Pier Calderan: DAW professionale e open hardware


 

Francesco Nano:  Buongiorno a tutti da Francesco Nano di Scuolasuono.it, buongiorno a Pier Calderan, ciao Pier, benvenuto tra noi.

Pier Calderan: Ciao a tutti, ciao Francesco.

F. N.: E’ un onore per me poter fare una bella chiacchierata con te, ci abbiamo messo un po’ per organizzarla ma ci siamo riusciti, tu sei un uomo ultra impegnato e abbiamo diverse prove documentali che lo testimoniano..

Benvenuto in Scuolasuono Productive. Parleremo di vari argomenti e termineremo questa intervista con un bellissimo video molto interessante di cui adesso ci parlerai, e vedremo come è possibile costruire un computer grande come un pacchetto di sigarette o poco più. A te la parola, raccontaci per favore, so che sei un po’ reticente, però ci piacerebbe sapere la tua storia, il tuo background, come sei arrivato qua.

P. C.: Come dicevo prima, ci vorrebbe mezz’ora o forse più soltanto per spiegare il mio background..

F. N.: No, no, tranquillo, partiamo dal Commodore.

P. C.: Si, te l’ho fatto vedere, ce l’ho qui il Commodore, se vuoi te lo posso far rivedere, eccolo qua.

F. N.: Mitico!

P. C.: Nessuno ci crede che io programmo ancora su Commodore 64, il primo vero Personal Computer che praticamente ha dato il via a tutta la storia dell’informatica e se vuoi anche della musica fatta con il computer, perché la mia prima interfaccia midi l’ho fatta proprio per Commodore 64. Sono partito prima con il Dik 20 a dire il vero, e da li praticamente ho cominciato a balbettare un po’ di basic, poi con il Commodore 64 si passò anche a un po’ di assembler e quindi a fare delle cose abbastanza importanti.

F. N.: Com’è nata questa tua passione? So che avevi una radio una volta.

 

 

P. C.: Si, dalla musica e da musicisti che praticamente hanno calcato dal carro di fieno ai palchi. dalle fiere ai campeggi estivi con band di qualsiasi tipo, dal rock al liscio.. Fa conto che per guadagnare dei soldi si faceva di tutto e di più. Ovviamente la musica accompagnata dalla passione fortissima per l’elettronica ha combinato le cose, per cui dopo è stato anche facile passare al computer dalle riviste di elettronica, che ho acquistato fin dall’età delle scuole medie in pratica, vere e proprie fucine di informatica.

Quindi dai circuiti abbiamo iniziato a insegnare un po’ di programmazione, a costruire qualcosa a livello di hardware, di interfacce con il mondo esterno. Ecco che la passione per la musica e l’elettronica si sono unite e negli anni è diventato un connubio indissolubile. Oggi sono esattamente quello di trenta anni fa, il ragazzino che smanetta, che fa appunto sperimenti sulle nuove schede che ci sono adesso e che sono, ovviamente, molto migliori del Commodore, ma in realtà il risultato finale è sempre quello: fare musica, fare sperimentazione musicale, elettronica, sintesi o qualsiasi altra cosa connessa divertendoci .

Fare i circuiti collegati, anche robotizzare qualcosa oppure controllare in remoto da wi-fi.. Ecco, quello che una volta non si poteva fare era esattamente questo, oggi abbiamo molto di più a livello tecnologico anche se dopo la programmazione rimane sempre legata alle basi di trent’anni fa, in pratica.

F. N.: Tu sei comunque un musicista.

P. C.: Si.

F. N.: Hai calcato palchi, pub, campeggi, giusto? Racconta un po’ la tua storia musicale.

P. C.: Molti, molti anni fa, purtroppo, vista la barba, ho fatto di tutto e di più, anche se ovviamente il mio strumento è sempre stato il pianoforte e il synth, per ovvi motivi: il pianoforte per la passione per la classica, la musica classica e il jazz, e il synth per quello che riguarda il rock e tutti i dialetti relativi al rock. E’ ovvio che pianoforte e synth sono due cose che si legano benissimo nel mio mondo, visto che uno parla di acustico e quindi di suono, di audio, di passione, appunto, per la fisica dei suoni e ovviamente il synth per l’elettronica collegato sempre alla fisica dei suoni.

Le due cose non sono così distanti e la mia vita è fatta di acustico e dell’elettronico nella stessa misura, per cui oggi faccio esattamente gli stessi esperimenti, se vuoi, di trenta anni fa o anche di più perché ho iniziato molto prima a fare e a disfare più che altro gli strumenti, perché volevo vedere come erano fatti dentro.

