Max Gelsi: professione Bassista professionista e produttore



Francesco Nano: Buongiorno a tutti da Francesco Nano di Scuolasuono.it, benvenuti a questo nuovo evento, una nuova chiacchierata con un ospite d’eccezione: abbiamo in collegamento con noi Max Gelsi. Benvenuto Max.

Max Gelsi: Buongiorno a tutti.

F.N: E’ bellissimo poter parlare con te, era da tanti anni che volevo contattarti  ma non c’è mai stata l’occasione giusta, adesso è arrivata e sono contento di riuscirci.

Max Gelsi: Adesso grazie alle tecnologie ci si può vedere anche da lontano.

 

F.N: Che poi siamo relativamente lontani, qualche giorno fa potevo venire direttamente a trovarti, ma andiamo con Skype. Max, tu non hai bisogno di presentazione, però faccio un brevissimo riepilogo per far capire chi sei. Sei lo storico bassista di Elisa, e tra l’altro hai suonato con tantissimi altri nomi, su Wikipedia c’è tutta la tua biografia aggiornata, sei un personaggio interessantissimo e ultimamente sei diventato anche un produttore musicale.

M.G.: Mi sono dilettato a produrre e arrangiare qualche brano, in ogni caso mi sento un quindicenne in quel campo, ho avuto molta più fortuna come musicista, come dici tu, con le varie esperienza, quella con Elisa è la più longeva, è dal 1997 che ho la fortuna di accompagnarla nei tour, e in parte della discografia. Ho lavorato anche con altri artisti come Gianna Nannini, Vasco Rossi mentre un’altra collaborazione lunga è stata con Ivano Fossati, con il quale ho fatto due album e tre tour:  c’è buona musica!

F.N: Buonissima musica. Con te si potrebbe parlare di tutto, mi ha fatto sorridere perché oggi vai a fare una data con una tribute band di Vasco, però tu in realtà con Vasco ci suoni!

M.G.: Si con lui ho registrato un brano, tra l’altro questa tribute band mi ha portato fortuna, perché dopo averli incontrati c’è stato un momento in cui mi sono staccato da loro, e subito dopo sono riuscito a suonare su “Basta poco”,  il singolo di Vasco. Direi di aver coronato uno dei miei sogni. Perché suono nelle tribute band?  Perché mi piace, ne vado pazzo, sono stato anche nel pubblico tante volte, l’ho visto 24 volte, quindi direi che è una grande soddisfazione, un grande onore, ma  era una cosa che non sognavo minimamente.

F.N: Addirittura, non ci speravi e invece è successo.

M.G.: E’ stato così, anche perché mi hanno chiamato in studio, sono andato a registrare e ho scoperto che era per lui;  pian piano arrivando, sono entrato, c’erano le foto di San Siro, i dischi d’oro, sembrava casa sua.

 

F.N: Max, come si diventa un bassista come te?  Secondo te si nasce e si è predestinati o ci sono delle cose che si possono fare per arrivare a inserirsi in un certo tipo di circuito?

M.G.: Direi che il vecchio mestiere che una volta si chiamava turnista non esiste più, perché comunque la tecnologia aiuta un po’ tutti a suonare, a meno che non hai proprio bisogno di una mano di un certo tipo le cose più semplici le suoni da solo. Mentre una volta erano i geni come Stevie Wonder, tanto per citarne uno, che suonavano tutti gli strumenti, oggi con taglia, cuci, monta, aggiusta, posso suonare la batteria, quindi credo di essere stato chiamato da questi artisti proprio perché avevano voglia di sentire proprio quella mano!

Questo è il bassista turnista degli anni ’80 e ’90 che suonava cose di vari generi, diverse, ma aveva un rapporto diverso. Credo che nelle cose in cui sono stato chiamato mi abbiano lasciato suonare, e questa è una cosa molto importante! C’erano delle cose prescritte ma volevano che io tirassi fuori la mia parte artistica. Quindi è vero quando dici che lavori in un giro di artisti, però in realtà ho fatto tante cose  diverse; ho suonato generi completamente diversi, ed è una cosa di cui vado molto fiero, .

F.N: Per tornare sulla stessa domanda, come si diventa bassista di Elisa?

