotidianamente a menadito. Per altri è un po’ più difficile formarsi completamente bene su macchine hardware e software complesse. Credo molto nella specializzazione, che uno deve imparare bene a fare una cosa e farla sempre meglio.

F. N. – Quindi, se tu dovessi dare un consiglio, diciamo, ai nostri amici e allievi..

M. M. – Ho visto che l’utenza che ci ascolta, sono allievi giovani che partono. Innanzitutto ascoltare, fare, sentire quello che diciamo noi anziani, prender tutto e far poi di testa propria. Perché nel nostro settore non ci sono regole. Non è che se tu intervisti qualcuno che ti dice, la voce di quel cantante si fa con quel compressore o con quel microfono, va bene anche per me con quello stesso cantante. Un altra persona lo può fare in modo diverso e benissimo. Anzi, la creatività e l’invenzione, volta per volta, fanno il progresso e la variazione. Non c’è una regola neppure discografica e musicale. Vuol dire che non è detto che le canzoni si debbano fare così. Le epoche sono cambiate, sono progredite, proprio perché uno un giorno qualcuno si svegliava e faceva in un altro modo. Sempre, però, col buon gusto. Anche quello è relativo, se tu fai una cosa e piace a molte persone quello è buon gusto.

F. N. – Come si diventa tecnici del suono professionisti oggi, è ancora possibile, c’è ancora spazio?

M. M.– Sicuramente sì. Innanzitutto, oggi ci sono molte scuole e molto valide. Per cui credo che il primo passo sia un buon studio, come in tutti i settori, una buona applicazione e tanta passione. Noi, una volta, eravamo un po’ allo sbando in un mestiere che non esisteva. Ce lo siamo un po’ inventati, cioè, abbiamo un po’ scopiazzando quello che arrivava dai Paesi anglofoni. Adesso no, si diventa tecnici del suono sopratutto studiando. Magari se uno ha la passione per la musica meglio, se sa suonare qualche strumento meglio ancora, perché ha i due punti di vista, al di qua del vetro e di là del vetro. E poi, con un po’ di fortuna, darsi da fare, ma comunque studiare, specializzarsi. Poi, sai per i tecnici del suono, oggi ci son tanti rami, tanti settori. Uno può fare i dischi, l’altro può fare il doppiaggio, uno può fare la presa diretta per il cinema, l’altro può fare il live.

F. N. – Conviene specializzarsi, secondo te, in quest’epoca o conviene mantenersi un pò a 360 gradi.

M. M. – Questa è una domanda a cui veramente non so risponderti, perché, un po’ per mio carattere, a me piace spaziare, mi diverte assaggiare qualche cosa un pò di tutti i settori. Un po’ audio e un po’ video, così riesco a fare male tante cose. La risposta più logica che verrebbe è che converrebbe specializzarsi, perchè uno che sa fare bene quella cosa viene chiamato per fare quella cosa. E il cliente è tranquillo, per quella roba lì chiamo lui, come chiamo l’idraulico, l’elettricista e il muratore per fare le cose. Per cui, sì, credo che convenga specializzarsi bene in un ramo. Avere una cognizione a 360 gradi serve per avere la fotografia di tutto, perchè quando ti fossilizzi su un piccolo particolare perché conosci solo quello, dopo, magari, non riesci a valutarlo nella sua globalità. Però, anche qui, è tutto relativo.

F. N. – Ma nel momento in cui uno si è formato, ha studiato e sta facendo il suo percorso di studi, secondo te come fa a inserirsi nel mercato del lavoro, se si può usare questa terminologia?

M. M. – Fa un annuncio. No, scherzo. Va a bussare, no, boh. Credo che le persone che hanno iniziato a lavorare bene sono partite tutte un po’ all’avventura.

F. N. – All’arrembaggio.

M. M.– All’arrembaggio. Avevo degli amici che suonavano e loro facevano il tecnico per questi amici che suonavano. Il gruppo è diventato sempre più famoso e il fonico è diventato un fonico famoso. Il trucco è un po’ darsi da fare, con un po’ di tranquillità, senza pensare di pretendere tutto subito. Poi, molta passione. Se uno ha molta passione non si arena alle prime difficoltà. Adesso il mondo del lavoro in generale, se parliamo di questa cosa come di un lavoro, è un po’ difficile da approcciare, per tutti. Perché adesso c’è tanta gente che fa tutto. Ai miei tempi non c’era nessuno che faceva il fonico, è ovvio che io facendolo, ho registrato con quelli che erano famosi all’epoca. Adesso tutti cantano, tutti suonano, tutti fanno i fonici, ci sono mille scuole, per cui bisogna fare un po’ a gomitate. Però, questo fatto di essere in tanti, poi permette a qualcuno di emergere molto meglio. Perché, poi, se riesci a fare il saltino, a lavorare in progetti importanti, dopo la strada è aperta. Sì, il trucco è darsi da fare.

F. N. – Il trucco è che non esiste trucco, insomma.

M. M. – Sì. come si fa a saperlo.. In tutti i settori, anche se facessi il medico o l’avvocato, è dura trovare lavoro. Però, visto che noi siamo un ambito un po’ creativo, le cose belle rimangono, son lì. Anche una cosa bella fatta per gli amici, per la parrocchia o per il concertino in piazza è bella e ti dà una soddisfazione che rimane lì. E’ una cosa fatta ed è molto formativa. Una volta si faceva l’assistente a quelli bravi. Si stava nello studio e all’inizio svuotavi i porta-ceneri, portavi il tè, almeno, in Inghilterra succedeva questo. Gli assistenti portano il tè per mesi, poi cambiano, mettono i microfoni e poi, il mese dopo mixano i Muse. Questo perché c’è una velocità di gente brava che passa. Poi gli studi sono un po’ decaduti e con l’ home recording, ognuno ha le proprie attrezzature e si da un po’ da fare. Se si riesce un po’ a risparmiare, a comprare qualcosina per giocare e fare esperienza è meglio.