F. N.: Sei, veramente, un personaggio che io ho difficoltà a inquadrare, fai centomila cose!

P. C.: E’ successo che dal Veneto, nel ’93, esattamente venti anni fa, mi sono spostato a Milano e sono entrato nel mondo dell’editoria, praticamente le prime riviste che parlavano in un certo modo si chiamavano Midi Songs: sono entrato al secondo numero per collaborare, e poi dal settimo numero di Midi Songs sono diventato il capo redattore.

Ho vissuto a Milano per quasi 15 anni facendo le riviste di divulgazione di corsi, di Midi, di audio, e quindi con Midi Songs prima, poi nel ’97 con Cubase Magazine diventato in seguito CM2, cioè Cubase Magazine al quadrato. Sono passato a Computer Music & Project Studio..  Insomma ne ho fatte fino al 2006 poi dopo come sappiamo un po’ di cose sono cambiate e ho deciso di fare una rivista per conto mio, gratuita, on line, dal 2007 che si chiama Audio Video & Music.

Audio ovviamente perché è la mia passione per i suoni, Video perché ho anche la passione del video, Music ovviamente perché la musica è il trade union tra le cose che mi piacciono. Dal ’93 ad oggi di riviste e di esperienze ne ho avute tante, e oggi sono quello che praticamente sa fare un po’ di tutto, ma insegna e cerca di fare corsi per fonico, per esempio ne faccio a Milano, oppure corsi di informatica musicale e quant’altro, insomma.

F. N.: Ecco, se uno volesse seguirti nei tuoi corsi dove deve rivolgersi?

P. C.: Come docente di prima fascia per i fondi sociali europei siamo  fermi, dopo aver fatto tanti corsi sia a Milano che a Venezia, e specialmente a Dolo abbiamo fatto dei corsi importanti, ovviamente finanziati dalla Regione sia in Lombardia che in Veneto. Poi le cose, come ben si sa, cambiano con la politica e adesso è tutto fermo.
Insieme a me c’è stato sempre il docente, molto più dotato di me di esperienze, che è Patrick Djivas che ovviamente non ha bisogno di presentazioni e con il quale abbiamo fatto dei corsi di fonico fino a due anni fa alla Società Umanitaria di Milano, mentre adesso se non vengono fuori i soldi dalla Regione non se ne fanno più.
Abbiamo formato dei ragazzi che hanno anche trovato lavoro, alcuni, perché ci siamo adoperati anche di informare, ovviamente, gli Enti e gli Studi e quant’altro per trovar lavoro ai nostri allievi. Se non ci sono i soldi non si fanno i corsi, se non ci sono i corsi non si fa formazione al lavoro, in pratica.

 

Scuolasuono.it: Pier Calderan

 

F. N.: Certo, capisco. Vorrei provocarti un attimo.. Vuoi raccontarci come è andata la Fiera di Francoforte?

P. C.: La Fiera di Francoforte per me è sempre un appuntamento bellissimo perché, oltre a rivedere tanti amici, è da 27 anni che la frequento, e vedo sempre qualcosa di positivo. Quest’anno, avendo superato il record di presenze del 2009 ha dimostrato l’affezione che c’è da parte del pubblico verso una Fiera che è internazionale e che dovrebbe essere vista da tanta gente ma anche frequentata da chi è nel settore: mi piace vedere chi c’è, mi dispiace vedere chi non c’è e soprattutto gli italiani fanno la parte.. Non voglio usare parolacce però è mancata la presenza degli italiani.

F. N.: Si sentiva proprio la mancanza.

P. C.: Si, perché con la scusa della crisi – di cui non voglio più sentire parlare perché è una scusa – spinge sempre la gente a non fare, cosa invece che basta un minimo sforzo e si riesce, non dico a strafare come una volta perché certamente dieci, quindici, venti anni fa era un altro momento storico e sicuramente le cose, forse, erano in crescita, ma non è detto che oggi non si possa fare più niente.

Con la scusa della crisi non si tira fuori più un soldo oppure non ci si impegna a livello aziendale, imprenditoriale. E’ brutto non vedere la presenza di qualcuno che ci si aspetta di vedere. Poi dopo alla fine si fa presto a fare i conti, chi c’è ovviamente ne trae il beneficio.
E’ encomiabile la presenza di qualche piccolo che ovviamente fa la sua bella figura, secondo me trova più spazio il piccolo oggi che ha più coraggio del grande che si nasconde appunto dietro l’alibi della crisi. Io apprezzo di più i piccoli che magari a fatica tirano fuori i soldi per pagarsi lo stand, però ci sono, ed è bello esserci perché l’ho vissuta sia da visitatore che da espositore.

