Sound engineer allo specchio: intervista con Emiliano Maggiotto


 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, ciao a tutti da Francesco Nano, ben trovati su Scuolasuono.it con la rassegna   Scuolasuono  Productive, le nostre interviste dedicate al mondo della produzione professionale 3.0.

Oggi mi trovate in versione estiva, semplicemente perché sono uscito da casa dimenticandomi la mia divisa da intervistatore, per cui mi sono ritrovato in studio così. Finito questo preambolo sciocco e inconcludente, lascio la parola al nostro ospite, ve lo presento.

Emiliano Maggiotto: Beh, io vi dico buongiorno a tutti.

F.N.: Buongiorno, Emiliano Maggiotto.

E.M.: Che sono io, presente.

F.N.: Presente. Molto piacere. Allora, Emiliano, tu sei un sound engineer. Hai uno studio di registrazione, o forse due.

E.M.: Sì, esattamente.

 

Scuolasuono.it - Emiliano Maggiotto

 

F.N.: Bene, ne parleremo. Siamo venuti in contatto con te attraverso Ruggero Pol, che è un nostro carissimo e affezionatissimo amico che ci ha aiutato a fare diversi tutorial; siamo stati studenti assieme alla PM e so che ha collaborato anche con te. Mi piacerebbe avere qualche dettaglio in più su questo tipo di collaborazione.
Ad ogni modo, prima di partire con la nostra chiacchierata, vorrei chiederti di raccontarci di te: chi sei, come ti sei formato tecnicamente, quali sono state le esperienze più significative che hanno segnato la tua carriera professionale fino a questo momento? In che direzione stai lavorando attualmente? A te la parola.

E.M.: Mi sono avvicinato al mondo della musica come musicista, studiando percussioni e suonando in vari gruppi e varie formazioni, come fanno molti nella nostra professione.  Mi sono avvicinato al mondo del sound engineering anche grazie al mio diploma di tecnico elettronico. Poi, avendo la fortuna di abitare vicino ad uno studio abbastanza importante negli anni ottanta,  lo Studio Condulmer di Venezia..

F.N.: Noto studio, certo. Era quello di Sandro Franchin.

E.M.: Di Sandro Franchin e Enrico Monti, esatto. In realtà, lo studio non era di Sandro Franchini, che vi lavorava come fonico, bensì di Enrico Monti.

F.N.: Sì, io conosco Sandro e lo salutiamo, un grandissimo professionista.

E.M.: Abbiamo lavorato insieme anche qui in studio da me.

F.N.: Un personaggione. Però, ritorniamo a te.

E.M.: Certo. Tramite queste esperienze ho avuto  la fortuna di lavorare in vari studi a Lugano, e con diversi altri studi a Milano. Poi, anche grazie al fatto che facevo manutenzione dei banchi analogici e di diverse apparecchiature, univo l’utile al dilettevole, nel senso che mentre lavoravo facevo esperienza osservando i fonici con più esperienza di me, guardando come lavoravano, come svolgevano la professione, e così facendo ho imparato diverse nozioni. Io non ho studiato alla SAE ma sui libri, per conto mio, e ho cercato di imparare e di fare più esperienza possibile.

F.N.: Sei parzialmente autodidatta, insomma.

E.M.: Sì, sono parzialmente autodidatta, nel senso che non sono diplomato né alla SAE né in nessun altra scuola, anche perché ai miei tempi non c’erano.

F.N.: Però, tutto sommato, in questo momento ti trovi in uno studio, quindi stai lavorando, sei un professionista. Ormai sono quasi 18 anni che lavoro nel mio studio. Comunque è stata una scelta fatta senza abbandonare l’attività musicale; infatti fino a pochi anni fa ho sempre suonato, perché è sempre stata una cosa che mi piace fare..

F.N.: Che cosa suoni?

E.M.: In realtà suono quello che capita: bene non suono niente, però suono il basso, la chitarra, la batteria e canto..

F.N.: Quindi, suoni, canti, scrivi, registri:  fai tutto da solo.

E.M.: Cerco di arrangiarmi il più possibile, però la maggior parte delle volte devo chiedere aiuto.

F.N.: Ci mancherebbe altro. Io sto giungendo ad una grande consapevolezza che non avevo fino qualche tempo fa: sto capendo che la musica migliore viene fatta quando c’è interazione fra le persone, dove c’è interazione professionale, artistica, magari non con super professionisti, ma con quelli che hanno l’intuizione.. Comunque è nell’interscambio che si fa l’arte, secondo me.

