Pier Paolo Polcari: i 7 step della produzione live professionale


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti e benvenuti su Scuolasuono.it, oggi  è con noi Pier Paolo Polcari.

Pier Paolo Polcari: Ciao a tutti, ciao Francesco.

F.N.: PierPaolo è il produttore artistico  degli Almamegretta, sia in studio che in live.

P.P.P.: Sono uno dei tre membri fondatori della band, e spesso mi trovo coinvolto a prendere decisioni di produzione in studio e dal vivo perché in realtà le due cose sono abbastanza collegate, ma comunque sono quello che se ne occupa di piú.

F.N.: So che sei l’organizzatore tecnico creativo dello spettacolo..

P.P.P.: Sono due caratteri consecutivi: quest’anno abbiamo chiuso il mixaggio dell’album e abbiamo cominciato a lavorare sul tour che era incentrato chiaramente sul nuovo album, sul lavoro che avevamo ancora caldo nell’hard disk, quindi è il suo naturale proseguimento. Con gli Alma tornavamo dopo un bel po’ di anni, quindi avevamo materiale nuovo, volevamo fare uno spettacolo originale e produrlo per certi versi include processi simili ad un album.

F.N.: Tra l’altro ci hai fatto un regalo enorme, hai prodotto un video nel quale intervisti anche il resto dello staff, si vede come integrate il video nei vostri spettacoli, questo contributo lo teniamo per i nostri allievi di Recording Turbo System, dove ci si può iscrivere anche subito.
Pier Paolo  ora ti chiederei di raccontarci  quale è stata la tua storia formativa e professionale, come sei arrivato ad essere il professionista che sei oggi.

 

 

P.P.P.: Come capita spesso, ho iniziato studiando uno strumento musicale, il pianoforte, poi la chitarra, comunque per tempi relativamente brevi.  Per quel che riguarda il mestiere di produzione di uno spettacolo, si sa benissimo, a tutti i livelli, che dietro la preparazione tecnica di un concerto, che è fondamentale anche se non esiste il concerto perfetto, comunque ci sono sempre una quantità di variabili di tutti i generi che si possono incontrare e testare soltanto sul campo, giorno per giorno a seconda delle situazioni, per questo è uno di quei mestieri che veramente lo impari facendolo.

F.N.: On the road.

P.P.P.: Assolutamente. Servono basi di conoscenza tecnica che sono fondamentali, per una questione di sicurezza, però poi si migliora in anni e anni on the road,  e soprattutto in un paese come l’Italia serve più bravura in questo lavoro: da noi ti trovi in situazioni dove ogni volta lo spettacolo te lo devi reinventare, ed impari così, come molti dei miei colleghi e come molte delle persone che girano in questo fantastico mondo dei concerti, che è ricco di personaggi interessanti, divertenti, e con grande esperienza.
Questo è importante per farsi esperienza e migliorare, anche se ci si può aggiornare bene anche via internet da casa.

F.N.: Quindi il mondo dei concerti ti piace, mentre ne parlavi ti sei illuminato.

P.P.P.: È affascinante come lo è quello dello studio, noi per fortuna facciamo una professione che nonostante le enormi difficoltà di questo periodo, è una passione e quindi ha un suo fascino.

F.N.: Adesso inizieremo a parlare degli aspetti  più tecnici. Ma prima vorrei ci raccontassi qualche situazione particolare che hai vissuto, qualche aneddoto simpatico successo in un certo tour, o in una certa data.

P.P.P.: Sono talmente tante che è difficile ricordarsele, poi appunto, lavorando in Italia principalmente, ti capita di suonare in luoghi dove veramente si può fare tutto tranne che concerti. Al momento non ne ricordo, ma prima mi tornavano in mente i metodi di registrazione pre audio digitale quando ti raccontavo un sistema con il quale abbiamo fatto un intero disco nel 1995, circa vent’anni fa e ricordo questi tre Adat sincronizzati con una ATARI con Cubase..

F.N.: Era fantascienza per l’epoca.