A Francoforte ho fatto anni d’oro quando facevo la rivista tedesca che era praticamente la versione tedesca della rivista Midi Songs: si facevano Midi file tedeschi e si vendevano assieme a una rivistina che praticamente usciva due volte al mese con tanti prodotti correlati. Quindi abbiamo fatto veramente mercato in Germania, negli anni d’oro, appunto, dell’intrattenimento piano bar, e si è fatto un grandissimo successo.
Anche presentare novità, come anche dei software per il karaoke: ho studiato, ho collaborato per lo sviluppo e tante cose, negli anni ’90 sono andate benissimo. A un certo punto è crollato tutto questo castello e.. Basta, si sono chiusi i sogni dei visitatori di trovare sempre qualcosa di nuovo e di eclatante. In Fiera si va per quello! Oggi la Fiera è diventato il posto di pochi che hanno ancora il coraggio di esserci e secondo me sbagliano quelli che non vanno a presentare le novità.

F. N.: Pier, tu sei un personaggio molto, molto tecnico e  tra i vari personaggi che intervisto sei uno dei più tecnici:  sei proprio quello che mette le mani nel codice, nell’elettronica e avremo tanto di cui parlare su questo, perché ci sono delle bellissime novità per i musicisti a bassissimo costo e andremo a introdurle, però la domanda che volevo farti è un po’ meno tecnica.

Secondo te se uno vuole fare produzione musicale, può ancora viverci?

P. C.: Dipende dove. L’Italia, come dico sempre, è un bel Paese dal punto di vista geografico e io l’adoro da Nord a Sud, isole comprese. L’ho visitata e mi piace tantissimo, ma l’unica cosa che si respira, da Nord a Sud isole comprese,  è la delusione da parte dei ragazzi che fanno i corsi, si interessano, studiano, comprano anche i miei libri – ne ho fatti tanti a livello musicale, non solo quelli dedicati all’elettronica, ho scritto libri come “Fare musica con il PC” oppure “Cubase 4”, mi pare, che ho scritto insieme a Patrick Djivas, e poi “Manuale per giovani band”, ho tradotto “Tecniche di registrazione” di Bartlett che è un testo storico – quando nei corsi si parla di possibilità, di opportunità di lavoro, il solito problema è quello: come si fa a chiedere alle Istituzioni un aiuto?

I privati fanno miracoli per poter fare qualcosa in più ma non si può pesare solo sui privati  e le Istituzioni sono assenti quasi totalmente, se non totalmente.
Tanto per dirne una, e mi ricollego al discorso di prima, se le Regioni non finanziano i corsi di formazione – non sarebbe solo questo da fare ma anche promozione al lavoro, non solo formazione al lavoro, è quello che ho sempre detto e non mi stancherò mai di dire – cosa che invece si fa molto più facilmente all’estero, e parlo di Paesi Europei. Ovviamente non bisogna andare oltre Atlantico per trovare lavoro, anche se so di un allievo che per esempio è andato in Australia a trovare lavoro, dove si trova benissimo.

F. N.: Stiamo parlando di personale specializzato, quindi .

P. C.: Si, di un fonico. Ho preparato un fonico, io parlo di parecchi anni fa, nel 2005 ancora, quando, appunto, questo ragazzo ha detto “Voglio farmi un book” e l’ha fatto su internet e l’ha presentato a uno Studio australiano,  è andato  ed è rimasto ed è ancora li. Altri sono andati in Spagna, ho sentito di altri ragazzi che hanno lavorato e lavorano nei service a fare manovalanza più che altro, perché poi alla fine diventare fonico di palco o fonico di sala è sempre problematico, perché c’è la gavetta, non c’è un albo professionale in Italia che garantisca anche il lavoro a quella fetta di professionisti che vengono fuori dai corsi e quindi siamo con il solito problema di sempre.

Poi mettici anche la parola crisi, perché qua non c’è lavoro, non ci sono soldi, allora lavorare per niente io non lo consiglio. Una volta forse lo avrei consigliato: “Vai pure a imparare il mestiere, anche se ti danno poco, se ti spesano. ” ma oggi è tempo perso, perché ti sfruttano e basta.

Ti dico cosa farei io, perché non lo consiglio a nessuno, siccome ho cominciato molto presto ad abbandonare il lavoro ben impostato, perché il lavoro di famiglia è quello che ti dicono di fare per convenienza: io avevo i genitori proprietari di un panificio, ho fatto il panificatore per sette anni, poi un giorno mi sono domandato “Ma si può vivere di solo pane?”.

