Roberto Rossini: in live bisogna infrangere le regole


Intervista

Francesco Nano: Ciao a tutti, buongiorno da Francesco Nano, ben trovati. Oggi vorrei introdurre un personaggio che mi sta molto simpatico, ci siamo conosciuti da poco: stiamo parlando di Roberto Rossini. Ciao, Roberto!

Roberto Rossini: Ciao!

F.N.: Allora, Roberto è un fonico prevalentemente live, di grandissima esperienza, stiamo parlando di una persona che ha lavorato sui palchi più prestigiosi d’Italia: Primo Maggio, Sanremo, tutti praticamente li hai fatti!

R.R.: Sì, tra i vari Festival, anche il Monza Rock Festival e l’Heineken Festival. Il problema è che non ho messo nel curriculum tutto quello che ho fatto perché tante cose neanche me le ricordo più. Capito?

F.N.: Roberto Rossini sta diventando un mito per me! Ripeto, l’ho conosciuto da poco, però è troppo forte, perché è un fonico contro intuitivo, è una persona che mixa senza usare i fader! Adesso vi spieghiamo: questa chiacchierata è introduttiva a una cosa che seguirà, perché la seconda parte di questa intervista è un video che abbiamo registrato dal vivo al concerto di Danilo Sacco, qualche giorno fa, ad una data in Veneto.

Ci siamo trovati là e io ho filmato il sound check, sono stato dietro a Roberto per capire come lavora e lavora in maniera assolutamente anomala, però il suono che viene fuori spacca! Quindi, alla facciaccia di tutta la teoria e di tutte le “pippe accademiche” che noi ci facciamo, qua c’è un fonico “da strada” di quelli tosti, che lavora in maniera semplice che però spacca. Veramente, sono felicissimo di poter parlare con te e di poterti presentare ai miei allievi.

R.R.: Sì, stravolgo un po’ le leggi naturali, diciamo.

 

Scuolasuono.it: Roberto Rossini

 

F.N.: Allora per dare compimento a questo bellissimo intervento che abbiamo fatto in video, vorrei chiederti di raccontarci un attimo – ma proprio brevemente – qual è stata la tua storia di fonico (so che l’avevamo fatto anche al concerto, però là eravamo un pochino distratti dalle cose tecniche). Adesso che abbiamo più calma, mi piacerebbe che ci raccontassi come è andata fino adesso la tua vita professionale. Dopo di che parleremo anche del fatto che tu tieni dei corsi, è bello poterti seguire anche in questo modo. Ma parliamo innanzitutto della tua biografia, se la vogliamo chiamare così. A te la parola.

R.R.: Allora, dai capelli bianchi e dal pizzo bianco si vede che sono “datato”: insomma, ho 53 anni, di cui 30 passati a far casino in giro, a fare il fonico, diciamo. Ho cominciato come musicista fin dai primi anni ’80, suonavo il basso, anche a un discreto livello, non il top del top però me la cavavo, ero molto sul pezzo. Poi sono stato quattro anni in Studio di registrazione: “taglia e cuci”, praticamente, cioè io facevo il “ragazzo del tè”.

Ho cominciato portando il tè e rubavo con gli occhi quello che succedeva, poi man mano ho cominciato a fare anche qualche registrazione: ho registrato il primo disco della Gang, (non so se te lo ricordi, c’ero anche io, cioè non è che l’ho registrato, ma c’ero anche io in quella situazione); fino al 1984 circa ho lavorato in questo Studio, facendo anche 200-300 dischi in totale, ne abbiamo fatta di roba! Negli anni ’80 si registrava, non come adesso che non si fa più niente: all’epoca lì si lavorava veramente molto. Nel 1985 mi ha preso questa smania del live e ho telefonato a un service che stava a Gallarate, si chiamava Arca, e ho manifestato questa mia voglia di fare i live.

Loro mi hanno detto: “Sì, sì, va bene, vieni su!” e ho fatto la mia prima tournée con Miguel Bosé e facevo lo stivatore, cioè caricavo e scaricavo i camion a spalla; l’ho fatto per 130 date, mi era venuto un fisico pazzesco in quegli anni, perché era un lavoro interamente fisico, dal momento che rifacevo tutti i camion completamente da solo.

