Vivere di musica: i segreti di Roberto Sterpetti


 

Francesco Nano: Ciao a tutti, benvenuti su Scuolasuono.it, io sono Francesco Nano, questo è il ciclo Scuolasuono  Productive e con noi abbiamo in linea Roberto Sterpetti. Ciao Roberto.

Roberto Sterpetti: Ciao Francesco, ciao carissimo, buongiorno.

F.N.: Buongiorno a te. Grazie di essere con noi, sarà un piacere chiacchierare con te. Come introdurti? Tu sei un produttore artistico, sei un cantante, sei un vocal coach, hai un’accademia di musica..

R.S.: Di teatro.

F.N.: Di teatro, l’Accademia Scarlatti.

R.S.: Esatto, musica e teatro.

F.N.: Ok, mi mancava la parte del teatro, evidentemente non mi ero informato a sufficienza. Sei un corista che sta lavorando e ha lavorato tantissimo. A quanto mi risulta sei ex-corista di Renato Zero..

R.S.: Eh sì.

F.N.: Hai collaborato molto spesso con Sanremo, hai alle spalle collaborazioni sterminate, quindi sarebbe bello sentire da te come è stata la tua carriera fino ad oggi, come sei nato come cantante, artista,  arrangiatore e produttore. Quali sono stati i punti salienti della tua carriera? Magari puoi raccontarcelo scegliendo le cose più rapide da raccontare altrimenti con una carriera come la tua rischiamo di stare qua tutta la mattina a parlare solo di questo. Raccontaci  chi sei, insomma.

R.S.: Guarda, io molto spesso nelle mie lezioni di canto o di produzione o anche quando seguo i ragazzi a livello di produzione artistica, cerco di dare dei riferimenti circa il percorso di vita, anche riferimenti artistici. Molto spesso mi capita di raccontare, come dici tu, la mia storia.

 

Scuolasuono.it - Roberto Sterpetti

 

Io vengo da una famiglia di non musicisti di professione, solo mio padre era musicista ma soltanto a livello di hobby, nella vita ha fatto tutt’altro. Mia madre era casalinga, mia sorella dottoressa, quindi una famiglia completamente al di fuori dei percorsi artistici. Io sono stato quello che ha spiazzato un po’ tutti, perché in tutta la mia famiglia estesa, considerando cugini, zii, ecc., non c’è nessuno che ha lavorato nella musica. Praticamente sono una pecora nera.

Perché molte volte spiego ai ragazzi questa cosa? Perché è il meccanismo della perseveranza: se a te piace una cosa, se a te piacerebbe seguire un percorso di vita all’interno della musica, un percorso artistico, ti posso spiegare cosa ho fatto io anche per capire quali sono i riferimenti di oggi, perché sembra molto facile avvicinarsi ad un certo tipo di professione oggi e invece..

F.N.: Sì, apparentemente sì.

R.S.: Apparentemente, invece poi quando si comincia, e molte volte anche quando si frequenta una scuola, un’accademia, le domande frequenti sono ad esempio: “Ma quanto tempo ci vuole per diventare come te?” oppure: “Quanto tempo si impiega a diventare un cantante? O un chitarrista?”. Bella domanda. Non abbiamo la palla di vetro e non si può dire: “Guarda, ci metterai cinque anni, dieci anni, quindici..”perché non lo so. Innanzitutto dipende da te: se hai già un po’ di musicalità, di senso artistico, allora il tuo percorso sarà  più semplice, ma se sei di coccio chiaramente ci vorrà una vita e non basterà.

Il famoso discorso secondo cui tutti possono cantare, tutti possono fare musica o tutti possono fare arte non è vero. Questa è una cosa che io dico sempre, in maniera contro corrente e anche contro-producente, avendo un’attività di questo tipo va contro i miei interessi, perché ad alcuni che mi chiedono se possono fare le lezioni, se possono studiare musica, rispondo: “Lascia perdere. Tu che fai nella vita? L’avvocato? Allora continua a fare l’avvocato, che è meglio”.