P.P.P.: Sembra la preistoria, considerando che ora si registra a 96 khz con Mac e hard disk portatili. Noi, per fare un disco, portammo alcune attrezzature  a Procida, un’isola di fronte Napoli con delle strade molto piccole, e avevamo questo mixer bellissimo da trasportare e non potendo andare con normali mezzi, potevamo farlo solo con un’Ape preoccupandoci di nient’altro che del mixer, era l’unica cosa da portare in salvo.
Adesso è divertente pensare che questo è l’altro ieri e la tecnologia dell’audio recording ha fatto passi incredibili. Basta guardare i software attuali e le possibilità che ti danno, questa è una cosa che io reputo molto positiva, qualcuno storce il naso, ma credo che l’accessibilità faccia parte del progresso dell’uomo, poi il talento può uscire in altri modi.

F.N.: Si, una volta uno studio di registrazione se lo potevano permettere solo personaggi con un certo tipo di budget.

 

P.P.P.: Per chiudere l’aneddotistica, diciamo che l’ultimo album, che abbiamo appena finito di registrare, visto che è un album  nato e cresciuto a Napoli, ci tenevamo a finirlo lì, cosí lo abbiamo mixato allo Splash Studio, il più importante della città, di proprietà di Peppino di Capri, costruito negli anni ’80, ed é la dimostrazione che un personaggio famoso all’epoca poteva permettersi il mantenimento di uno studio del genere, poi lui si è sempre interessato agli aspetti tecnici della musica.
Ha fatto uno Studio bellissimo, con un’ottima sala di ripresa, però era patrimonio di pochissimi avere questa possibilità. Secondo me oggi basta un po’ di intelligenza e organizzazione per avere dei risultati ottimi.

F.N.: Secondo te è possibile che i nuovi talenti, band, artisti, possano emergere in una situazione così drammatica dal punto di vista musicale, con il supporto che  non si vende più: come si fa a vivere di musica propria oggi come oggi?

P.P.P.: Per una situazione abbastanza affermata come la mia, che è confermata, è chiaro che è l’attività live con la quale ti sostieni, la produzione degli album ha due obiettivi: la diffusione della tua musica, ovviamente; poi è mettere su un supporto del tuo nuovo materiale. Una documentazione è fondamentale, con tutto il ragionamento sotto il profilo commerciale dell’utilizzo della musica per sincronizzazione, per esempio di pubblicità, di film, video, quello diciamo che è il lato editoriale dell’opera e può avere ancora un suo peso a livello editoriale.

ll supporto come vendita non dà guadagni, le vendita è bassissima, c’è stata  una leggera crescita delle vendite on line dei prodotti MP3, poi sono usciti questi servizi onlin  tipo Spotify che tra l’altro è una bellissima idea: con cinque, dieci euro o gratis se vuoi subire un po’ di spot pubblicitari ascolti tutta la musica che vuoi, per sempre, con un catalogo enorme, e questo ha dato la mazzata finale alla vendita online dei brani.

E’ chiaro che come emergere non è la domanda giusta da fare a me, perché sono emerso quando ancora c’era un colpo di coda di etichette discografiche che funzionavano, di distribuzioni che avevano un senso, negozi di dischi; era già una fase terminale, probabilmente l’ultimo periodo buono sono stati gli anni ’80, però comunque io mi sono affidato ai canali considerati standard: contattare un’etichetta discografica, fare un contratto, affidarsi  alla struttura che distribuisse la tua musica.

Ora la situazione è molto diversa, a pelle mi sento di consigliare assolutamente di non affidarsi ad un’etichetta discografica, perché sono rimaste in poche e mi sembrano dei filtri oramai inutili, è chiaro che la cosa più importante è riuscire ad avere una diffusione quanto più ampia e possibile in questo mare magnum di musica su internet.