M.G.: Elisa è diversa da questo tipo di situazione, nel senso che noi siamo della stessa città, tra i “bravi” della stessa età ci si conosceva , quindi è nato l’incastro per cui parte della nostra cover band e di un’altra band si sono unite diventando la prima band di Elisa. Tutto il resto è storia, ci siamo un po’ divisi e poi ripresi. In questo momento i musicisti storici sono tutti impegnati in altri progetti, uno suona con Jovanotti, uno da un’altra parte, comunque ognuno ha poi preso la sua strada però effettivamente all’epoca c’era un pugno di persone che ci credevano, che facevano quel mestiere, avevamo 20 anni e siamo ancora qua a 40 anni, quindi va tutto bene.

F.N: Bellissimo! Senti Max, secondo te, posto che la situazione discografica si può definire in questo momento catastrofica, o in un momento di cambiamento, tu come la vedi?    C’è ancora spazio per musica nuova, per gente nuova, per chi vuole emergere?

M.G.: Credo che ormai bisogna  adattarsi a quello che è costruirsi un proprio pubblico, quindi la macchia d’olio; uno da solo combatte, trova i contatti, cerca di suonare dal vivo. Sicuramente la discografia, come sappiamo, è quasi decaduta, quindi rimane il concerto, rimangono cose importanti e credo che chi vuole andare avanti deve puntare su un grande live, se la gente ha voglia di venirti a sentire suonare; se esiste un modo per scavalcare questa cosa del disco che si vende o non si vende, è soltanto facendo della buona musica e dei grandi concerti.

F.N: Si riesce a scavalcare in che senso?

M.G.: Nel senso che se fare il musicista o il cantante è un mestiere, se dalla discografia non metti in tasca nulla, allora per continuare a farlo di mestiere e non mantenerlo come un hobby di lusso, bisogna per forza macinare serate, concerti e cose per far stare in piedi il discorso. Questa è una cosa importante perché molte band puntano a fare un primo disco per poi cercare di giocare tutto li, invece  magari insistendo, perseverando in due, tre, quattro album riesci ad ottenere dei fans, poi li aumenti  e da 50 diventano 200, e possono diventare un migliaio, perché no? Se fai musica originale e la fai perché gli altri la ascoltino, devi cercare di avvicinare la gente; quello è l’obiettivo visto che la discografia non viene molto calcolata e comunque non ti fa andare avanti nel progetto perché non porta molto nelle casse, mentre chi fa un grande live secondo me può ancora raggiungere buonissimi obiettivi, può fare sicuramente tanto.

F.N: Per un grande live tu intendi un live di qualità ma anche in piccole dimensioni, oppure lo intendi in tutti i sensi?

M.G.: Un live inteso, a seconda del genere: ogni band, ogni artista ha una sua direzione musicale, quindi il fatto di portare dal vivo le cose nel modo più incontaminato possibile rende l’autenticità, che è il live,  che molto spesso va perso nei dischi perché si va omologati al radiofonico, alla struttura più veloce altrimenti mettono solo due minuti; questo riguarda le pop star ad esempio.

Mentre nel live possono anche sbizzarrirsi, fare uno strumentale lunghissimo, o fare  cose che nei brani per la radio non ci sono, quindi è importante perché il live ti permette di essere te stesso a 360 gradi: un album va congelato, rimane li, invece un concerto ogni giorno avrà un’emozione diversa, cresce il live e cresce la gente che ti apprezza, le storie possono andare avanti per tutti. Sicuramente l’obiettivo di vendere un disco è una cosa che oggi è diventata utopistica. I numeri sono bassissimi, si sa, in ogni caso non è che bisogna smettere di fare musica nuova, bisogna semplicemente farla per pensare poi di portarla in giro.

F.N: Mi pare di leggere tra le righe che tutto sommato è meglio andare in giro a suonare gratis piuttosto che stare chiusi in sala prove, ad esempio non sono da disdegnare le date anche gratuite, sono un veicolo da cogliere.

M.G.: Anche investire per fare una cosa, se farlo mi darà la possibilità di aprire un grosso concerto, come quando si compra un amplificatore, o una chitarra: si “investe” in qualcosa, quindi se è per il progetto si fa, se uno ci crede non si ferma.