A quel punto ho abbandonato il lavoro di famiglia e non ho fatto più il pane, anche se loso fare bene, ho fatto il panettiere e il pasticcere, ho anche questo nel mio curriculum, però ho deciso di andarmene di casa e fare lo zingaro musicista, perché quello che volevo fare era sopravvivere o vivere, a seconda dei casi, con la musica.

Mi sono inventato un sistema molto semplice, senza internet, senza niente: era quello di passare porta a porta, presentarmi e lasciar giù la cassetta, una volta era una cassetta demo, ce l’ho ancora, con delle cose registrate da me. Passavo di posto in posto a lasciar il mio bigliettino da visita che avevo fatto in plexiglass. proprio perché non si distruggesse con il tempo e tanti infatti se lo sono ritrovato, era anti ecologico però non si distruggeva, lo trovavano sempre nei cassetti..

F. N.: Lo ritroveranno anche tra duemila anni quello!

P. C.: Ah bé, si, si, perché è indistruttibile. Mi ero fatto questo bigliettino con la cassettina, ho passato a tappeto praticamente tutti i locali, i piano bar, ecc. A un certo punto ho cominciato a non aver un soldo in tasca, dovevo chiedere un prestito per il gasolio per andare in giro con il mio Fiorino, dove caricavo la roba per andare a suonare, e ho fatto proprio il porta a porta.

Mi sono presentato, mi vedevano, ascoltavano la cassetta, qualcuno ha detto “Beh non è proprio così male.” e mi hanno preso. Ho fatto tante stagioni intere, sia in montagna, che al mare, dappertutto, a suonare e a vivere  anche bene con i soldi guadagnati con la musica dal vivo.
Questo è il mestiere che fa il musicista che vuole vivere non di concerti, non di gloria, anche se ovviamente aspiravo a calcare i palcoscenici importanti come i gruppi storici, però dopo alla fin fine, per ragioni che sono legate anche alle capacità e anche al momento, non è che potessi fare la produzione e il disco anche se ho fatto dei dischi, ma a cosa serve se nessuno li ascolta e nessuno li compra, per cui..

Ho fatto di tutto, il giorno dei Pink Floyd a Venezia io ho inaugurato una mega discoteca a Spresiano, mi ricordo ancora, era il 15 luglio dell’89, insieme a un DJ e ho preso dei bei soldi, ma tante cose messe insieme hanno prodotto l’esperienza – per dieci anni non ho fatto nient’altro che suonare, suonare, dappertutto – e vivere con la musica suonando dal vivo.

Fare musica in casa, produrre dischi e non farla sentire fuori, cioè venderla tramite internet perché i negozi non esistono.. Vendere musica oggi è una parola difficile perché la musica, si sa, si scarica, quindi io consiglio di fare musica, se uno vuol suonare, ma di far musica dal vivo.
Imparare comunque anche tutto quello che è inerente al fare sentire musica, non serve solo collegare i jack e andar via, bisogna anche avere un po’ di preparazione e io ce l’ho avuta, mi facevo il mio impiantino, mi mettevo su le mie cosine che facevano sentire bene i suoni, insomma mi sono arrangiato così.
Oggi preferisco la musica dal vivo che la musica dal morto, nel senso che non si può più vendere, se uno volesse vivere di vendita non vivono i grossi, figuriamoci i piccoli, i piccolissimi o gli zero, quindi.. Ecco i cinquantamila..

F. N.: E’ un po’ paradossale il fatto che oggi come oggi abbiamo tutta la tecnologia a nostra disposizione, potremmo fare qualsiasi cosa e dopo risulta difficile commercializzare i prodotti che si possono fare.

P. C.: Lo capisci anche da te. Ti ho detto che è difficile, potrebbe essere quasi impossibile, ma d’altronde se la regali la musica non ti frutta e non ci vivi, l’unico modo è quello di suonarla dal vivo, e sono sempre meno i locali che fanno musica dal vivo, però..

 

Manuale per giovani band

 

Sempre per quel discorso famoso, se sei bravo e hai un gruppo, oppure sei solista o un duo o un trio che sa suonare e vuole intrattenere, ci prova e va in giro, e intanto sfrutta quello che sa fare e quindi si sfoga anche sul palco e fa vedere esattamente la sua musica. Non ho solo fatto cover, ho fatto anche musica mia, ho scritto e anche pubblicato e mettevo il mio nome nei borderò per avere un po’ di SIAE; quando eseguivo i miei pezzi dal vivo non erano certo apprezzati come Sapore di sale, però ho tentato comunque la strada del cantautore alla Paolo Conte, che mi è sempre piaciuto.