La diffusione oggi si ottiene attraverso canali diversi, come gli uffici stampa: al giorno d’oggi un management credo sia più importante per prendere contatti e diffondere il proprio nome che per per firmare un contratto; c’è però un pubblico da andare a incontrare e a pescare direttamente, probabilmente è quello il gancio importante, piuttosto che il contratto con una delle etichette discografiche, che ormai esistono in pochi casi, virtuosi, e che riescono ancora a fare un ottimo lavoro. Io non sono assolutamente contro l’idea delle etichette, parlo di quello che vedo di fronte a me: ultimamente mi sono interessato di più a un’etichetta italiana indipendente che si chiama La Tempesta, creata guarda caso da una band, non da persone vestite in grigio dietro a una scrivania, e sono  i “Tre allegri i ragazzi morti“, che io non conosco personalmente ma che probabilmente hanno saputo affrontare la cosa con la consapevolezza di chi è passato attraverso un contratto discografico e hanno messo su un’etichetta italiana indipendente, che fa musica italiana, spesso cantata in italiano. Quindi fa assolutamente onore ai ragazzi questa cosa, ho visto il catalogo che è di tutto rispetto: ecco quello è un caso estremamente virtuoso.

D’altro canto, ripeto, probabilmente è più importante riuscire a procurarsi i contatti giusti per diffondere la propria musica che un canale per stampartela, basta avere un contatto con un aggregator per far uscire i propri dischi in vendita su iTunes, quel che è  difficile è emergere proprio sotto il profilo della diffusione.

F.N.: Ero convinto che Spotify bene o male riconoscesse qualcosa agli artisti.

P.P.P.: Il software riconosce solo una parte minuscola, è una gran bella cosa per gli ascoltatori di musica però è la mazzata finale per chi sperava di riuscire a creare almeno un mercato on line attraverso la vendita degli MP3, e li proprio è il mazzatone  finale anche se comunque leggevo di molte etichette indipendente americane che non avevano chiuso l’accordo con Spotify, perché appunto ritenevano la cosa non soddisfacente sotto il profilo delle percentuali, che mi sembra siano veramente molto molto basse per editori artisti, ma non so dirti di più.

F.N.: Ma gli Almamegretta sono su Spotify?

P.P.P.: Si, ci sono perché la Universal e la BMG è la nostra vecchia etichetta,  però  molte altre  etichette  hanno rifiutato l’accordo.

 

 

F.N.: Ok, ora iniziamo a introdurre il discorso per cui siamo qua: l’organizzazione e la pianificazione del live, infatti intitoliamo questa chiacchierata “I 7 step dell’organizzazione del live professionale”. I primi due li svisceriamo subito, gli altri cinque li lasciamo per la parte avanzata della nostra intervista che rimarrà disponibile per  gli allievi della nostra scuola.

Punto numero 1: che album hai e che band hai. Questo è il primo step che ovviamente è fondamentale per  capire il tipo di spettacolo che andrai ad affrontare;  significa sapere che tipo di musica suona questa band, in che scena si va a porre, ma anche che tipo di forza sotto il profilo contrattuale ha.

E’ chiaro che ci sono vari livelli di concerto in cui la band potrebbe essere posizionata.
Questo è un lavoro che si fa assolutamente a monte e che riguarda l’agenzia di booking e management, si deve pensare al concerto dalle fondamenta, con tutta l’installazione; poi il concerto va venduto, e bisogna pensare a quale livello commerciale proporre lo show della band, ci sono almeno 5 categorie possibili.

F.N.: riesci a spiegarci quali sono queste categorie?

P.P.P.: Si parte chiaramente dal concerto della band che gira con gli strumenti in macchina e trova un impianto sul posto fino agli stadi che sta facendo Jovanotti, l’importante è posizionare il concerto per non rischiare di produrre qualche cosa di meraviglioso ma a fuori mercato.
L’intelligenza negli allestimenti,  l’accennava anche Puccio, il nostro direttore di produzione nel  piccolo video che vi ho preparato, è quella di riuscire ad avere delle idee buone che poi vengano amate una volte prodotte.
Spiego: se ho una struttura meravigliosa che pesa 5 tonnellate, alla terza data i miei backline, i miei facchini mi odieranno. La struttura è bellissima, il pubblico mi amerà, ma la crew mi odierà, probabilmente anche i promoter, quindi io devo sempre aver presente in che ambito mi muovo, specialmente in una situazione così esponenziale come quella dei concerti.