 

F.N:   Domanda forse un po’ scontata: ci sono stati altri intervistati  che hanno detto: “Secondo me passare per le cover ti aiuta”, invece una persona in particolare  ha detto: “No, no, meglio partire sulla musica propria per affinare la propria tecnica personale”.  Tu suoni in una cover band “di lusso”, ma gli artisti che iniziano adesso devono gioco forza passare attraverso una situazione di cover band?

M.G.: Secondo me non c’è una regola, ad esempio un pianista che studia al Conservatorio suona delle cover. In questa cosa suonare e approcciarsi a brani di vari generi può  aiutare anche la propria creatività, perché  quando  si prende in mano lo strumento generalmente  si dicono sempre le stesse cose. Vai sempre a toccare le note che a te piacciono e risolvi in quel modo, quindi suonare dove le regole che tu sei abituato ad applicare si rovesciano crea bagaglio, altrimenti non esisterebbero le contaminazioni come tra rap e metal, per fare un esempio.

Molti gruppi che amo sono contaminati,  le mie band preferite sono i Red Hot Chili Pepper, i Rage Against the Machine, i Nirvana,  e sono tutte molto contaminate, c’è il funky,  il rock, il rap. Sicuramente cimentarsi con cose che non sono “nelle tue corde”, provarci e sbatterci contro è utile: un caro amico che si chiama Mauro Pagani mi ha detto “Sono andato a sentire la tribute band dei Pink Floyd, bravissimi”, ma c’era della gente che criticava: “Si però bisognerebbe fare…”  –  “Prova tu a suonare un pezzo di Gilmour come l’ha suonato questo ragazzo, e poi ne riparliamo.” quindi  perché dare un giudizio su questa cosa, uno suona le cose che gli capitano. Quando cominci a suonare se gli amici fanno i Kiss o Jimi Hendrix li segui e suoni quello, poi ad un certo punto hai una tua identità e quindi quello che hai suonato  puoi portarlo nella tua musica.

F.N: Ti va di raccontarci un aneddoto, la situazione più bella che hai vissuto nel mondo della produzione discografica; c’è una giornata che ti ricordi in particolare, che ti fa dire “Questa la vorrei rivivere 100 volte”?

M.G.: Sicuramente la collaborazione con Vasco, poi devo dire che con Elisa sono innamorato della giornata che abbiamo passato a Correggio a casa di Ligabue quando abbiamo registrato “Gli ostacoli del cuore”, perché ho osato cambiare anche la parte che aveva scritto Corrado Rustici; da li mi sono preso anche questa responsabilità e abbiamo trovato una cosa che ci piaceva, e quello è stato un primo grande piacere,  era già un grande brano:  basso, batteria e le prime tracce della prima produzione, si percepiva che la gente sarebbe impazzita a sentirlo.

F.N: Infatti è stato così.

M.G.: Quello è stato un momento molto bello, lo ricordo proprio con grande piacere.

F.N: Lo ricordi perché tu hai potuto apportare la tua parte artistica.

M.G.: Sicuramente, ma anche per tutta una serie di circostanze magiche che sono avvenute in quei tre giorni in cui siamo stati ospitati da Ligabue. Ho un ricordo bellissimo, abbiamo fatto grande musica, poi  è vero che a me piace più una cosa a te piace più un’altra, su questo non si discute, in ogni caso credo che quando un brano arriva così tanto vuol dire che ha spessore.

F.N: Tornando invece alla collaborazione con Vasco, non ho capito se hai collaborato direttamente con lui in studio, oppure nel live?

M.G.: In studio, è entrato mentre suonavo. Devo dire che comunque il team era quello suo storico di produzione: Guido Elmi, Frank Nemola, Nicola Venieri, quindi ovviamente io nelle cose che stavo suonando sentivo che tenevano spenta la voce leader, non mi facevano sentire Vasco, però nei cori percepivi che c’era lui, sentivo delle cose lontane che probabilmente si erano dimenticati aperte, e quando  ho suonato lui mi ha detto: “Sei bravo, molto bravo, finalmente uno giovane, qua siamo tutti vecchi!”, poi mi hanno portato via e secondo me hanno ascoltato la voce.