E.M.: Sono pienamente d’accordo, sì sì.

F.N.: Tu sei anche un produttore o ti definisci unicamente sound engineer?

E.M.: No, ho provato la strada della produzione i primi anni, ma poi ho abbandonato perché secondo me ci vuole una figura che si occupi primariamente di quel settore. Ho tentato di farlo, è andata anche benino però poi non ho proseguito per quella strada, lascio che ognuno faccia il suo mestiere. Mi sento più sound engineer e faccio quello.

F.N.: Ho capito. Allora, in questo momento hai uno studio o due?

E.M.: Adesso ne ho due.

F.N.: Raccontaci del tuo studio principale, poi parliamo anche dell’altro progetto che mi hai fatto vedere poco fa.

E.M.: Allora, il mio studio principale è l’Acustic Studio, dove fino a poco tempo fa avevo tante attrezzature, che adesso abbiamo spostato nel nuovo studio di Treviso, Il Teatro delle Voci. Principalmente ho sempre lavorato con macchine analogiche, ho sempre registrato band e gruppi dal vivo e ho sempre cercato di tenermi aggiornato con la strumentazione, per quanto possibile.
Nel 2001 abbiamo avuto la fortuna di portare qui un SSL, un banco analogico: dopo un anno l’ho completamente risistemato, con la collaborazione del buon Giovanni Blasi. Perciò siamo partiti con questa enorme macchina e abbiamo cominciato a fare registrazione. È stata una bella esperienza ed è stato un passo avanti per capire parecchie cose, anche dal punto di vista professionale.

F.N.: Quindi, perdonami la battuta, oggi sono in vena di stupidaggini: tu hai vissuto l’epoca del passaggio dal digitale all’analogico, in pratica.

E.M.: Esattamente, perché sono passato dai NIV V3 ai nastri, all’ibrido, al sistema Protools, ad Indesign – allora spopolava quello. Poi ho provato i primi convertitori digitali con i banchi analogici e adesso in molti studi si trovano solo ed esclusivamente sistemi digitali.

F.N.: S sei passato anche attraverso il solo digitale, giusto?

E.M.: Sono passato anche attraverso il solo digitale. Attualmente, qui all’Acustic Studio, ho solo il digitale.

F.N.: Però dopo hai fatto di nuovo esperienza su un SSL: che cos’hai capito?

E.M.: Abbiamo portato l’SSL nel nuovo studio anche per esigenze di spazio; perciò lì continuiamo ancora a lavorare con l’analogico, chiaramente.

F.N.: Diamo qualche link tuo: il tuo sito principale è Acusticstudio e l’altro, quello che state avviando in questo momento, si chiama Teatro delle Voci; fatevi un giretto e rifatevi gli occhi su una sala di ripresa da..

E.M.: Enorme.

F.N.: .. Da far tremare e sbavare, proprio!

E.M.: Sì, è una struttura molto interessante, devo dire.

 

Sala al Teatro delle Voci

 

F.N.: Bellissima. Quindi avete portato l’SSL là. Che cosa ci puoi dire riguardo al passaggio dal digitale all’analogico? Che cos’hai capito in questo passaggio?

E.M.: Guarda, io ho capito una cosa sola – o meglio – tu mi vorrai chiedere probabilmente cosa preferisco o quale sia la cosa migliore.

F.N.: Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, specialmente facendo queste interviste, è che è sempre vero tutto e il contrario di tutto, quindi mi piace raccogliere opinioni. Nel tuo caso che cos’è successo, che cos’hai capito?

E.M.: Allora, la mia opinione è che ci vuole sempre un bravo gruppo, una brava band e dei bravi musicisti. Le attrezzature che usi dipendono da te, da come le sai usare, da come ti approcci alle attrezzature e da come intendi condurre il discorso della registrazione o del missaggio.

Per me non fa nessuna differenza utilizzare un’attrezzatura analogica o un’attrezzatura digitale: se voglio ottenere quel risultato, lo ottengo ugualmente, chiaramente nei limiti di quello che può offrire attualmente una consolle digitale o una consolle analogica. Ognuna ha i suoi pro e i suoi contro.

F.N.: Certo, però ci sono alcune cose che fai in digitale che non puoi fare in analogico, perché è difficile arrivarci con l’analogico.