 Roberto Rossini

 

F.N.: Tra l’altro gli impianti pesavano parecchio all’epoca, quindi effettivamente ti sei fatto un bel fisico!

R.R.: Sì, all’epoca non c’erano le cassettine da 50 kg, c’erano dei woofer che pesavano 300 kg, per cui ce ne voleva di fisico a quei tempi! Poi ho cominciato a fare il backline – con quel service ho lavorato quattro anni e ho fatto diversi lavori con loro: Ivano Fossati, Matia Bazar, ad esempio.

Da backline sono poi passato a fare il fonico di palco grazie ad una “botta di culo”, diciamo, per il fatto che il fonico di palco si ammalò e io presi il suo posto, pur non sapendo come fosse fare il fonico di palco. Però alla fine è stata una bella gavetta e ho imparato bene, ho imparato tutti i trucchi lavorando a stretto contatto con gente del mestiere molto brava che mi ha indirizzato e aiutato. E da lì ho cominciato a sviluppare questo mio modo di lavorare; sul palco un po’ meno, perché sul palco si lavora con i monitor, con gli aux, non puoi lavorare con i fader. I fader non li usavo proprio, perché tanto lavori con degli aux e non usi i fader; forse è stato da quella volta che non usando i fader ho cominciato a dire: “Ma i fader a che servono, non li uso!!” e ho cominciato a fare anche..

F.N.: Cioè tu se non hai la manopola (del fader) devi usare tu le manopole per mixare, mi pare di capire, il potenziometro.

R.R.: Esatto, esatto.

F.N.: Altrimenti non sei contento.

R.R.: Esatto! No, io – per dirti – nei corsi faccio l’esempio del rubinetto dell’acqua: il fader si usa come il rubinetto dell’acqua, più acqua fai entrare più acqua fai uscire dopo, però l’importante è la pressione dell’acqua, capito? Invece di passare acqua passa elettricità, però la logica finale è la stessa. Lo faccio anche per una questione di velocità, nel senso che preferisco non lavorare sui canali ma lavorare direttamente sui master, tipo UCA, DCA, per cui mi faccio dei gruppi esagerati e da lì mi faccio tutti i mix, come mi hai visto lavorare.

F.N.: Come vedremo nella seconda parte di questo bellissimo intervento.

R.R.: Sì, esatto.

F.N.: Quindi ci stavi raccontando come ti sei evoluto a un certo punto, hai iniziato a fare il fonico di palco, giusto? Per questa botta di culo. Poi?

R.R.: Io ho fatto 15 anni il fonico di palco, da questo service sono passato a Agorà, (che è uno dei service più grandi che ci sono in giro adesso per l’Europa) e ho lavorato 10 anni con loro continuando a fare il fonico di palco fino al ’98 circa. Poi mi è capitata l’occasione con gli Articolo 31 di fare la sala, per cui è dal ’99 che faccio la sala ininterrottamente, fino al 2008 quando ho lavorato con Michele Zarrillo facendo il fonico di palco. Da quella volta ho deciso di non fare più il fonico di palco, perché potevo commettere qualche omicidio a quel punto, capito?

Praticamente è tutto qua, poi tutte le tournée che ho fatto, da Gianni Morandi a Laura Pausini, a Vasco Rossi, a Umberto Tozzi, a Gianluca Grignani – no, con Grignani ho fatto la sala – a Syria, a Ron, e tutti i nomi non me li ricordo, ne ho fatti tanti..

F.N.: Tu hai un metodo veramente strano, nel senso che tu lavori con la band prima e poi in realtà durante il concerto potresti andare a bere una birra e funziona tutto. Com’è questa cosa? È stranissima!