Guido Elmi mi ha portato al bar a prendere un caffè, mi ha spiegato come dovevamo comportarci,  secondo me Vasco è entrato, si sono chiusi dentro e hanno ascoltato il brano con la sua voce che io non potevo ascoltare. Questa è una cosa un po’ strana perché molto spesso io invece, come bassista, mi appoggio molto sulle parti vocali, quindi il fatto che la voce non c’era mi aveva spiazzato. Mi ricordo di essere stato là un paio d’ore in tutto.

F.N: E’ incredibile,  io non avrei mai pensato che ci fosse  tanta distanza tra te e Vasco Rossi, pensavo che tutto sommato potessi dargli un colpo di telefono.. Forse con Ligabue sei più vicino?

M.G.: Semplicemente Ligabue ha duettato più volte con Elisa, ce l’ho avuto sul palco, ho avuto l’onore di accompagnarlo più volte e non sono per uno o per l’altro, sono molto legato alle cose di uno e ancora più legato alle cose dell’altro. In ogni caso queste sono cose che ti segnano sicuramente, e la prima volta che Luciano è salito sul palco e ha cominciato a cantare le prime parole degli “Ostacoli del cuore” da Arcimboldi a Milano mi ricordo di aver provato un’emozione incredibile. Altre volte abbiamo avuto Zucchero in duetto con Ivano Fossati, ricordo che mi tremavano le mani perché avevo l’assolo di basso dove cantava Zucchero e mi sentivo  emozionato. Con Elisa abbiamo fatto diverse cose  con Giuliano Sangiorgi, lui è uno che quando sale sul palco veramente spacca;  queste sono cose che capitano, ovviamente collaborando con un artista molto bravo e anche molto stimato, quando Elisa andava a fare i duetti  li ha sempre fatti con passione e quindi in ogni caso si è creato sempre un buon rapporto.

F.N.: Ci racconti dell’avventura con Ivano Fossati? Ti ho visto su Rai Tre al concerto famoso da Fazio, e non mi vergogno di dire che mi sono messo a piangere, proprio nel vero senso della parola, mi sono emozionato tantissimo. Penso sia una bella persona, come è stata quell’esperienza e poi collaborare con lui?

M.G.: Ivano è un cantautore ma è paragonabile a Mozart, secondo me, se dovessi trovare un esempio della sua grandezza. Lo conoscevo e poi l’ho scoperto suonandoci, e quindi me ne sono innamorato sempre di più; questa è sicuramente la sua musica, è toccante nei versi, nelle parole, nelle immagini incredibili e poi è un grande musicista, un grande pianista, quindi con la musica e con i musicisti ha un rapporto molto pari pari. E’ uno che faceva l’introduzione, poi si girava, faceva un motto e voleva che io lo seguissi, quindi era molto bello.

Mi ricordo un aneddoto: c’era un brano che si chiama “Buon tempo” molto caraibico, molto ritmato, dove io mi lasciavo andare, facevo una cosa con lo slap, facevo una parte percussiva e una sera, non era una cosa prevista, ho detto “Stasera vado liscio, non la faccio, lascio andare le percussioni”. A fine concerto Ivano mi ha chiamato in camerino e mi ha chiesto: “Max, ma perché stasera non ti sei lasciato andare?” e io: “Guarda non l’avevamo previsto, mi sembra che mi sto prendendo troppo spazio” – “Quando tu ti trattieni e non suoni togli qualcosa alla mia musica, quindi tutto quello che ti passa per la testa fallo”.

F.N: Incredibile!

M.G.: Ok? E’ proprio musica, musica, musica.

F.N: Deve essere una soddisfazione enorme avere tutti questi riconoscimenti da artisti che stimi.

M.G.: Certo, sicuramente non c’è n’è uno più importante, ci si affeziona ad alcune persone, altre  le conosci meno, le hai viste poco. Ligabue l’ho visto più volte, però viene, ti da la mano, sono rapporti molto sereni, vedo che questi “big” presi sul palco con la band che suona sono veramente come noi, non c’è nessuna differenza. E’ chiaro che quando scendono dal palco hanno la folla che li acclama, però i momenti di intimità nel palco sono gli stessi che potremmo avere io e te guardando gli accordi di un brano, perché la musica quello è. E quando diventano così importanti, come Ivano, come gli U2, come Vasco Rossi, ce n’è una lista infinita in Italia e nel mondo, è perché hanno qualcosa in più, hanno quella cosa che arriva e quindi tanto di cappello a questi grandi.