Facevo il cantante da piano bar, il musicista da piano bar, in più anche un po’ di autore.
La cassetta che riuscivo a vendere a fine spettacolo, perché erano cassette che si vendevano, parlo degli anni in cui i CD era impossibile farli, oggi sarebbe quasi assurdo perché sono scomparsi anche i CD e quindi cosa gli dai, un Mp3? Dove, su internet?  Quindi è tutto quanto un paradosso, è diventato facilissimo produrre anche bene, però è impossibile vendere. Io ho venduto invece centinaia di cassette mie e forse qualcuno ce l’ha ancora, proprio perché le vendevo dopo lo spettacolo.

F. N.: No, ma è interessante, sto venendo in contatto con diversi produttori che mi dicono “Si, effettivamente nei negozi non vendi più niente, però ai live invece..”. Il CD ha senso nel farlo perché poi al live si vende, non si può più forse puntare allo sfarzo di una volta, ma in tanti mi stanno dicendo che è ancora possibile.

P. C.: Ma si.

F. N.: Se hai le qualità e il talento..

P. C.: Non dico di fare il CD come fa Elio e le storie tese, facevano così nei concerti e alla fine del concerto comunque vendeva, si può fare comunque, ma intanto fare più promozione possibile tramite i concerti, le serate o qualsiasi cosa, a seconda dei generi. Io non precludo nessun genere musicale, non mi vergogno di dire che ho suonato sia il jazz sia il liscio, quindi..

Quando c’è da prendere i soldi prendevo da tutte e due le parti, più con il liscio che con il jazz, l’importante è comunque tenersi sul palco e un po’ di presenza scenica perché dopo , quando hai una certa età non lo fai più.

Credo che i giovani abbiano molte possibilità e lo scrivo proprio nel libro “Manuale per giovani band” che mi sono  impegnato a fare grazie all’esperienza che ho avuto: una giovane band oggi può produrre, se sa le cose, il suo CD in casa e venderlo nei concerti dal vivo. Questo è un consiglio che do’ comunque, al di là della crisi, al di là di tutto.

F. N.: Pier, ci avviciniamo alla fine della prima parte della nostra intervista, dopo di che ci sarà una parte più tecnica, come dicevamo prima tu sei un personaggio tecnico e quindi ci divertiremo con te, vedremo un po’ come costruire un computer con 50 euro.

P. C.: Bé il computer è già fatto, si tratta di come sfruttarlo.
La tecnologia oggi permette questo miracolo, quello di avere in tasca un piccolo computer completo come Raspberry Pi: da un anno e mezzo l’ho praticamente usato e sviscerato e ho scritto anche un libro, ma al di là di questo mi diverto ancora oggi, ne è la prova la rivista del numero scorso in cui ho ho programmato un synth  controllato da iPad o da Android con uno Smartphone,  in wi-fi.

E’ bello sentire i suoni, per esempio di una macchina grande come un pacchetto di sigarette, collegata a un mouse, e al solito tastiera,  un monitor  e praticamente con 35 euro caricare programmi open source, quindi gratuiti, su una piattaforma Linux e avere a disposizione non dico gli importantissimi altisonanti programmi blasonati come Propius, Cubase o Logic, ma  un sacco di siti gratuiti e di editor audio e quant’altro che farò vedere nella seconda parte.

F. N.: Bellissimo. Ok, quindi questa sarà più che altro materia della seconda parte. Vorrei chiederti di raccontarci anche di Pierduino, tu hai diversi siti, no? Dunque qua abbiamo pierduino.com, synthnews.net, audiovideomusic.com che è la tua rivista..

P. C.: L’ultimo è raspberry.net, quando faccio un libro di solito ci metto le risorse gratuite nel sito collegato e ovviamente, essendo Raspberry Pi collegato anche all’iniziale del mio nome ho fatto il sito raspier.net,  dove ci sono le risorse gratuite collegate al libro Raspberry Pi, mentre pierduino.com ospita le risorse gratuite del libro precedente “Robot fai da te” in cui appunto spiego come farsi un Arduino in casa.

L’ho chiamato Pierduino perché ovviamente mi chiamo Pier, ma nel libro lo chiamo Xduino perché se uno si chiama che ne so Luca lo può chiamare Lucaduino o Francescoduino ecc, come tanti cloni che esistono in rete. Pierduino è un clone, un po’ più avanzato di Arduino che è una piattaforma hardware completamente sbagliata.