Quando organizzi uno spettacolo, che poi è lo stesso problema di quando organizzi un film, le spese sono esponenziali, non puoi dire aggiungo x e ottengo questo, perché quell’x lo devi calcolare 5 volte in più:  non sei in uno studio di registrazione, non sei in un luogo bonificato, sei dovunque e quindi tutto quello che può succedere può costarti il triplo. Un taxi per raggiungere il centro costa 15 euro, un taxi per raggiungere il Festival dove vai a suonare costa 50, anche trasportare un piccolo baule da una parte all’altra può costare il triplo, quindi è molto importante e quando chiedo che band hai è per capire il tipo di spettacolo da proporre sotto il profilo commerciale,  poi che album..

Ho inserito questo nel titolo perché prendo a prestito quello che ci è successo quest’anno, avevamo una band che non usciva con un album inedito da 10 anni praticamente,  e avevamo un album in uscita, dovevamo quindi organizzare uno spettacolo che sicuramente raccontasse la band per la sua storia, perché chiaramente una reunion dopo 10 anni, per lo zoccolo duro dei fan è sicuramente un’operazione di nostalgia in qualche caso, in qualche modo, quindi bisogna assecondare questa cosa. Però avevamo l’album in uscita e quindi volevamo centrare tutto lo spettacolo su di esso, scegliere la sceneggiatura del concerto che devi andare a raccontare che può essere diversa anche per lo stesso artista di anno in anno, può avere dei parametri diversi, perché l’album è diverso. Quindi si comincia a ragionare su queste cose, inizi anche a regolarti a livello numerico su che tipo di crew vai a portare in giro tra artista, band, tecnici, ecc.: può  essere una crew da uno a 15 persone, per concerti di natura media come il nostro.

Trovo inutile raccontare di concerti enormi, perché lí si perde il contatto con la realtà ed è difficile anche quantificare e capire cosa fa ogni persona.
Il ruolo di ogni persona  io lo reputo molto importante, dev’essere ben definito già dall’inizio, perché significa avere una responsabilità molto ben definita: se qualcosa non funziona bene o si rompe c’è il responsabile definito, se un volo non è stato comprato c’è un responsabile; non significa fare la caccia alle streghe e il rogo in piazza della persona, ma è per una questione di chiarezza perché poi nelle crew è molto facile che si faccia lo scarica barile.

Servono ruoli molto ben definiti, anche piccoli se hai la possibilità di scomporre ruoli per persone ma che siano ben definiti  e ben chiari  dall’inizio.
Anche perché un tour è come un circo, è sempre in movimento, quindi ti lasci dietro cose, le perdi e le rompi. Servono ruoli sia sui bisogni non reali come può essere uno che risolve i problemi quotidiani, sia ruoli tecnici come il responsabile dell’impianto, o chi ha un ruolo molto semplice e alle 9 di mattina deve essere sul posto a montare le casse; questi sono i parametri da valutare prima di cominciare.
Nel nostro caso erano parametri abbastanza standard, sapevamo di dover affrontare un tour medio, con la crisi sono servite un sacco di idee per riuscire ad organizzare una cosa bella che si tenga molto nei costi, avevamo molto presente queste variabili e molto meno quelle di natura creativa dell’album.
L’album si andava profilando con un suo concept ben preciso e quindi non è stato difficilissimo poi tradurlo dal vivo, perché pur con la sua eterogeneità musicale però ha un filo conduttore molto chiaro e quindi  è stato abbastanza semplice decidere quali immagini utilizzare, perché erano concetti molto precisi, non c’era molto da inventarsi.

F.N.: Prima di passare allo step due, vorrei farti una domanda: mettere in piedi questo circo itinerante ha dei costi, chi mette i soldi? È un’operazione che fate voi della band o avete dei produttori alle spalle?

P.P.P.: Parlando dell’allestimento, tutto quello che succede prima della prima data sono costi che anticipa l’agenzia di booking che mette in conto che l’allestimento;
la preparazione di uno spettacolo ha dei costi, come possono essere le prove per esempio della band fino all’allestimento che è quello di cui parleremo più avanti.
Si, anche in quello si cerca di contenere tutto al minimo possibile, chiaro le prove hanno un costo, l’allestimento ha un costo, sono anticipi che l’agenzia di booking mette in conto di andare poi ad ammortizzare su un tot di date.
Per esempio loro calcolano che l’allestimento, la preparazione dello spettacolo, considerando che comunque è un tour che andrà in giro per un paio d’anni, anche con le varie modifiche in corso d’opera ma a costo zero, l’agenzia di booking calcola che ad esempio nelle prime venti, venticinque date ammortizzerà l’investimento, con le altre  potrà guadagnare totalmente.