F. N. – Una domanda molto personale: a te di assistenti te ne passano sotto le sgrinfie o non si usa più?

M. M.– Son passati, molti, son diventati fonici molto bravi, famosi e popolari, sì. Ogni tanto capitano, si usa ancora, certo. Sai, una volta l’assistente, io stesso, ero lì senza guardare orari, soldi, eccetera. Adesso la figura dell’assistente, anche burocraticamente non esiste, è difficile da collocare, c’è una burocrazia pazzesca. Per cui è complicato per tutti, anche per un’azienda che ha un service. Una volta c’era il ragazzo che veniva a dare una mano ma adesso devi inquadrarlo: sicurezza, corso, cooperativa, iscrizione, partita IVA. E’ più burocrazia che il resto, per cui bisogna trovare un po’ la formula, diciamo.

F. N. – Però, nel caso in cui qualcuno riesca a ottenere questo ruolo di T-boy, che cosa guardi in questa persona? Quali sono le cose che proprio non deve fare e come dovrebbe comportarsi una persona che ha il privilegio di diventare il tuo assistente?

M. M. – Io parlo di qualche anno fa, di molti anni fa, perché, adesso è cambiato molto. Una volta c’erano delle scuole, arrivavano questi ragazzi un po’ con la crestina, altezzosini. Alcuni anni fa preferivo che arrivasse qualcuno completamente a digiuno, profano. Con la pratica e la scuola, la strada si formava molto meglio. Adesso non è più così, il consiglio è al contrario, bisogna arrivare già molto preparati e poi specializzarsi in qualcosa, il che va affrontato e approcciato con un minimo di cognizione perchè parti da zero.

No, sugli assistenti, trovare degli assistenti bravi sarebbe una manna dal cielo. Mi hai chiesto cosa richiedo io: il carattere. Perché il resto, la formazione, la preparazione viene da sola. Se uno è appassionato e ha un buon carattere è fatta, con un pizzico di umiltà, modestia, magari facendo anche cose che apparentemente sembran umili, ma ricordandosi che, quando un lavoro viene fatto bene, è sempre merito di una équipe, di tutti. Non è mai una persona sola che fa un concerto o un disco. Ognuno fa al meglio il suo tassellino al. Ecco, tutto qua.

F. N. – Chiarissimo. Io direi che finiamo qua la prima parte della nostra conversazione, apriamo, subito dopo, l’altra parte in compagnia dei nostri allievi di Recording Turbo System…

M. M. – Se non hanno visto la prima parte bisogna ridire tutto daccapo?

F. N. – Certo, ovviamente.

M. M. – Non sapranno di che cosa parliamo.

F. N. – No, ti farò delle domande un po’ più tecniche, vediamo fin dove riusciamo ad arrampicarci sugli specchi senza le macchine davanti. Va bene?

M. M.– Anche perché io, sai che non ti ho detto che non sono capace né a insegnare né a parlare di cose tecniche, sono un po’ più naif. Per cui proviamo.

F. N. – No, ma l’avevo intuito. Sai, ci sono persone che partono a manetta, invece ho visto che con te le cose tecniche…

M. M. – Le cose tecniche, per me, sono dei pezzi di ferro, di silicio, inutili se non sono pilotati dalle persone. Quelle cose cambiano, passano, io neanche mi ricordo, se mi chiedi cosa usavo, boh? Delle volte mi chiamano: mi dici come si fa a fare quella cosa? Senza averla davanti non son capace. E dicono, ma scusa, ma l’hai usata per anni. Rimossa, completamente.

F. N. – Ok, allora eviterò un certo tipo di domande.

M. M. – No, fammele, così faccio brutta figura.

F. N. – Salutiamo Maurizio, ciao a tutti da Francesco Nano.

M. M. – Stavi dicendo..

F. N. – No, stavo dicendo Maurizio Biancani, veramente.

M. M. – Va be’, dai, siam quasi cugini. È la stessa generazione. Biancone.. brutto Biancone. Abbiamo lavorato con Zucchero, lui ha fatto il mastering del lavoro di Cuba.

F. N. – Ho capito, sarà mia cura intercettarlo, prima o poi, dai.

M. M. – Lui è molto tecnico, gli puoi fare tutte le domande del Db in meno o in più, del pomellino, del software..

F. N. – Posso dirti la verità, non me ne frega niente neanche a me. Ci vediamo dall’altra parte. Ciao a tutti.

M. M. – Ciao.

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  1. Caro Maurizio, Vanna Marr ex Gelsomina (Jack La Cayenne) ho registrato un disco 1983 alla vostra Casa Bianca Montale con Zanotti Gianoglio te e tutti i cari amici.Complimenti per le tua grande carriera.Avrei urgenza di mettermi in contatto con tuo fratello Umberto che non riesco a rintracciare. Potresti PER FAVORE darmi un contatto email/FBK o telefono, spero tanto che avrai questo messaggio. Un abbraccio a tutta la famiglia grandi ricordi bacioni Vanna FB Gelsomina o Vanna Revelli Marre email incluso GRAZIE

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