F. N.: Raccontaci di Arduino, perché magari non tutti..

P. C.: E’ una piattaforma hardware, una piattaforma nata in Italia dalle ceneri dell’Olipad di Ivrea, che praticamente ha dato l’idea di fare questo controller. Non è un computer, è un micro controller dal quale si possono tirar fuori delle cose stupende. Io ovviamente la prima cosa che ho fatto è un synth e un’interfaccia audio midi con display e controlli analogici .
Un controller grande come un pacchetto di sigarette che ti permette di programmare il mondo esterno. Ha la possibilità di ospitare dei sensori esterni e di controllare, tramite le porte, altro hardware, nel senso che puoi sia fare suoni ma ovviamente anche muovere motori, luci e quant’altro collegato alle porte del controller.
E’ molto semplice da usare perché ha una sintassi studiata proprio per i principianti, non è un Computer vero e proprio, è facilitato e la sua interfaccia di programmazione è open source. Una volta caricato il programma in memoria lo si può praticamente alimentare con una pila e andare in giro e divertirsi a fare robotica o automazione o anche musica. Il mio synth fa una Brainbox con dei suoni molto analogici, molto Pier 808 e insieme un pianoforte tipo Marimba, l’ho chiamato, appunto, Malimba perché non è una vera e propria Marimba.

F. N.: Ok, quindi hai fatto di Arduino uno strumento musicale.

P. C.: Si, in pratica è uno dei tanti che si possono fare, ovviamente quando faccio i corsi ne faccio ancora su Arduino, privati. Ci sono delle situazioni tipo negozi di elettronica che mi invitano a fare dei corsi di Arduino, oppure nelle scuole, nei Licei. Non sono corsi regionali, sono corsi privati, in cui spiego come usare Arduino non solo dal punto di vista musicale, anche se a me interessa di più quell’aspetto.

La cosa che mi piace sottolineare è che, ovviamente, il suono esce a 8 bit e quindi non ha, assolutamente, una perfezione, anzi proprio perché è a 8 bit che ti da quel suono chiptune, quel suono vintage, sporco, che piace ancora, visto che ci sono librerie di campioni oggi che riproducono quei suoni fatti a 8 bit.
Io sono nato con gli 8 bit e in pratica mi ritrovo con gli 8 bit di Arduino a fare sperimentazione sonora, sintesi, e chiaramente tiri fuori l’anima degli 8 bit e se ci sai fare un po’ con la programmazione ti diverti veramente un sacco a fare i suoni così detti dirty, sporchi.

Con Arduino è facilissimo, con Raspberry  avendo un’uscita audio ad alta risoluzione invece la cosa è molto più digitale, quindi ci sono i due mondi, l’analogico che è digitale simil analogico e l’altro che è invece digitale puro, fa i suoni belli, tranquilli, tutti puliti a 16 bit.
I due mondi Raspberry e Arduino non sono in contrapposizione, anche perché sono due prodotti neanche concorrenti ma complementari e si può usare tranquillamente Arduino insieme a Raspberry, collegandoli insieme, oppure sfruttare le librerie di Arduino in Raspberry per poter pilotare sia l’hardware che il software e creare dei mondi simbiotici.

 

Pier Calderan

 

F. N.: Facci un esempio pratico di mondo simbiotico che puoi creare.

P. C.: Innanzitutto se io ho lo shield audio Midi di Arduino, fatto per Arduino, lo metto sopra, a panino, e lo inserisco sopra Raspberry tramite un adattatore – ci sono tanti adattatori per la porta GPIO. In Raspberry hai un computer vero, quindi hai un interfaccia grafica su uno schermo e ti programmi praticamente l’audio midi dello shield di Arduino tramite Raspberry.

Questa è un’applicazione, se vuoi, inerente al nostro discorso audio, ma ci sono 1000 altre applicazioni correlate agli shield fatte per Arduino. Qualsiasi shield che sia il GPS o che ne so.. Quello dei motori o LCD e tanti altri shield fatti per Arduino vanno bene anche su Raspberry, non è detto che siano incompatibili, anzi grazie appunto alle librerie che hanno studiato alcuni produttori di adattatori, è possibile usare gli stessi programmi per Arduino su Raspberry.

F.N.: E un esempio invece che non c’entra assolutamente con la musica cosa potrebbe essere?

P. C.: Un Rover, un robot controllato sempre tramite shield di controllo motori. Io mi diverto ad andare nelle fiere con il mio pallone aerostatico, ha tre motori e tre linee di led colorati e controllati  da iPad, quindi controllo in remoto i tre motori per andare su e giù con il pallone aerostatico, a destra e sinistra o avanti e indietro.
Ovviamente posso anche, sempre  via wi-fi, trasmettere della musica e quindi fare andare i led a tempo di musica.