 

F.N: Max, io vorrei che ci ricordassimo di una persona, si chiama Sandro Franchin, dello Xland Studio, ed è colui che mi ha detto: “Contatta Max, perché è una persona umile, simpatica, e potrai veramente farci una chiacchierata” e così ho seguito il suo consiglio. Vuoi  raccontarci com’è andato il lavoro, l’esperienza che hai fatto con lui?

M.G.: Mitico! Io e Sandro ci conosciamo da tantissimi anni, la prima volta che l’ho sentito al telefono dovevo andare a fare delle date con Tiziano Ferro e lui faceva il fonico di sala; si faceva una scaletta ancora al vecchio Studio Villa, non so se ti ricordi, e poi si andava a fare i concerti. Qui mi sono preso la responsabilità, me la sentivo e l’abbiamo fatto. Ovviamente negli anni ci siamo persi, negli ultimi due anni ha avuto lui delle cose nello studio e mi ha chiamato a fare i bassi, io gli ho portato le mie produzioni, e quindi assieme al mio socio Gianluca Ballarin, tastierista veneziano che era in tournée con me e Marco Mengoni,  abbiamo creato una sorta di team che funziona, lo studio devo dire che è molto bello. Gli studi hanno sempre questa cosa del farti sentire a casa.

L’Xland Studio è in provincia di Vicenza, ci sono dei posti dove io mi sento a casa: da Sandro, come da Mauro Pagani e da Officine Meccaniche, sono quegli studi che hanno dentro un’aria dove la musica viene bene, chi si mette li a produrre, a fare, sa che a volte la scelta dello studio è anche per l’energia che dà il posto. Poi la competenza di Sandro ovviamente è indubbia, si parla di un grande fonico vecchia maniera, che sapeva lavorare con l’analogico ma che è passato a operare con Pro Tools a fare più cose.  La tecnologia adesso  è molto un linguaggio di giovani. Io ho 41 anni tra poco, ho cominciato a usare il computer abbastanza tardi e vedere Sandro Franchin muoversi con Pro Tools in maniera molto veloce mi fa pensare: “E una persona che per il suo mestiere ha una grande passione”.

F.N: Lui non è un giovincello.

M.G.: Non siamo ancora da buttare però ovviamente quando si pensa a fare produzione, a fare arrangiamenti, a fare delle cose io mi paragono da “quindicenne produttore” ai produttori che mi piacciono. E so che tra i più tecnologici in Italia c’è Michele Canova, sono sempre stati dei fenomeni della tecnologia oltre al grande gusto musicale ovviamente. Questa innovazione è un linguaggio più per chi ha qualche anno in meno. Invece il miscuglio tra il vecchia maniera, con l’analogico e la grande cultura del digitale secondo me da ottimi risultati. Sandro in questo è veramente una persona competente.

F.N: Cosa vuol dire che gli hai portato le tue produzioni, nel senso che gliele hai portate da sentire o le sviluppi da lui?

M.G.: Noi lavoriamo sempre nel nostro studietto , dove arrangiamo, facciamo le produzioni e ovviamente estendiamo tutto quello che è lo scheletro del brano, purtroppo sai che si lotta sempre con questa parola che si chiama budget: scegliamo uno studio per realizzare la cosa, guardando quello che ci possiamo permettere per il progetto. Xland è già un bello studio e quindi abbiamo avuto occasione di portare due, tre cose, e di andare a registrarle là, per esempio  siamo andati e siamo tornati ieri. Un saluto a Sandro Franchin!

F.N: Parlando di produzione musicale, tu sei un giovane produttore, come ti muovi, come imposti  una produzione?