R.R.: Sì, è molto semplice: io parto dal presupposto che comunque sono quello che amplifica la band, non sono quello che suona, per cui lascio alla band tutte le dinamiche. Lascio suonare loro, come hai visto non uso gate, uso pochissimi compressori, perché lascio che le dinamiche le facciano loro, come dico sempre. Io ho una frase un po’ scurrile che dico sempre: alla fine io amplifico la merda, profumo la merda, perché se dal palco viene la merda ci possono mettere un po’ di profumo però sempre merda è – questo è il discorso che generalmente faccio.

È chiaro che con i professionisti devi cercare di farli suonare, cioè devi lasciare il loro suono, le loro dinamiche, cercare di intervenire il meno possibile e fare un giusto mix di tutto quello che esce dal palco, tutto qui,  è il modo originale di fare questo lavoro, perché questo lavoro è nato così, non è nato in maniera diversa.

Come ripeto, sono musicisti, è gente che ci ha messo anni per farsi un suono e non sono io quello che deve stravolgergli il suono, devo solamente cercare di ridarlo in maniera più naturale possibile, senza mettere vari artifizi che possono essere gate, compressori, o varie altre cose. Questa è la logica di come lavoro io, poi è chiaro che la creatività deve essere tirata fuori dai musicisti, non da me. In questi due giorni ho tenuto un corso in cui c’erano tecnici del suono, però anche parecchi musicisti, per cui ho fatto anche una specie di “educazione” del musicista, nel senso di come comportarsi sul palco, soprattutto di come usare i monitor sul palco.

F.N.: E che gli hai detto a questi ragazzi? Ci interessano questi argomenti.

R.R.: Ho insegnato loro il modo di stare sul palco, nel senso che il monitor devono capire che è un monitor, cioè un loro riferimento, non un P.A., per cui nel monitor vanno messe le cose che non senti. Alla fine è questo, non devi cambiare la pompa sul monitor, sul monitor devi avere le robe che non senti: se sei un chitarrista e hai il bassista dall’altra parte è chiaro che non senti il basso, allora ti fai mettere il basso; se sei un batterista, stai dietro, ed è chiaro che non senti né basso né chitarra, perché hai gli amplificatori davanti e nel tuo monitor vanno messi basso e chitarra.

Non va messo tutto sul monitor: questo è quello che ho cercato di far loro capire, e soprattutto ho fatto loro capire che il personaggio più importante è chi canta, perché chi canta non ha amplificatore, non ha niente, l’unico suo supporto è la voce, per cui come prerogativa viene sempre prima il cantante e il cantante deve stare bene, e io ho dato delle dimostrazioni di questo. Infatti, c’era una piccola band che suonava e mi ha detto: “Ah, noi non ci avevamo mai pensato a sta cosa: quando facciamo i monitor ci facciamo mettere tutto meno che quello che tu ci hai detto.”,  la cantante ha detto: “È la prima volta che mi sento!”; alla fine il discorso è stato quello, capito? Io ho detto: “Certo, è normale perché così non ti sgoli, ti senti, senti loro chiaramente e non stai a diventare matta”.

Questa era la logica del monitoraggio, dai palchi piccoli ai palchi grossi. Oltre a questo, facendo questo corso in una sala molto piccola, ho fatto loro vedere che suonare in una sala piccola, per esempio un pub, anche con l’impianto, anche microfonando  batteria, basso, chitarra e tutto quanto, si riesce a fare comunque sia un mix che non dia fastidio.

Ho cercato di far loro capire che basta adeguarsi alla situazione in cui uno si trova e lasciar compiere le dinamiche, come ho detto prima, perché puoi lavorare a meno 10 decibel sul master, però hai sempre la stessa dinamica, come ti ho fatto vedere al concerto, no? La logica è questa, poi sei tu che gestisci il posto dove stai e che devi cercare soprattutto di non ammazzare la gente con il volume.

F.N.: Ma come si fa a non ammazzare le persone microfonando tutto? Se uno microfona cassa, rullante, anche in un ambiente piccolo viene la tentazione di dare un po’ di manetta insomma, perché ho tutto.