Per me questa cosa della musicalità è fondamentale, me la sono portata dietro sempre: quando ero piccolino, pur non avendo mai fatto musica facevo musica, tra me e me nei viaggi in macchina con mio padre inventavo, creavo. C’è sempre stata in me questa vena artistica e poi l’ho portata avanti quando ho avuto la possibilità di farlo, cioè quando ho potuto lavorare, quando mi sono potuto permettere di studiare, e allora l’ho fatto in maniera professionale.

F.N.: Quindi hai iniziato a studiare non da bambino.

R.S.: Assolutamente no. Io ho studiato sempre, perché sono stato fortunato a conoscere persone che erano dei musicisti, anche bravi, e quindi ho sempre avuto la passione della musica. Ho sempre avuto degli strumenti: a 9 anni ho preso la chitarra, a 12 l’organo elettronico. Ho sempre canticchiato e cantavo spesso con lo stereo di mia sorella (perché mia sorella era più grande), ascoltavo fortunatamente tutta bella musica, perché negli anni Settanta c’erano musiche bellissime.

Quindi la cultura musicale ce l’avevo. Ascoltavo, cantavo e suonavo a livello amatoriale e alcuni ragazzi hanno iniziato a seguirmi, sempre a livello amatoriale: venivano da me e mi chiedevano come si facesse l’accordo di do oppure le ritmiche e io glielo spiegavo; tutto molto casalingo, ecco. Però questa esperienza mi ha aiutato, quando avevo intorno ai 20 anni, a mettere in piedi un gruppetto musicale con cui andare a suonare in giro.

Quindi a livello didattico io avevo già seguito un mio percorso personale: sapevo cantare, praticamente avevo già cantato tutto; l’ascolto e soprattutto l’imitazione mi hanno portato a superare ogni difficoltà nella prima fase.
L’imitazione per me è stata la cosa fondamentale e ritengo che essa sia uno degli elementi cardine su cui fondare i propri studi: la fase di partenza è l’imitazione. Dopodiché bisogna staccarsene, creare un proprio personaggio.

F.N.: Tradotto: fare cover serve, all’inizio.

R.S.: Assolutamente, però non bisogna rimanere intrappolati nel tunnel delle cover. Quando io sentivo che arrivavo a cantare i brani di un artista come lui, identico, cambiavo artista. In questo modo ho imparato tutte le tecniche, tutte le sfumature del cantante, che non è poco. Chiaramente secondo il proprio orecchio, che è quello di un autodidatta, perché poi quando si comincia a studiare si capisce che il livello è ancora più alto e che di gradini ce ne sono ancora da fare.

Detto questo, una volta che ho potuto iniziare a lavorare, mi sono potuto permettere di studiare perché a casa mia non c’erano le possibilità per andare in accademia e studiare per anni e anni. Ho avuto la possibilità di studiare con maestri qualificati e di fare alcune conoscenze che mi hanno fatto inserire nel Coro del Festival nel ’93. Questa è stata la prima fase veramente professionale, per me l’inizio è stato nel 1993, il mio inizio professionale. Quindi sono vent’anni.

Sanremo è stata un’esperienza indimenticabile, perché dal niente, dal suonare nei localini prendendo zero lire, mi sono ritrovato un bel giorno a guadagnare bei soldini e a cantare al Festival di Sanremo, che nel ’93 era condotto da Pippo Baudo. Quell’anno partecipò Renato Zero, uscì Laura Pausini, c’era Nek: tutti personaggi di grande successo ancora oggi.

 

Roberto Sterpetti con Giovanna Puglisi e Giovanni Boscariol 2

 

È una cosa che mi rimarrà sempre nel cuore, è stato un evento stupendo. Erano ancora quei Sanremo in cui tu camminavi per le strade del Festival e venivi fermato per gli autografi. Non io,  non ero nessuno, però la gente diceva: “Quello è il corista del Festival” e ti fermava per fare le fotografie. Oggi, invece, sì e no ci sono venti persone davanti all’Ariston, purtroppo.

Dopodiché, lo studio è stato il punto di svolta per me, mi ha cambiato completamente la vita. Anche nel momento in cui ho potuto permettermi di studiare, io ho sempre lavorato, facevo l’analista programmatore per una società di informatica.
Lo studio mi ha aperto tutte le porte. Ho conosciuto diverse persone, scrivevo canzoni, cercavo di fare carriera artistica da solista presentandomi a vari produttori e poi un bel giorno i miei provini sono arrivati da Toto Torquati, non so se lo conosci.