E.M.: In analogico chiaramente no. Posso dire questo: avendo a disposizione entrambe le cose, si riescono a fare delle produzioni o comunque dei lavori molto più performanti, molto più versatili, perché usando solo l’analogico (o addirittura l’analogico coi nastri) o solo il digitale si hanno molte limitazioni e bisogna avere altre cose a disposizione, soprattutto dei bravi musicisti. Ad esempio, con il digitale si può peccare dal punto di vista della percezione, si perde quel pathos che invece c’è nelle registrazioni in analogico.

F.N.: Sentita così, io dico che il digitale perde.

E.M.: Il digitale perde da una parte e guadagna però da un’altra, nel senso che offre comodità, velocità, la possibilità di correggere e di fare tantissime cose che il passaggio all’analogico ti toglie.

F.N.: Sì, ma se questo va a discapito del pathos, però..

E.M.: Questo va un po’ a discapito del pathos per certi versi, ma, secondo la mia opinione, dipende molto dal musicista, dalla canzone. Sono abbastanza convinto di questo.

F.N.: Quindi la cosa più importante che hai imparato è che le buone produzioni si fanno a prescindere da analogico o digitale, giusto?

E.M.: Sì, per la mia esperienza sì, questo lo posso dire tranquillamente.

F.N.: Prima accennavi al fatto che, se si vuole raggiungere un certo obiettivo sonoro, lo si raggiunge sempre in digitale, per esempio inducendo il digitale ad emulare l’analogico, presumo.

E.M.: Sì, in realtà se voglio raggiungere un obiettivo e ho bene in mente cosa fare, lo faccio in tutti e due i casi. Poi la differenza, o meglio il suggerimento, viene dall’artista o dalla produzione, perché se loro mi impongono di raggiungere un certo obiettivo, sono io che devo indicare loro la strada da percorrere: per raggiungere questo tipo di obiettivo, questo tipo di sonorità, dobbiamo spostarci in quel determinato ambiente, che sia analogico o digitale.

F.N.: Capisco. Ma il vantaggio principale che, comunque, continua a sussistere nell’analogico, secondo te, qual è?

E.M.: Il vantaggio, soprattutto nelle produzioni di adesso (parliamo di questi ultimi anni di digitale) è la comodità di avere i recall, di avere le automazioni, di poter memorizzare qualsiasi cosa, di poter correggere qualsiasi cosa. Ha ben pochi limiti, sotto questo punto di vista.

F.N.: L’analogico invece cosa conserva? Qual è il vantaggio che conserva?

E.M.: L’analogico conserva le distorsioni armoniche naturali, conserva una sonorità chiaramente diversa, non dico meglio o peggio, dico diversa. Ci si arriva prima, sul suono, o meglio: se io cerco una determinata sonorità, con l’analogico – parlo personalmente, mi possono smentire – io ci arrivo prima.

F.N.: Quindi sei più rapido nel raggiungere un certo tipo di suono con l’analogico, giusto?

E.M.: Esattamente, un certo tipo di equalizzazione, di compressione, qualsiasi cosa si voglia, con l’analogico è più facile, nel senso che ci si arriva prima. Con il digitale, invece, si deve perdere più tempo. Questo è il mio modo di lavorare, il mio punto di vista, però parlando con altri colleghi ho riscontrato spesso questa cosa, abbastanza uniformemente.

F.N.: Guarda,  diverse volte sono incappato in realtà, in studi e in tecnici che hanno studi analogici e che se sentissero queste cose verrebbe loro la pelle d’oca.

E.M.: Addirittura? Può essere.

F.N.: Nel senso che l’analogico rimarrà sempre l’analogico, col digitale puoi fare certe cose, ma non si può emulare fino in fondo l’analogico. In realtà, spesso ho notato che alcuni affezionati all’analogico sono un po’ nostalgici e in fondo hanno speso tanti soldi, come biasimarli?

E.M.: Certamente, questo è chiaro, ci sono tante persone, come me , che hanno acquistato dei mixer importanti e sicuramente questi valgono molto, sono belli, non posso essere ipocrita e dire che l’analogico abbia una sostanza peggiore, probabilmente diversa, ma questo non significa nulla. In ogni caso, se io ho un buon prodotto e lo so far suonare bene, farò un buon lavoro sia usando il digitale sia usando l’analogico.