R.R.: Perché lavori con i fader, è quello il problema. Se tu lavori con i gain comunque sia hai un sacco di dinamica, per cui gestisci tutto alla fine, capito? Vai appena sopra al naturale, a quello che ti dà lo strumento naturale che ti arriva. In più hai la dinamica, che è ciò che ti serve, e non stai a tirare l’impianto a mille. Questo è il discorso di fondo, insomma, è la logica di come lavoro io.

 

Scuolasuono.it: Roberto Rossini

 

F.N.: Corre voce che tu riesca a far suonare alla grande qualsiasi tipo di impianto. Hai il tocco magico? Sei l’uomo che sussurra agli impianti?

R.R.: No, no, è che ogni impianto ha una sua caratteristica e uno deve capire anche il limite degli impianti: adesso sono usciti degli impianti cinesi, per dirti, che è chiaro che non siano il massimo della vita, però con una certa accortezza si riesce anche a farli suonare. Ripeto, devi capire il limite dell’impianto e soprattutto – cosa fondamentale – la prima cosa che io faccio quando mi trovo davanti ad un impianto lo regolo, lo equalizzo, cioè cerco di levargli determinate cose, perché io gli equalizzatori li uso per togliere, non per aggiungere.

Tolgo quelle cose che non rendono l’impianto in flat, perché io voglio esclusivamente lavorare in flat, come in Studio praticamente, la logica è la stessa: se tu in Studio hai un ascolto che è flat alla fine i suoni che escono in qualsiasi posto tu li vada ad ascoltare ti risultano giusti, perciò è lo stesso tipo di ragionamento. Diciamo che ho acquisito l’esperienza dello Studio, l’ho portata nel live e poi l’ho riportata in Studio, perché quando lavoro in Studio ho lo stesso tipo di approccio mentale. E questo dovrebbe valere un po’ per tutto come logica.

F.N.: Mi ha colpito molto che tu in Studio non utilizzi mai i gate, perché, secondo te, da quello che mi dici, tolgono anima, tolgono naturalezza al suono.

R.R.: Sì, comunque levano armoniche, certo.

F.N.: Ma in Studio utilizzi gli stessi concetti oppure in Studio ti permetti dei processi in più?

R.R.: No, no, uso le stesse cose, l’unica accortezza che uso è il microfonaggio. Infatti, al corso ho fatto vedere che spostando i microfoni si può evitare di mettere gate. Soprattutto, per esempio per la della batteria acustica, la posizione dei microfoni ed anche l’accordatura della batteria, che è fondamentale; secondo me il batterista bravo è il batterista che sa accordare la batteria, cioè che ha il giusto suono di batteria, ha le code giuste (perché le code ci devono essere, la coda va fermata ad un certo punto).

In quel caso è meglio fare un discorso di pre-produzione e di puntamento giusto dei microfoni, piuttosto che andare a decidere dopo con gate e compressori, perché magari hai un problema che è alla fonte. Questo è il mio ragionamento, cerco di risolvere prima il problema se ce l’ho. Per cui in quella maniera lascio suonare tutto, cioè lascio tutto lungo, tutto aperto, completamente senza problemi. Se tu vai su YouTube c’è un video di un batterista che ha fatto un pezzo di Dave Weckl,  si chiama Valerio Rotondale ( è una registrazione fatta con la base di Dave Weckl e la batteria suonata da lui sopra, registrata in Studio); l’ho registrata io, è completamente tutto aperto, non c’è niente (infatti c’è il timpano che ha una risonanza, ha una coda che però lui riesce a fermare).

In teoria i puristi l’avrebbero chiusa subito, invece io l’ho lasciata suonare e si sente la differenza, cioè suona tutto a quel punto lì. Ti ripeto, la cosa ottimale comunque sta nella giusta posizione dei microfoni: io vedo che molta gente non perde così tanto tempo sopra a questo aspetto e dopo purtroppo è costretta ad andare ad aggiustare in maniera artificiale il suono. Ormai il suono che esce dai dischi è MP3, tutto deve suonare in una certa maniera, e spesso suona MP3, invece le robe che faccio io cerco di farle suonare in audio possibilmente più alto possibile, non come MP3, ma cercando un punto dove lasciare tutto aperto.