F.N.: Chiarissimo.

 

P.P.P.: Step due è lo spazio, l’ingombro del palco e come lo vorrai occupare.
Anche lí parti da dei parametri che sono imposti dalla tua posizione sul mercato, ti rendi conto di poter chiedere e trovare un palco che è quello, potresti chiedere nella scheda tecnica del rider, un palco di 80 metri, sai benissimo che nel 90% dei posti dove andrai a suonare quel palco non ci sta.
Il nostro è un palco standard che abbiamo utilizzato in modo diverso dallo standard come ingombro, perché una delle prime cose sulle quali ragionavo era il fatto che mi piaceva molto l’atmosfera che si creava nella band, sul palco, quando suonavamo nei club al chiuso, d’inverno

F.N.: Quindi molto vicini.

P.P.P.: Sí, molto vicini rispetto ai palchi estivi, a parte quelli dei Festival dove la grandezza dei palchi è una bella caratteristica, però spesso poi andando a fare dei concerti tuoi all’aperto in piazza,  dove richiedevi il palco capiti  in palchi molto grandi, e spesso era un po’ frustrante riuscire a riproporre la stessa energia.
Quindi ho pensato di chiudere leggermente il palco rubando un paio di metri, in tutte le dimensioni, sia in profondità che in ampiezza.

Questo  per ottenere un’intimità tra i musicisti che potesse riproporsi così come succede d’inverno. Volevo ottenere lo stesso effetto anche in profondità, perché non mi piaceva il fatto,  come spesso succede, che il cantante fosse dieci metri in avanti rispetto a noi che abbiamo le due pedane dietro, e quindi abbiamo stretto anche il palco. Quando poi si è andato a ragionare sulle americane del palco, cioè la struttura che mantiene le luci, Puccio diceva “Riguadagnano un po’ di profondità con le americane”: fin quando un palco lo stringi in larghezza va bene perché crei una casa che non è più un rettangolo ma è un quadrato, però se lo stringi in profondità perdi molta forza riguardo alle luci.

Ci ha consigliato di utilizzare americane curve che hanno fatto riguadagnare in profondità il palco, c’è questo cuneo dietro che gli da molta spazialità, quindi anche le luci funzionano come le luci di un palco normale estivo, riuscendo ad ottenerlo in uno spazio più ridotto.

F.N.: Quindi siete riusciti ad ottenere profondità ma intimità allo stesso tempo.

P.P.P.: Le americane curve  pensavo che fossero un qualcosa di raro, costoso e prezioso ma non lo è, sono solo un’alternativa, anche lo smontaggio e lo storaggio sono identici a quelle tradizionali, quindi abbiamo deciso di utilizzarle.

F.N.: E quindi la regola che possiamo estrapolare dal punto due qual è?

P.P.P.: Più che una regola diciamo che qui è stata un’idea di carattere abbastanza televisivo.

F.N.: Tarare lo spazio, se non ho capito male.

P.P.P.: Tarare lo spazio  sicuramente. Farsi un’idea del reale ingombro sul palco, tenendo presente che più vicino stai e meglio senti se hai del buon materiale sul palco, nell’organizzazione anche solo per lo spazio di un palco serve qualche nozione di scenografia, nel senso di utilizzo della profondità, dei vari piani di prospettiva:  sono cose importanti  e semplici.

Da questo punto possiamo tirare fuori il fatto che con la semplicità e un po’ di idee, anche se giri con un furgone con il tuo backline dentro e non hai strutture, se inventi qualcosa  ci ragioni un attimo su e puoi comunque creare un tuo spazio. Un’altra cosa importante alla quale tenevamo, e secondo me è una cosa importante e che io ritengo utile e anche da consigliare,  è che quando abbiamo pensato a questo spazio, alle americane, avevamo un progetto, fatto con carta e penna:  dare carattere al palco con pochi elementi. Come vedi non stiamo parlando di un allestimento ricchissimo, però con poco abbiamo cercato di dare una riconoscibilità al palco e al tour.