F.N.: Ti direi una bugia se ti dicessi di sì.

R.S.: Ti spiego un attimo chi è Toto: Toto è stato uno dei più grandi arrangiatori italiani, compositore ma più che altro arrangiatore e dava la possibilità agli artisti con cui lavorava di rendere i loro album originali come nessun altro poteva fare.

Ti cito soltanto un titolo, un album che è diventato storia: l’album di Claudio Baglioni Solo, che ha arrangiato interamente Toto. È lui che ha messo il pianoforte in Questo Piccolo Grande Amore. Quindi stiamo parlando di un grandissimo personaggio. Ha arrangiato Patty Pravo, Riccardo Cocciante, tutti i grandi di quell’epoca, gli anni ’70-’80. Egli era il punto cardine dell’arrangiamento in Italia e anche all’estero era conosciutissimo. Grandissimo e, tra l’altro, non vedente.

Ho lavorato tre anni con lui, in studio,  a preparare i progetti e ho imparato veramente moltissimo. Ti racconto un aneddoto: eravamo in sala, una sala molto grande a Ciampino, quando ad un certo punto Toto mi disse: “Roberto, vieni di là che accordiamo il pianoforte”. Ha un pianoforte a coda, uno Steinway. Allora gli chiesi: “Scusa, Toto, ma come lo accordiamo il pianoforte?” e lui mi rispose: “Lo accordo io”. Io ero incredulo, ma lui mi disse: “Non ti preoccupare, basta che tu mi tenga ferme le corde”. Insomma, Toto si accordò tutto il pianoforte da solo, che è una cosa pazzesca, una cosa che mi ha lasciato senza parole. a parte che è un uomo di una simpatia allucinante! Ad ogni modo è stato un elemento importantissimo per me, soprattutto il giorno in cui mi disse: “Roberto, tu sei un cantante bravissimo”. Questa è una cosa che io racconto spesso ai miei ragazzi.

F.N.: Era questo l’aneddoto che volevi raccontarci?

R.S.: Sì, esatto. Mi ha detto: “Roberto, tu sei un cantante sul quale io credo tantissimo, addirittura più di Claudio Baglioni”. Quando mi disse questa cosa, io pensai che per me era fatta, che tutte le porte mi si sarebbero aperte e che finalmente avrei fatto la mia vita da artista.

Però poi mi disse anche un’altra cosa: “Tu sei bravissimo, però hai anche tante altre qualità”. E questo è stata la svolta per tutto il resto,  per tutte le cose che faccio ora. Mi disse: “Tu sai arrangiare, sai mixare, sei molto bravo ad insegnare. Sviluppa queste tue caratteristiche, non le tralasciare, non lasciarle così. Ma, visto che sei qui, sfrutta il fatto che sei qui per immagazzinare e imparare il più possibile, perché è una cosa che ti tornerà molto utile nella vita”.

Sono stato una settimana in crisi mistica, perché lui prima mi aveva detto che ero più bravo di Baglioni ma poi mi aveva incoraggiato a fare altro: che vuol dire? Dopo qualche tempo ho capito il suo messaggio e oggi lo ringrazio pubblicamente: grazie Toto per questa cosa. Io poi sono una persona caparbia: se uno mi dice una cosa, prima ci rifletto ma poi faccio di testa mia.

Voglio migliorare, sempre, ancora oggi c’è sempre da migliorare. Questa cosa mi ha permesso di diventare quello che sono. Il consiglio di curare gli arrangiamenti e le produzioni è un messaggio che, detto da personaggi di un certo tipo, fa riflettere.
Invece, oggi come oggi purtroppo è molto difficile trovare ragazzi che siano aperti a capire, lo dico spesso anche nelle mie lezioni: “Ragazzi, ascoltate bene quello che vi dico, perché quando vi dico una cosa non la dico tanto per dire. Memorizzate bene tutte le parole che vi dico, perché ogni parola ha un senso e un peso: io posso passare dieci ore a spiegare i 50 minuti di lezione che abbiamo fatto e ogni parola ha un motivo.”

Questo lo dico proprio per gli insegnamenti che ho avuto, i passaggi artistici che ho avuto anche con altri, come ad esempio Claudio Zitti, come ti avevo anticipato.