Questa è  la mia logica. Non ti ho mai fatto sentire i lavori che ho fatto in Studio, ti manderò dei link, così ti rendi conto; te l’ho mandato il link su “SoundCloud”?

F.N.: No, mi manca.

R.R.: No? Sì, sì, te lo mando. Su SoundCloud ho anche delle robe fatte in Studio e ti rendi conto che lì è tutto veramente aperto, molto molto americano, capito? Infatti l’ha sentita diversa gente, tra cui anche il fonico del compianto Michael Jackson, che mi ha chiesto se lo avevo registrato a Los Angeles, il disco. Gli ho detto di no, lo avevo registrato a Macerata, perché ha detto: “Cazzo, sembra registrato a Los Angeles!”. Diciamo che ho ripreso quella logica come suoni che ho in testa, capito? Alla fine il suono è fatto con quello che hai dentro, è un background che hai dentro: io ascolto musica dal ’71, per cui sono un po’ di anni, e mi ricordo che fino agli anni ’80 ho visto 400-500 concerti..

Tutti, qualsiasi cosa, qualsiasi gruppo lo avevo sentito perché partivo e andavo a vedere i concerti, in Italia e  fuori, all’estero. Questo comunque è il background, perché il suono ce l’hai in testa, perché te lo senti, ci sei cresciuto; a me esce naturale ormai il suono, se non ho quel suono ho quasi un dolore fisico, insomma, non sto bene fisicamente, comincio veramente a sentire i crampi allo stomaco. Invece, come dicevi tu, quando tutto è partito, il banco può andare da solo, l’unica cosa su cui perdo tempo sono i riverberi, sulle stupidaggini, praticamente; neanche gli sto più dietro, infatti potrei andar via, cominciato il concerto potrebbe andare da solo il banco.

F.N.: Stai solo a presidiare, diciamo.

R.R.: Sì, se succede qualcosa. Se si spegne, che ne so..

F.N.: Adesso tu ti porti in giro un mixerino? Vai sempre in giro con lo stesso setup, se non ho capito male.

R.R.: Sì, esatto, io ho questo accordo con la.. Posso dire la ditta? Faccio pubblicità.

F.N.: Ma certo.

R.R.: Ho questo rapporto con la Grisby che mi porta alle fiere e io glielo porto dal vivo questo mixer: cerco di tirargli il collo il più possibile per vedere anche eventuali problematiche che può avere e mandare correzioni alla casa madre, anche suggerimenti che possono migliorare il prodotto. Una specie di endorse, gratis. Digitale, perché analogico ormai..

Io preferisco lavorare sempre con l’analogico assolutamente, perché secondo me non c’è digitale che suona come un analogico, a tutt’oggi: si avvicina ma un digitale non suonerà mai come un analogico.

F.N.: Interessante sentire questo da te, perché se lo dici tu vuol dire che un fondo di verità ci sarà!

R.R.: Ma, sì, guarda, io lo dico: lavoro con il digitale perché ormai se non lavori con il digitale sei uno sfigato, sei tagliato fuori praticamente da tutti i canoni. All’estero, ad esempio in America, si continua a lavorare tranquillamente con l’analogico, invece qui in Italia è uscita fuori questa moda del digitale, e anche in Europa. È anche vero che è un fatto di praticità perché comunque un banco analogico buono meno di 200 kg non pesa, poi mettici dentro tutti gli outboards, tutte le dinamiche e tutto quanto, comincia ad essere anche ingombrante.

Per un fatto più che altro degli ingombri, però ripeto: secondo me non c’è paragone, a tutt’oggi non c’è paragone. I mixer digitali forse riescono un po’ ad avvicinarsi perché usano gli stessi faders che c’erano prima sugli analogici, però ho fatto un lavoro con un  XR3, che è un banco analogico, e lì veramente ho goduto, ho sentito davvero la differenza, facendo poi le comparazioni con un mixer digitale e ho visto che proprio non ce n’è.

 

Roberto Rossini: mixer analogico

 

F.N.: Hai fatto proprio la comparazione mixer digitale contro mixer analogico? Ce li avevi tutti e due?