F.N.: Ora ti faccio una domanda un po’ spinosa, ma mi pare che tu sia una persona assolutamente equilibrata, perciò ti faccio questa domanda, poi tu mi rispondi come preferisci: secondo te, è possibile ottenere delle produzioni professionali facendo home recording? Ovviamente, sapendo utilizzare le macchine, avendo parecchie nozioni di acustica, e così via. Secondo te, è possibile riuscire a competere con una struttura come la tua anche da casa propria? Forse la domanda più corretta è: temi il confronto con le situazioni home recording?

 E.M.: No, no, il confronto non lo temo perché sono pienamente convinto che non sono le macchine che fanno la differenza, è ancora la persona.

F.N.: È ancora la persona.

E.M.: Sì, è ancora la persona che sta dietro le macchine.

 

Emiliano Maggiotto 2011

 

F.N.: Ecco, però tu, inserito in un contesto di home recording – io ti faccio tutti gli auguri di questo mondo, però se un domani tu non potessi più utilizzare le tue strutture e dovessi ripartire da zero, ti compreresti una RME, qualche microfono.. Pensi che saresti in grado di creare produzioni professionali all’altezza della situazione anche da casa o comunque in un ambiente diverso da uno studio?

E.M.: No, no, assolutamente no. Si è sempre vincolati ai limiti delle attrezzature: si possono creare provini buoni, pezzi o tracce indicative, che possono far capire un pezzo, però poi per realizzare il prodotto professionale servono tante cose. Alla tua domanda volevo solo fare un appunto: non basta dare a me quelle attrezzature, ci vuole soprattutto una sala di ripresa, ci vogliono i microfoni, ci vuole parecchia roba. Una catena professionale è imprescindibile.

F.N.: Ok.

E.M.: Non posso ottenere quel tipo di prodotto se uso..

F.N.: Ok, sì, su questo siamo d’accordo tutti, però c’è stato un fonico abbastanza famoso, è uno che lavora col Mac e si chiama Carlo Albert Sferco, non so se lo conosci..

E.M.: No.

F.N.: Con lui si parlava proprio di una produzione che ha fatto e  lui ha un’opinione differente. Ha registrato delle batterie in maniera molto professionale in un granaio. Si è ingegnato, essendo una persona che ha cognizione di causa, l’acustica la conosce, i microfoni pure,  e si è portato in una situazione che magari non era nata come studio di registrazione, però in un granaio ha tirato fuori delle batterie ufologiche.

Questo è anche home recording, no? È chiaro che se io lavoro da casa mia, dalla mia stanzetta, posso registrare il basso e la chitarra di linea, al massimo una voce col filtro davanti, poi basta. Ecco, quel tipo di home recording, invece, diventa competitivo, forse.

E.M.: Sì, diventa molto competitivo, ma stiamo parlando di una produzione creativa. È una cosa che io distinguo dalle produzioni professionali che chiedono le major o le case discografiche, le quali molto difficilmente richiedono una batteria in un granaio.

Poi evviva il granaio, anche io ho fatto esperimenti nei garage, addirittura su delle rampe per ottenere riverberi e altre cose particolari. Tuttavia, questa cosa è ben vista da me ma è mal vista da chi, chiaramente, vuole produrre altri tipi di cose e mette a disposizioni certi budget. Poi, ripeto, sono d’accordissimo con il tuo collega..

F.N.: Con il nostro collega.

E.M.: Sì, esatto, ma ho detto tuo collega perché mi dicevi che lavorava con te e sicuramente avrà fatto un’ottima produzione. Io ho sentito produzioni dance ed elettroniche, fatte con un pc e magari con un Cubase, neanche tanto in linea,  e sono risultate mondiali, favolose; la stessa prima produzione di Tiziano Ferro, che abbiamo fatto con Canova,nel vecchio studio è stata fatta con un Cubase.

F.N.: Sì, l’aveva sentita questa leggenda, però non sapevo che c’entrassi tu con il lavoro.

E.M.: Sì, te lo posso confermare.

F.N.: Ribaltando la frittata – a me piace sempre guardare le cose da diverse angolature – secondo me le cose che si possono fare in uno studio di registrazione comunque non si possono fare altrove, per tanti motivi.

Ad esempio: il fatto che in studio l’acustica sia tarata, anche nell’ascolto. Magari uno è molto bravo e riesce a prendere le giuste distanze e si arrangia anche a casa o in altre situazioni, però se l’acustica è tarata diventa tutto più facile, perché si ha un centro di fuoco,uno spot-point un po’ più ampio e si riesce a lavorare in scioltezza.