F.N.: Sì, abbiamo proprio fatto un’intervista con lui.

R.S.:  Claudio è stato un altro personaggio importante, abbiamo lavorato insieme e ci siamo divertiti tantissimo. Poi le nostre strade si sono divise, ognuno ha proseguito per la propria strada ma siamo rimasti amici, ci teniamo in contatto. Ognuno cerca di sviluppare un proprio mondo, di trovare la propria strada.

La mia idea era sempre stata quella di creare un punto dove i ragazzi potessero studiare, ma non secondo una visione classica dello studio: qui, dove siamo noi oggi, la nostra filosofia è sì studiare, ma avere anche una visione globale della musica o del senso artistico. In altri termini, un ragazzo che viene qui sa di non essere un numero, perché è costantemente sotto gli occhi sia del maestro che della direzione, che sono pronti ad aiutarlo.

Abbiamo portato ad alti livelli molti ragazzi: alcuni miei allievi dell’Accademia hanno lavorato per Patrizio Carà, che è il responsabile delle partiture per orchestra di tutte le trasmissioni, da vent’anni a questa parte. Un bel giorno Patrizio mi chiama e mi chiede: “Roberto, ma c’è qualche ragazzo bravo, che sappia leggere la musica?” Io ho risposto: “Come no? Certo, ce l’ho, ce l’ho”.

Quindi alcuni dei miei ragazzi, allievi dell’Accademia, oggi lavorano in ambiente professionale a contatto con i loro miti, chi con Bussoni, chi con Luca Colombo. Quindi abbiamo dato loro la possibilità di inserirsi nell’ambiente professionale e questa è una cosa di grande vanto, di cui sono molto contento. L’Accademia offre una possibilità di inserimento nel campo professionale ai ragazzi che se lo meritano, chiaramente per questo facciamo dei test, offriamo borse di studio.

I ragazzi da noi sono molto seguiti e tutta la catena degli insegnanti, che è il frutto di scelte veramente accurate, è fatta apposta per poter seguire il ragazzo a 360 gradi. Se vuole fare jazz può far jazz, se vuole fare pop fa pop, se vuole fare musica elettronica fa musica elettronica, tutto con lo stesso maestro.

Inoltre, stiamo parlando di maestri tutti diplomati al Conservatorio, pluri-diplomati in arrangiamento e composizione. Non abbiamo una caterva di insegnanti, non servono. Per noi è importante che i maestri abbiano una formazione e una visione abbastanza ampia della musica, come in fondo è stata la mia stessa formazione: solo in questo modo il maestro riesce a dare al ragazzo tutti gli stimoli necessari. Infatti, se la competenza del maestro è limitata ad un solo stile musicale, può seguire solo ragazzi che fanno quello stile, ma se un giorno il ragazzo dice: “Ma sai che ho scoperto che mi piace il rock?” tu non puoi far altro che rispondergli: “No, guardi, vada da un altro insegnante”.

Io non la vedo così, per me la musica deve essere globale, uno deve avere una conoscenza abbastanza ampia della musica, poi chiaramente ci si specializza, perché se si deve prendere il diploma in chitarra classica, chiaramente si studierà quello strumento e quel genere musicale. Però come approccio, soprattutto all’inizio, la visione globale è importante e l’insegnante deve essere molto poliedrico. Qui noi condividiamo questa visione e io sono molto contento, perché abbiamo insegnanti che fanno discografia, fanno live, e questa è una cosa molto importante, perché sono al corrente di quanto accade là fuori.

F.N.: Gente che lavora, insomma, non che parla e basta.

R.S.: Esatto, assolutamente. Infatti, se si assentano è perché vanno ai concerti del Papa, vanno in televisione, vanno a fare concerti in giro per l’Europa. Chiaramente noi diamo continuità alle lezioni, perché per me era molto importante realizzare una struttura del genere.

F.N.: E ce l’hai fatta, a quanto pare.