R.R.: Sì, sì, li avevo tutti e due e ho fatto la prova e ho visto che ancora, a tutt’oggi, secondo me non c’è mixer digitale che tenga,  non c’è ancora comparazione con l’analogico. Non c’è niente da fare; ma non solo il suono a livello di dinamica, ma proprio il colore è completamente diverso. Poi comunque ogni banco ha un suo colore, per cui con l’analogico una volta sceglievi un banco invece di un altro perché comunque aveva il suo pregio e il suo colore particolare, capito?

Yamaha aveva un colore,  DiGiCo ne aveva un altro, Cadac, Soundcraft un altro, per cui ognuno aveva la sua caratteristica; adesso i banchi digitali sono tutti uguali. Parliamoci chiaro, non c’è questa differenza, capisci?

F.N.: Capisco, sì. Wow, che bello! Io molto spesso mi sento dire che invece il digitale oramai ha surclassato l’analogico, e invece tu non sei di questa opinione, per cui è bello sentirlo.

R.R.: Assolutamente no, ti hanno detto una fregnaccia, secondo me. È chiaro poi che ci sono varie scuole di pensiero: io – anziano – ti dico così, uno giovane ti dirà sicuramente che non c’è paragone con il digitale, è normale, ha cominciato con il digitale e non ha cominciato con l’analogico, non sente e non si rende conto della differenza, capito?

È come una volta aver lavorato in Studio con i nastri e lavorare adesso con i software, non c’è paragone, il suono del nastro non ha niente a che vedere con il suono del digitale, assolutamente (sto parlando di numeri e di cose fisiche, cose che si toccano); non possiamo ancora confrontare le due cose, secondo me, però sicuramente ci si arriverà, la tecnologia ci arriva.

F.N.: Ok. Volevo chiederti se secondo te c’è ancora spazio per i giovani fonici nel live, se si riesce ancora a lavorare.

R.R.: Mah, guarda, la crisi in Italia c’è come per tutto, anche per il discorso del live. Diciamo che adesso fanno molta più fatica rispetto a noi ad entrare: devi essere molto preparato e soprattutto devi avere qualche Santo in Paradiso. Specialmente in Italia!

Quello che dico io sempre a chi ha 25 anni o 30 anni e vuole fare questo lavoro è di scappare dall’Italia immediatamente ed andare anche solo in Inghilterra e comunque fare nuove esperienze, perché qua in Italia il mercato del live è completamente fermo, adesso come adesso. Infatti avevo deciso di non fare più tournée quest’anno; poi, così, giusto per muovermi ancora, ho ricominciato a fare tournée, ma vedo che si fa fatica comunque in questo lavoro.

F.N.: La band di Danilo Sacco comunque sta lavorando, hanno fatto sentire un bel concerto.

R.R.: Sì, dai, alla fine non ci sono i numeri che c’erano negli anni ’90, però già se si riescono a fare una trentina di date per l’estate secondo me è grasso che cola. Purtroppo, lo dico, in Italia il mercato del live è completamente fermo, anche perché i Comuni non fanno più niente, sono bloccati per i vari patti di stabilità e cose varie, e la gente ha anche meno soldi da spendere soprattutto per i concerti.

Ecco, si fanno le feste di piazza, che si facevano una volta, solo che una volta ne facevi 200 e adesso ne fai 20, capito? È questa la differenza. E soprattutto al Sud poi si lavora.

F.N.: Più che al Nord.

R.R.: Al Nord pochissimo si lavora. Diciamo che Danilo è uno più da Nord che da Sud. È un po’ tutto fermo, speriamo che riparta qualcosa, sennò così è veramente dura.

F.N.: Già, speriamo proprio.

R.R.: Sì, esatto.

F.N.: Senti, per seguirti nei tuoi corsi come facciamo? Dove li tieni questi corsi? Quando si svolgono?