F. N.: Figata!!

P. C.: Questo è il mio pallone aerostatico.

F. N.: Tutto si può applicare benissimo al mondo dei live, immagino. Quindi si possono fare degli spettacoli.

P. C.: Si, si, il fatto stesso che ci sia questa possibilità nei moderni computer tipo Raspberry e simili, perché ce ne sono anche altri che sono usciti e stanno continuamente uscendo, dove ovviamente Raspberry ha dato il via a una serie di computer Linux embedded con porta GPIO,  quindi con porta IN e OUT digitale, per cui è facilissimo programmare all’interno del sistema Linux, sistema operativo che ovviamente viene caricato o da Card o da memoria del processore, e praticamente ti puoi gestire i programmi sempre open source riguardanti la musica e o lo spettacolo, controllare luci, motori e interagire con queste cose. Farò vedere, nella seconda parte, come appunto la musica può controllare l’hardware tranquillamente o manualmente o in automatico.

F. N.: Fichissimo!

P. C.: Non è assolutamente difficile..

F. N.: Volevo proprio chiederti questa cosa, cioè quanto è difficile interagire con queste nuove tecnologie per uno che non sia un programmatore.

P. C.: E’ la domanda che mi fanno sempre tutti quando comincio a fare un corso  su Arduino o su Raspberry, perché ovviamente uno dice: “Ma io non so niente di informatica, non so niente di programmazione, non so niente di quello che..”.

Non saper niente è brutto, però fortunatamente Raspberry Pi nasce proprio per i bambini di 5 anni, perché il Sig. Eben Upton che ha fondato la Fondazione benefica Raspberry Pi  ha voluto produrre un computer alla portata delle famiglie, che costasse sui 30, 35 euro,  e ha voluto inserire sul suo sistema operativo proprio il programma più facile del mondo che anche i bambini possono programmare.
P. C.: Si, sono stato abilitato e lo trovo utilissimo.

F. N.: Grazie.

P. C.: La parola che mi viene in mente adesso è utilissimo. Quindi complimenti e ben venga questa e iniziative simili per lo sviluppo della formazione, come dico sempre, e chiaramente vi faccio tutti i miei migliori auguri per poter avere successo e fare aver successo anche agli allievi.

F. N.: E’ studiato per quello in effetti. Si parte dalle basi e poi si arriva anche a livelli abbastanza avanzati.

P. C.: Senza le basi.. E’ quello che dico sempre anche io. La base è quella che serve per costruire la casa, se non hai quello tutto il resto cade dopo poco o quasi subito. Io sono proprio per il base e il linguaggio base , come dicevo prima anche la programmazione non è appannaggio solo di chi sa, ma anche per bambini oppure per quelli che si sono trovati a una certa età a non aver mai affrontato il discorso di programmazione.

Si può fare anche ottenendo risultati: una volta che si raggiunge il risultato è sbalorditivo e viene voglia di studiare ancora di più. Perché non fare dei novelli ingegneri informatici a 50 anni o a 60 anni? Non è detto che per forza di cose la vita dell’ingegnere informatico si ferma a 20 anni o non si possa fare perché uno non è andato all’Università o non ha fatto in tempo: si può fare in qualsiasi momento grazie a questi personaggi come appunto Eben Upton di Raspberry Pi Fondation che ha fatto, secondo me, una bella azione, sia propedeutica che didattica e di spinta educativa.

F. N.: Ok. Nella seconda parte di che cosa ci parlerai esattamente? Hai creato un video e in questo video che cosa ci insegni?

P. C.: Diciamo che parto dalle basi, non è che spiego proprio tutto Raspberry Pi ma spiego come praticamente si può sfruttare il suo motore che è comunque un processore in architettura ARM e..

F. N.: Aspetta,  semplifichiamo un attimo. Ci spieghi come creare una DAW, un computer con 35 euro, giusto?

P. C.: Si, come collegare un computer che compri con 35 euro, circa, anche meno, e lo colleghi a un monitor, mouse, tastiera e internet se hai un ethernet oppure un wi-fi se hai un dongle wi-fi e praticamente con quello cominci a installarti i programmi open source, dalla rete, e quindi..

F. N.: Che cosa si può fare con questo computer?

P. C.: Innanzitutto per quello che riguarda l’aspetto più vicino al vostro sito.

F. N.: Al nostro settore.

P. C.: Al vostro settore è appunto audio e Midi . Faccio vedere audio e Midi sintesi e c’è un bel po’ di sintesi, e controllo, in remoto da wipad, tanto per fare un esempio.