R.S.: Sì, a quanto pare ce l’ho fatta, seppur con tante difficoltà, perché in Italia non è semplice tirare su strutture del genere, non siamo mai stati aiutati, abbiamo fatto tutto da soli. Quindi il merito è tutto nostro e io mi sento ancora più orgoglioso di aver fatto una cosa tutta con le mie forze, insieme ad Andrea Flamini che è il mio socio.
Abbiamo veramente creato una grande squadra: alcuni ragazzi, alcune persone che tu hai già ascoltato e intervistato fanno parte della nostra équipe e sono eccezionali, bravissimi musicisti.

 

Roberto Sterpetti

 

F.N.: Ne ho intervistati diversi. La vita mi ha portato a prendere un filone su Roma, per cui son passato da Antonio Aronne a Enrico Erk Scutti e a vari altri personaggi, ora faccio fatica a collegarli tutti, però avete sicuramente una bella realtà da quelle parti.

R.S.: Assolutamente, abbiamo creato un bel team, ci divertiamo molto, poi lavoriamo molto anche via web, perché chiaramente molti non vivono a Roma. Però ci siamo organizzati, ci mandiamo i brani, se ci sono brani da realizzare in studio mando a tutti i pezzi o i riferimenti, facciamo gli arrangiamenti, portiamo avanti tante produzioni.

Adesso sto facendo il mixaggio di un brano di Benedetta Giovagnini, che è la sorella di Valentina, la compianta Valentina Giovagnini. La sto portando avanti, ho fatto una produzione.

Abbiamo tanti altri artisti: Luca Chikovani, Grace L, poi gruppi come i Figure of Six, stiamo collaborando in varie situazioni. È uscito il nuovo album di Tiziano Orecchio, con collaborazioni di Vincenzo Incenzo, che penso che tu conosca, autore italiano molto famoso che lavora con Renato Zero, con Michele Zarrillo. Quindi, abbiamo tanti progetti importanti.

Invece, un’altra novità che non ti ho detto è che a breve nascerà una nuova etichetta discografica, la UAP Music, United Artists Production, proprio qui. Finalmente avremo un’etichetta discografica, per avere poi la distribuzione anche digitale. Questo è un passo importante che ci mancava e che finalmente abbiamo ottenuto. così diventeremo indipendenti.

F.N.: Complimenti, complimenti!

R.S.: Tornando al discorso della storia e del percorso personale, quello che si può raccontare ai ragazzi è questo: io, quando ho fatto il grande passo di lasciare il lavoro per fare il cantante professionista, l’ho fatto perché lo potevo fare – lo dico sempre ai ragazzi – l’ho fatto quando sono stato sicuro di poterlo fare.

Nel senso: lasciare un lavoro ai tempi in cui l’ho lasciato io (anche all’epoca c’era la crisi, la crisi informatica) non è facile: quando andai dal presidente a rassegnare le mie dimissioni quello sgranò gli occhi e mi disse: “Ma che? E’ pazzo? Con la crisi che c’è Lei si licenzia? Una cosa mai vista, complimenti, Le auguro tutto il bene possibile“.

Certo, i primi due anni non sono stati facili,  ma una volta che capisci che la tua vita e il tuo percorso è un altro bisogna avere anche il coraggio di affrontare il proprio destino. Purtroppo in Italia siamo fissati col posto fisso, invece se uno ha una passione e sa di poter vivere grazie a quella passione, deve fare di tutto per viverci. Altrimenti..

F.N.: Si può ancora vivere con questa passione? Lo chiedo a te perché hai una visione sicuramente più ampia rispetto a molti altri: infatti, seguendo tanti ragazzi che studiano, che vogliono fare questo di mestiere ti trovi veramente a contatto con le realtà che sbocciano adesso.

Quindi, la domanda che ti stiamo facendo è: è ancora possibile vivere di musica? Come si fa? Come ci si deve muovere? Quali sono i presupposti?

R.S.: Guarda, il discorso che ti ho fatto sul fatto che sto aprendo una nuova etichetta discografica ha un senso, perché purtroppo è inutile che ci raccontiamo storie: le major, le case discografiche oggi come oggi hanno tutt’altri interessi. Se io porto un ragazzo alla Sony è chiaro che loro mi dicono che stanno investendo su personaggi che poi ruotano attorno a situazioni televisive, ai talent. Siamo in questa realtà, questa è la situazione, attualmente.