Ma, al di là di questo, è proprio l’ambiente, il fatto di trovarsi all’interno di uno studio di registrazione: si sente il profumo dello studio, si lavora con altri professionisti in un’unica struttura. Quindi ci poniamo tutti, emozionalmente, in maniera diversa rispetto a un granaio, in una sala prove o in un garage, no?

E.M.: Chiaramente sì.

F.N.: Credo che anche questo abbia il suo impatto. Giusto per dare un’altra versione.

 

Emiliano Maggiotto

 

E.M.: Sono pienamente d’accordo.  Non solo per le comodità ma anche per delle problematiche tecniche che si possono venire a creare durante le session o durante le registrazioni: se ci si trova in granaio e qualcosa non funziona, si rompe un cavo, che si fa? Se non si ha un piccolo laboratorio dove si può sistemare qualcosa, collegarsi.. Insomma, chiaramente bisogna essere ben organizzati. Quello sì.

F.N.: Tu conoscevi un fonico che si chiamava Taglioni?

E.M.: Taglioni? Io conosco Marco Tagliola.

F.N.: No, Taglioni era un docente della PM che ho avuto l’onore di intervistare, come Alberto Sferco, proprio qualche anno fa, e che è mancato nel 2010, con mio grandissimo dispiacere, era un personaggione, veramente un personaggio ufologico. Docente alla PM, insegnava, se non ricordo male, Tecnologia e Sintesi Sonora, e materie simili.

Un esperto, espertissimo di analogico, aveva bellissime macchine. Avevamo fatto una bellissima chiacchierata e mi aveva raccontato di un disco (del quale non ha voluto specificare il nome) su cui gli era capitato di lavorare che, nonostante fosse stato mandato in uno studio blasonatissimo per il mastering (anche dello studio non ha voluto fare il nome), tornò indietro in un modo che non soddisfaceva né l’artista né lui stesso.

Allora Taglioni propose un determinato suono, aprì il master su una cosa tipo fruit-loop, un software minore, e utilizzando l’equalizzatore e il compressore di quel software creò il tipo di suono che voleva e che avrebbe voluto poi replicare in bella copia. Quel suono piacque talmente tanto all’artista che rimase il master definitivo.

E.M.: Sì, sì. Sono d’accordo, di aneddoti così ne conosco anch’io tantissimi: abbiamo fatto una cosa simile, parecchi anni fa, con Nicolò Fragile che è un mio carissimo amico produttore  e posso confermarti che qualche volta è successa questa cosa, perciò, sì, sono pienamente d’accordo.

F.N.: Un’altra volta mi è capitato di rompere un 1176 in fase di mix, ed è stato..

E.M.: E quelli son dolori.

F.N.: È stato sostituito degnamente con Bon Factory..

E.M.: Purtroppo, quello è. Pensa se non ci fosse stato il digitale!

F.N.: Pensa, sarebbe stato un dramma proprio.

E.M.: Tornavi diretto dallo studio e dovevi fermare le tracce e dire: “Signori, ci vediamo tra quattro giorni, quando è pronto“.

F.N.: Ok, allora, Emiliano, io vorrei chiederti se ti va di parlare della questione Macintosh, è una cosa che vuoi e puoi fare?

E.M.: È un argomento molto delicato. Ora, io non so se si può parlare.

F.N.: Ne possiamo parlare in termini generali, di quella che è l’esperienza comune.

E.M.: Sì, diciamo che è una cosa che purtroppo esiste. Purtroppo o per fortuna esiste, e permette a tanti studio come a tanti  home recording di approcciarsi a dei sistemi professionali, anche per scegliere e per capire le differenze, senza dover spendere chissà quali cifre.

F.N.: Ok, riassumo io, poi di questo parliamo nella seconda parte della nostra conversazione. Macintosh è un pc assemblato a dovere, che supporta il sistema operativo SX, quindi è possibile installare su una macchina pc un sistema operativo SX. Ci darai qualche dettaglio nella seconda parte.

A questo punto ti salutiamo, salutiamo i nostri utenti che rimangono al di fuori del nostro Corso. Per tutti gli allievi di Recording Turbo System, continuiamo con questa chiacchierata. Se non sei ancora iscritto puoi farlo in questo momento, puoi accedere a questa intervista e anche a tutte le altre del ciclo Scuolasuono Productive, quindi il mio invito è di iscriverti in questo momento. Ciao Emiliano, ricordiamo i tuoi siti, sono acusticstudio.com e teatrodellevoci.com. Guardateli tutti e due, sono molto belli.

E.M.: Grazie mille e ciao a tutti!

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