M.G.: Di solito mi arriva una band con dieci, quindici, venti brani:  c’è chi vuole realizzare il singolo, c’è chi vuole fare l’EP, chi vuole fare l’album. Generalmente io gli chiedo di cercare il brano più significativo, più forte, quello che sai che ti piace cantare, ti piace suonare;  decidiamo sempre in base all’energia, alla cosa che io sento più potente nel progetto. Ovviamente sai che tutti ormai con le tecnologie  riescono a casa ad ottenere dei demo, a stendere delle guide, anche con lo studietto di casa si fa molto, poi passiamo alla fase arrangiamento e quindi teniamo la voce, buttiamo via quello che ci hanno proposto, o magari se ci sono delle cose che sono caratteristiche le parcheggiamo e procediamo a riscrivere tutto quello che è l’arrangiamento e l’andamento del brano.

Quindi il primo lavoro si fa sempre sulle ritmiche, diamo un piccolo andamento e poi cominciamo a metterci sopra le varie parti. Da tutto questo solitamente otteniamo già dei demo che sono un 60-70% dell’album, della versione disco, perché io in ogni caso il grande lavoro di virtual instrument o di outboard, a meno che non andiamo a registrare in uno studio esterno, tendiamo già a farlo definitivo

Difficilmente mettiamo il primo pad che c’è o il primo suono che arriva,  cerchiamo ogni cosa che abbia già il vestito del brano. Per quanto riguarda le apparecchiature, ovviamente, se vuoi qualche notina tecnica, abbiamo due sistemini, uno è il mio, più semplice, più snello: una MOTU 828 MK3, con una tastierina midi, e con quello io stendo le pre produzioni, mentre  il mio socio Gianluca ha il Mac Tower, non mi ricordo la quantità di processori, e una scheda RME 800 Fireface, poi le tastiere, ovviamente …

F.N: Stiamo parlando di uno studio, alla fine.

M.G.: Si, esattamente. Le tastiere ovviamente fanno un grande ruolo, sempre nelle cose che faccio, non perché il mio socio sia tastierista ma perché sono sempre stato un amante del mondo della tecnologia, delle keyboards, degli effetti e dei suoni, e sul loro studio la macchina che vi segnalo, più carina che usiamo è il Receptor che fa degli ottimi virtual:  è una macchina molto veloce, molto stabile,  e per non appesantire il processore del computer abbiamo quello che comunica in rete con il sequencer, così quando lavoriamo in pre-produzione siamo molto più agili; io uso Logic e il mio socio è molto veloce sul Digital Performer.

Nell’ultimo anno siamo passati a Pro Tools quasi definitivamente, anche se io, proprio per velocità, devo dire che con Logic a provare le mie cose funzionano sempre, quindi quando sono in fase creativa non ho voglia di incepparmi: “Ah, non va, non funziona il canale”. Voglio attaccare le cose che so che funzionano, per questo l’ home studio è importante ma deve essere anche affidabile, “Attacchi e va”: è molto importante nella fase creativa, se devi stare a configurare, a far funzionare perdi già. Il sistema è molto veloce, molto stabile, attacchi una firewire, ho una cassa della Bose che si collega sia fisicamente che con il Bluetooth e posso portarla in giro, quindi anche qui in questo momento potrei mettermi a fare delle cose.

F.N: Interessante. Voi fare produzione fondamentalmente conto terzi, non ho capito se sei , da un certo punto di vista, anche un produttore esecutivo, oppure se lavorate solo esternamente.

M.G.: Solo esternamente per quanto riguarda la produzione artistica, quindi produzione e arrangiamenti.

F.N: Quindi chi vuole un arrangiamento sarà made in Gelsi.

M.G.: In Gelsi-Ballarin, perché siamo una coppia, lavoriamo quasi sempre insieme.

F.N: Come si fa a contattarvi per eventualmente lavorare assieme a voi?

M.G.: Grazie alle tecnologie ormai basta Facebook , è un contatto diretto che uno ha, può scrivere e fare sicuramente:  voglio dire quello che è pubblico è pubblico. Io ho due Facebook, mi mandano un messaggino e solitamente tutti i lavori ultimamente arrivano da li, poi ci si da il numero, si parla, ci si incontra. Quindi ormai trovare una persona sappiamo che è un attimo.