F. N.: In pratica si può andare a sostituire quelle che sono le strumentazioni, l’hardware e il software di uno studio di registrazione..

P. C.: Non esageriamo, lo studio di registrazione prima che passi a Raspberry ce ne vorrà del tempo, ma non è quello lo scopo.
Lo scopo di Raspberry rimane pur sempre didattico e di spinta verso il fai da te, perché ovviamente non sa tante cose che ovviamente vanno fatte.
Una volta acceso non è che funziona, bisogna programmare, scaricare programmi che servono: se uno vuole fare office chiaramente scaricherà tutto l’office gratuito da dai depositari di Linux, ma se uno vuol fare grafica farà quello, se uno vuol fare musica ci sono delle cose da scaricare.

Se non c’è Cubase, Propius, Logic, Raspberry o Linux ci sono altre realtà per cui si scaricano quelle e si installano, ovviamente con licenza GNU, tranquillamente dentro Raspberry.

 

Pier Calderan 2

 

F. N.: Bene, perché dici che non è possibile sostituire lo studio di registrazione con Raspberry ?

P. C.: Perché ovviamente non ha la potenza di gestire tutto quanto quello che può gestire una scheda audio multicanale, e non ci sono neanche i programmi oggi sviluppati gratuitamente per farlo, anche se ci sono molti software bellissimi, di cui parlerò. Ci può essere anche la mosca bianca che in uno studio usa Raspberry dappertutto ma non è quello lo scopo, secondo me, della piattaforma.
La piattaforma rimane una cosa molto legata al privato, allo studio soprattutto e alla sperimentazione: si fa molto sperimentale, una macchinina grande così cerca nel suo piccolo di darti quei pungoli di curiosità perché poi dopo tu spossa sviluppare qualcosa di tuo, non solo scaricare e usarlo come si fa con i normali computer.
L’aspetto più bello, secondo me, di questi computer è proprio l’interazione con il mondo esterno. Quindi uno si diverte magari a registrare l’audio ma lo fa già con il suo Macintosh, con windows, però il più bello è lo smanettamento, dove si va a scoprire quello che si può creare dal proprio sapere o non sapere, perché si impara nel frattempo.

Ci sono gli strumenti gratuiti, questa è una cosa da non sottovalutare, perché l’open source e l’open hardware servono proprio a questo,mentre in un computer close source e close hardware, come potrebbe essere Apple o Intel con due computer che si prendono per usarli in uno studio o in casa, si fa ben poco, oppure bisogna pagare i software, gli ambienti di sviluppo.
Con l’ambiente Linux si ha la libertà di sperimentare a costo zero e creare delle situazioni che possono essere vantaggiose anche economicamente, e se uno si inventa qualcosa da commercializzare lo può fare grazie alle licenze pubbliche. Quindi non è un mondo da sottovalutare, anzi è da sfruttare e cercare di vederlo sotto l’aspetto più didattico e di apprendimento per fare qualcosa di diverso, di nuovo.
Questo è anche l’incentivo che danno anche tante schede simili, come la neo nata Big Blog Map, Cube World, che sono tutte Linux embedded fra l’altro, il prodotto che verrà fuori fra poco in italiano che si chiama Yudu, sono tante, tante realtà sempre collegate comunque al mondo Linux embedded.

F. N.: Ok. Pier, grazie, è stata una bellissima chiacchierata.

P. C.: Grazie a te.

F. N.: Ce l’abbiamo fatta. Allora ricordiamo per l’ultima volta i tuoi siti, per chi volesse rimanere in contatto con te assolutamente: audiovideomusic.com la tua rivista gratuita, synthnwes.net lo abbiamo un po’ snobbato, due parole su Synthnwes.

P. C.: E’ un sito di news dedicate alla passione mia per il synth, con news limitate al firmware e all’open source, il 90% sono news per scaricare librerie o software gratuiti.

F. N.: Ottime risorse. Grazie mille Pier, buona giornata.

P. C.:  Grazie a voi.

F. N.: Un saluto a tutti quanti, a tutti i ragazzi che ci seguono, a tutti gli amici di Scuolasuono.it, ci lasciamo qua, continuiamo con i soli allievi di Recording Turbo System nella seconda parte: se non sei ancora iscritto a Recording Turbo System puoi farlo in questo momento, così puoi continuare a seguire il percorso con Pier nella parte avanzata dedicata ai nostri Allievi. Ciao a tutti da Francesco Nano e a presto!

One thought on “Pier Calderan: DAW professionale e open hardware

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