R.R.: D’estate sono abbastanza fermo con i corsi. Ne faccio molti di più in inverno perché d’estate la gente lavora, chi più e chi meno, e comunque io ho la mia pagina Facebook e generalmente posto tutta la mia roba lì, perché ho visto che è il veicolo dove mi arrivano meglio le notizie anche di quello che posto.

Credo che da ottobre ricomincerò a fare qualche corso in giro: adesso ne ho fatto uno per il Comune di Pesaro, e penso che ad ottobre ne farò anche altri in giro per l’Italia.

 

Intervista di Scuolasuono.it con Roberto Rossini

 

F.N.: Bene, quindi rimaniamo in contatto con te su Facebook.

R.R.: Sì, sì. Uno se vuole basta guardare: io ho la bacheca completamente aperta, tanto non ho niente da nascondere, uno va lì e vede quando posto qualcosa . Poi mi chiedete, io non ho problemi, do l’amicizia a tutti, non mi faccio tanti problemi.

F.N.: Senti, prima di chiudere io vorrei stuzzicarti su un argomento, non so quanto tu ne voglia parlare.. Tu sei un tipo tosto con le band e con gli artisti, cioè devono fare quello che dici tu.

R.R.: Sì.

F.N.: Mi hai raccontato un aneddoto che però non so se possiamo raccontare anche qua, quindi io ti chiederei: hai voglia di raccontare un aneddoto riguardo a come metti in riga le band e gli artisti?

R.R.: Sì, ho capito a chi ti riferisci!

F.N.: Se vuoi racconti quello, sennò ci racconti qualcos’altro, ma è bello come metodo di approccio.

R.R.: Tu parli dell’omino di quel famoso tour che ti dicevo.

F.N.: Io mi riferivo a quello, ma magari ne hai anche altri.

R.R.: No, va bé, non facciamo nomi..

F.N.: Senza fare nomi, ok.

R.R.: Anche perché altrimenti mi arriva qualche denuncia, capito? È meglio evitare. Praticamente in un tour nel 2004, mi pare, con un cantante molto famoso.

F.N.: Molto noto in Italia.

R.R.: Molto molto noto, in Italia, esatto. Facevo l’assistenza al fonico di sala, perché lui si era portato il suo fonico di sala e aveva cominciato e fatto l’allestimento, prove e tutto quanto insieme a lui. Alla terza o alla quarta data il fonico di sala è stato cacciato violentemente, perché fuori era veramente il delirio totale, visto che era una band molto rock e facendo i palazzetti ci voleva un certo tipo di suono fuori.

E questo artista poi mi contattò chiedendomi se volevo fare io il fonico, se volevo proseguire io la tournée, io ho risposto: “Va bene, non ci sono problemi, però con una piccola postilla: si fa come dico io, cioè voglio carta bianca”, perché avevo visto varie cose che a me non andavano bene. Lui ha detto: “Sì, va bene, non ci sono problemi”. Allora la data successiva abbiamo fatto l’allestimento un po’ prima, gli ho fatto rifare il sound check a tutti, il suo amplificatore l’ho messo nei bagni, perché mi dava fastidio in sala.

F.N.: Mi stavi dicendo dell’amplificatore nel bagno?!

R.R.: Sì, l’amplificatore nel bagno, e già lì qualcuno ha storto il naso, anche perché il tizio non sapeva neanche suonare, poi tra le altre cose. Il famoso artista, cioè più che altro zappava la chitarra dicendo che suonava, insomma, e alla fine del sound check – vengo al sodo: è venuto da me e mi ha detto: “Ah, sì, sì, tutto bene, ma secondo te com’è la mia voce?” e io gli ho detto: “Vuoi la verità o vuoi che faccio il diplomatico come sono tutti gli altri?”, e lui ha risposto: “No, no, voglio la verità”.

Allora io gli ho detto: “Secondo me canti di merda”, proprio così diretto, senza problemi; lui mi ha guardato con una faccia e poi è andato via. È tornato dopo dieci minuti e mi ha chiesto: “In che senso, scusa?”, lì ha capito che non stavo scherzando e gli ho spiegato un po’ la vita, il fatto che lui urlava, il fatto che comunque sia doveva cantare live come se cantasse in Studio, non doveva essere differente. E questo è uno dei miei aneddoti su come io non ho fatto carriera, più che altro, capito? Come la mia carriera si sia interrotta, insomma. Perché in Italia devi essere un po’ servile, devi essere una persona molto accomodante e io non lo sono, ho questo brutto carattere.