F.N: Max, prima di concludere io vorrei raccontarti quello che è un mio sogno bizzarro che ho nel cassetto che mi piacerebbe tirar fuori. Ne ho già parlato con Massimo Varini, che tu conosci bene, immagino.

Max Gelsi – Certo. Bravissimo chitarrista.

F.N: E’ un grande, tra l’altro ho scoperto durante la chiacchierata con lui che è anche arrangiatore e produttore  di Nek.

M.G.: Io me lo ricordo ancora capellone, quando suonava con Biagio Antonacci.

F.N: Aveva 19 anni se non mi ricordo male!!

M.G.: E già, mi ricordo che lo avevo notato perché era veramente bravo, poi le cose che ha fatto Massimo sono più che note, sicuramente la produzione di Nek, che in quel periodo degli anni ’90 secondo me era centratissima.

F.N: Grandissimo professionista. Lui mi ha dato un feedback positivo, giro anche a te questo mio sogno nel cassetto, se poi vuoi darmi qualche consiglio, una pacca sulla spalla, o anche non dirmi niente, sei benvenuto comunque. Questo sogno è una grande struttura con diverse regie, diversi studi di registrazione, in cui i musicisti vengono pagati per suonare, gli arrangiatori e compositori vengono pagati per fare il loro mestiere..

Devo ancora mettere a punto qualche dettaglio, soprattutto di carattere economico, infatti anche per questo la Summer Productive di Scuolasuono.it, questa rassegna di interviste che stiamo facendo spero mi aiuterà ad avere qualche ispirazione. La cosa che vorrei chiedere è: tu come  vedi per questo progetto, questa follia, ammesso che uno riesca a trovare i fondi in  qualche modo:  c’è qualcosa che vuoi dire, vuoi contribuire alla stesura dell’idea?

M.G.:  A me fai suonare il basso, se serve. Comunque in un epoca in cui siamo, dove la musica sappiamo ha grandi problemi, chi è coraggioso, si butta e fa le cose, secondo me troverà il risultato. La stessa cosa che ti ho detto anche per le band, nel senso che se qualcuno prova a creare una cosa come dici tu e riesce a camparci, può dare un esempio e anche una grande prospettiva a molti, perché ormai tutti hanno paura di osare, siamo in un momento dove c’è il braccino corto, si ha paura di buttarsi nelle cose. Questo sogno di produttori, di arrangiatori, autori pagati per stare li a fare le cose. Purtroppo entrano solo quelli che centrano dei progetti e partono per la propria carriera, quindi è difficilissimo, mentre chi invece ancora non è esploso o non ha ancora centrato di sfruttare bene il suo talento avrebbe bisogno di una cosa come questa che dici tu.

F.N: Sarebbe un punto anche di grande ricerca, no?

M.G.: Assolutamente, perché è confrontarsi con gli altri, anche perché nella musica: sicuramente ci sono le grandi scuole, le grandi accademie, però molto è il contatto, lo stare assieme. Dallo stare assieme scopri un sacco di cose.

M.G.: Quando i ragazzini mi chiedono qualcosa sugli strumenti, gli dico: “Hai 18 anni, devi dirmi tu dove andare a comprare, in che sito e in che posto.” perché siete voi che dovete indicarci la strada perché io ho 40 anni ed ho vissuto un periodo che era diverso, adesso bisogna che qualcuno di 20 o 25  anni dia un colpo, dia il suo contributo a questa situazione della musica che è difficile, però non è drammatica.

F.N: Possiamo venirne fuori in qualche modo. Io sono ottimista anche perché vedo che ci sono nuovi canali che non è più il disco fisico l’unico mezzo per poter incassare, ci sono tante cose che uno può fare al di là del live, le sponsorizzazioni, l’inventiva è la parola d’ordine in questo senso. Veramente vorrei ancora rimarcare un attimo, scusami se ti adopero per i miei biechi fini utilitaristici.. Una struttura dove tante menti lavorano tutte assieme su vari progetti, che energia può dare? E’  vero che secondo me le produzioni in questo momento stanno un po’ perdendo energia, non tutte ovviamente, però nella gran parte dei casi visto che sono realizzate magari nel proprio studio, c’è poca contaminazione,  poco scambio,  e creare una struttura dove lo scambio è necessario, dove è veicolato dovrebbe in teoria far esplodere un’energia musicale, quella che sentivamo nei dischi degli anni ’70 e ’80.