Oramai tu suoni la sera, la mattina dopo sei su You Tube: l’idea che un tour a prima vista, a primo impatto possa essere riconoscibile e  ha una sua forma, un po’ diversa dagli altri, anche  con la diversa disposizione o il colore degli strumenti sul palco  gli dà carattere. F orse con gli strumenti è più difficile, peró è come se tu avessi un logo che vedi da lontano, vista la quantità di piccoli video di concerti che si vedono in rete avere la possibilità di essere riconosciuti al primo impatto è una cosa interessante.

F.N.: Hai centrato il punto, è veramente interessante questa cosa.

P.P.P.: mi ricordo un tour di David Bowie, un livello più alto, era molti anni fa, i primi periodi in cui si vedevano i video su internet, fine anni ’90 inizio 2000: lui fece questo tour che si chiamava “Spider something..”, non ricordo bene, e il palco aveva questo enorme ragno che manteneva le luci e la struttura, non era cosí incredibile, ma non poteva essere altro che quel tour, quando guardavi il primo frame sapevi che era quel tour, i musicisti erano sotto questo ragno e non potevi non riconoscerlo; questo  è un modo moderno per rendersi riconoscibile e trovare un’idea, creare una forma.

Ho visto anche Mower l’anno scorso, che sono una band fantastica a livello musicale. Avevano tre barre led wall, una cosa minimale, trasportabile anche ai Festival dove di solito non hai la tua produzione: montavano tre barre led wall, avevano tre disegni, erano loro e li vedevi da lontano erano  riconoscibilissimi, cosí abbiamo deciso di tenerlo in considerazione

F.N.: A proposito dei led wall, che avete spiegato bene nel video che faremo vedere dopo, come avete ottimizzato e sincronizzato l’audio al video?
Secondo te c’è la possibilità  di portare i video all’interno dello show anche per chi va a fare dei live molto molto più a basso budget nei pub, nei club?

P.P.P.: A livello di software e hardware si, ormai si controllano con un computer, la struttura deve essere dotata di un video proiettore e  i club non dovrebbero avere problemi, specialmente quelli che fanno anche discoteca o che semplicemente proiettano le partite di calcio, di solito sono attrezzati. Da casa poi devi portarti un computer con un software, e ce ne sono vari che costano anche molto poco e sono molto semplici da usare, e la persona che se ne  occupa.

F.N.: Questa aggiunta potrebbe essere un elemento vincente.

P.P.P.: Potrebbe assolutamente esserlo e oramai è importante, è una cosa che riguarda molto i club, sicuramente i Deejay, però anche per le band utilizzare delle immagini può essere importante perché puoi trasmettere un messaggio in più alle persone, dipende anche dal tipo di band: per esempio per una band che fa musica molto strumentale, avere comunque una trasmissione di dati, di messaggi attraverso delle immagini può essere importante.

I Veejay sono ormai dappertutto e  fanno un ottimo lavoro, secondo me hanno sostituito per importanza i light designer, anche se lo spettacolo di luci mantiene la sua importanza fondamentale, però a livello di creatività e di messaggio, per raccontare la musica che la band sta suonando sul palco è un lavoro affidato soprattutto ai videomaker. Credo che se le strutture dove si va a suonare sono dotate di un sistema di video proiezione diventa abbastanza semplice ottenerlo.

F.N.: Altrimenti una bella barra led, un piccolo led wall.

P.P.P.: Per un club nuovo che vuole fare concerti e che deve fare l’allestimento forse risulta più economico organizzarsi con delle barre led piuttosto che con un video proiettore, perchè quelli potenti costano anche per la manutenzione.

F.N.: Ok,  qua finisce la prima parte della tua chiacchierata, salutiamo i ragazzi che rimangono all’esterno di Recording Turbo System, e continuiamo con te in compagnia dei
nostri allievi con la seconda parte. Ciao a tutti!

P.P.P.: Ciao a tutti.

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