F.N.: Rimani fedele a te stesso però, non è una brutta cosa.

R.R.: Ma no, ti posso dire che io però la sera dormo bene, non ho problemi di comportamento nei confronti degli altri e vado avanti; a me o mi si ama o mi si odia, non c’è una via di mezzo, capito? Diciamo che ci sono tanti che mi amano e ci sono tanti che mi odiano.

F.N.: Io ti amo, comunque!

R.R.: Che dichiarazione!

F.N.: Sì, esplicita. Ok, dai, allora io a questo punto lancio la seconda parte della nostra chiacchierata, che è quella che abbiamo registrato durante il sound check al concerto di Danilo Sacco lo scorso giugno 2013 a Mirabella di Breganze e ovviamente non è che facciamo vedere il concerto, facciamo vedere come lavori tu, come hai lavorato tu, l’impostazione del palco, i fader che sono tutti allineati a zero decibel, queste cose, insomma, l’equalizzazione.

R.R.: Guarda che non sei il solo che si è sconvolto, sconvolgo praticamente ogni persona al corso, per queste cose.

F.N.: Ma sì, perché se uno dice: “Metto il fader a zero e mixo con i gain.” e poi non suona è un conto, ma siccome suona, allora la cosa mi torna strana. E suona alla grande, tra l’altro!

R.R.: Esatto. Io spesso dico: secondo me è culo, che mi viene fuori così è fortuna.

F.N.: Non lo so se è fortuna però va bene, dai, Roberto, un abbraccio e grazie a tutti per essere stati con noi.

R.R.: Anche a te.

F.N.: Saluto di nuovo Roberto Rossini, simpaticissimo, seguiamolo sulla sua pagina Facebook, andiamo ai suoi corsi, che tra l’altro di solito sono convenzionati – sono del Comune, della Regione, della Provincia, per cui sono accessibili.

R.R.: Sì, qualcuno sì, qualcuno anche privato: anche i service che vogliono organizzare i corsi, capita spesso che anche i service fanno i corsi per il proprio personale, per esempio. È una cosa per i giovani molto utile, serve abbastanza questa cosa, perché oltre al discorso dell’audio, faccio vedere anche l’impostazione del palco, il cablaggio dei cavi, il cablaggio del palco.

Diciamo che io sono molto sul pratico, poca chiacchiera e molto pratico, assolutamente. Le chiacchiere le lascio fare agli altri che sono molto più bravi di me a chiacchierare e a non studiare, io ho fatto il ragioniere per cui c’entro poco con queste cose.

F.N.: Sei un mito Roberto, sei proprio un mito.

R.R.: Grazie.

F.N.: Allora, ciao di nuovo a tutti da Francesco Nano e da Roberto Rossini, ciao.

R.R.: Ciao, grazie.

5 thoughts on “Roberto Rossini: in live bisogna infrangere le regole

  1. Grande..tante cose da sapere, sia per un fonico che per un musicista.
    Richiesta: chiedete nelle vostre interviste quali sono gli errori che non si devono mai fare sia nel live che in studio…

  2. Interessantissima l’intervista, complimenti… Personalmente condivido il suo sistema di lavoro…una volta, ad un festival in Svizzera, ho fatto il fonico per i “Sun Ra Arkestra” e avevo solo un mixer analogico della Tascam, senza effetti, compressori, gate, ecc…, ho semplicemente tolto le frequenze inutili per ogni strumento (dalla ritmica ai fiati, archi…23 elementi)…fonicamente é stato fantastico, che concerto…

    ma la domanda é: come fai con i monitor sul palco, se lavori solo con i gane?….non tocchi più il mixer dopo il sound-check?….wow….

    Grazie 1000 delle vostre info

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Content