M.G.: Sicuramente i riferimenti, quindi le persone che incontri nel tuo percorso ti fanno scoprire delle cose e quindi anche una persona di grandissimo talento ha bisogno comunque di fare degli incontri e sentire qualche altra campana. Perché non è un caso, ti faccio l’esempio delle grandi star americane: quando arriva la star americana solitamente criticano che sono in cinquanta a portare Jennifer Lopez, per fare un esempio, però è il contrario. Jennifer Lopez è una professionista tra i numero uno al mondo e quando si muove ha la sua squadra di persone che fanno le cose che devono fare per lei, perchè non puoi fare tutto, anche se hai un grande talento. Devi comunque avere degli scambi, delegare, e quindi una struttura, un posto, un punto di riferimento in quel senso potrebbe avere un grande successo. Me lo auguro!

 

 

F.N.: Grazie Max, adesso ti lascerò andare perché avrai il tuo bel da fare.

M.G.: Mi preparo e vado a suonare, vado a fare il soundcheck.

F.N: Ultime due parole: una band o un artista nuovo di zecca, qualcuno che vuole emergere, magari anche non giovanissimo, qualcuno che ha qualcosa da dire secondo te come deve muoversi oggi come oggi?

M.G.: Deve sicuramente non pensare al maledetto disco, perché le band hanno sempre l’obiettivo “dobbiamo fare il disco, dobbiamo fare il disco”, e  già partire congelati su una cosa.. Partire è difficilissimo, e ahimè, la band soffre perché mette su il CD dell’ultima band del momento,  poi mette su il suo e non suona così, e non ti puoi confrontare con i Foo Fighters, per fare un esempio.

Prima di partire, guardare bene le armi che si hanno e sfruttarle al meglio e non buttarsi solo ed esclusivamente su “facciamo il disco” e si chiudono in studio e fanno solo il disco, oppure “facciamo i concerti” e si chiudono in sala prove e fanno i concerti:  bisogna fare, il disco, i concerti, stare in rete,  comunicare, cercare le date, cercare i contatti, promuoversi il più possibile, quindi non devi fare una cosa alla volta, le devi fare tutte contemporaneamente. Questo è il consiglio che mi sento di dare a chi ha voglia di buttarsi: non tralasciare niente.

F.N: Ok, quindi non aspettare che il disco sia pronto per poi fare il resto.

M.G.: Esattamente:  si parte, si fa il disco, il video, le date, le interviste. Si cerca tutto, è una ventagliata di cose da fare, non è una cosa sola. Spesso i progetti che  partono bene  si perdono perché non si  hanno ben chiari gli obiettivi:  non è l’obiettivo o gli obiettivi. Per tenere e costruire una cosa bisogna lavorarci sempre:  io, a parte quando dormo, faccio il musicista 16 o 18 ore al giorno, le altre sei le dormo, visto che si parla di me e delle mie grandi collaborazioni:  sono in una stanza di hotel, con i bassi, e adesso vado a suonare. Bisogna essere sempre dentro.

F.N: Max grazie, è stata una bellissima chiacchierata, ti ringrazio di cuore. Per me è stato un onore, quando ripassi da queste parti sicuramente ci troviamo, perché siamo vicini di casa, tra l’altro sei  nato a Trieste tu?

M.G.: Sono nato a Trieste, si.

F.N: Quindi siamo proprio vicini. Un abbraccio, grazie veramente della tua partecipazione, ricordo a tutti quanti che per seguire tutte le interviste di Scuolasuono Summer Productive dovete iscrivervi a Recording Turbo System, il nostro corso per tecnici del suono che si svolge on line; tra l’altro ti abbiamo aperto l’accesso, sei riuscito a dare un’occhiata?

M.G.: Si, mi sembra molto molto bello.

F.N: Grazie. Abbiamo cercato di aiutare le band a partire da zero con delle basi professionali. Grazie per aver trovato il tempo per stare con noi. Ciao Max, ciao a tutti.

M.G.: Ciao, sono io che ringrazio te.

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