Puoi portare chiunque, potrei portare pure i Beatles, non ci sarebbe spazio. Ti direbbero: “Mi piacciono, facciamo una bella cosa: portiamoli ad X-Factor.” Questa è la realtà, oggi come oggi. Quindi, partendo da questo presupposto..

F.N.: Quindi le major sono blindate, è una strada non praticabile. Cosa ci rimane?

 

Roberto Sterpetti Festival di San Remo

 

R.S.: Allora ci rimangono le radio, perché molte radio fanno produzione oggi, però anche lì c’è da fare un discorso, chiaramente. Il percorso che in genere io indico ai ragazzi che vengono da me e che mi chiedono che cosa possono fare è questo: armarsi di buona volontà e cercare di realizzare il proprio progetto senza spendere cifre esorbitanti, quindi facendo auto-produzione. In questo caso, se non hai un produttore che possa seguirti a livello esecutivo, ti metti da parte due soldini, ti trovi un arrangiatore e un produttore decenti e riesci a fare un bel progetto. Chiaramente devi essere seguito in una certa maniera.

Dopo aver realizzato un buon progetto l’unica cosa che resta da fare è quella che si faceva ai miei tempi: attività concertistica. Io l’ho fatto, con un gruppetto di poveri disperati – perché allora eravamo appena usciti dalla scuola di musica e avevamo fatto due anni di scuola – però abbiamo spaccato tutto, a forza di andare in giro siamo diventati la miglior band del genere a Roma.

Tutto parte da un certo Alfredo Saitto, che un giorno venne dietro nei camerini e ci disse: “Ragazzi, voi avete un sound che pure in America lo stanno ancora cercando“. Vorrà dire qualcosa, no? Vuol dire che uno si deve mettere a lavorare.

Innanzitutto bisogna essere credibili: bisogna avere un progetto credibile che, chiaramente, sia il più bello possibile. Dopodiché ti devi creare i fan andando in giro a suonare. Bisogna cercare in qualunque modo di andare a suonare. Oggi è un problema pure quello, perché ci vanno tutti..

F.N.: Anche gratis?

R.S.: Proprio perché ci vanno tutti è un problema, c’era già quando ho iniziato io. Però ti devi scornare con certe persone, io ho aneddoti anche con personaggi famosi che ho preso a brutto muso. In alcune occasioni ho detto: “Scusa, ma questi son quelli che suonano qua dentro? Ma allora se il livello è questo, il mio gruppo non fa per questo locale, io non suonerò mai per te, perché il mio gruppo sta ad un livello molto più alto.” Bisogna anche avere il coraggio di confrontarsi con certe realtà, andare lì e bussare alla porta, bisogna anche reagire, perché altrimenti è finita.

Quindi, realizzato il progetto, bisogna anche creare un sistema di pubblicità.  Il web oggi è predominante in questa cosa: si può fare un piccolo video musicale, anche amatoriale, fatto da amici, non importa. Ovviamente non mi riferisco a chi ha soldi: chi ha soldi basta che investe e fine. In ogni caso, bisogna fare sempre attenzione, perché i marpioni ci sono sempre: si possono spendere anche 50.000 euro e tornare a casa senza niente, con un prodotto col quale non ci fai niente. Invece magari ne spendi 5.000 – per dire – ma hai un prodotto che spacca, bellissimo, che può interessare.

L’auto-produzione e gli indipendenti oggi sono la chiave. Non ci sta un cavolo da fare. Bisogna tentare questa via, l’unica via che è rimasta.

F.N.: Ma la monetizzazione, comunque, se non ho letto male tra le righe, avviene sempre vendendo il cd fisico ai live? O hai individuato altre strade?

R.S.: No, per me questo è un punto fondamentale. Il digitale aiuta, è chiaro, no? Vai su iTunes e buonanotte. Mettere in rete un bel video, anche amatoriale, anche fatto da amici, un video sul brano principale, e farlo girare, però sempre collegato sul provider, su quello che è il tuo punto di riferimento, che può essere Pyrames o Believe, su collegamento digitale, perché oggi si lavora anche molto sullo streaming. Anche lo streaming può diventare un fattore economico, anche di download. Queste cose molti non le sanno, invece bisogna andare a vedere bene quali sono le tecniche oggi sulla pubblicazione, su quello che ti può rendere.

Poi la cosa importante, secondo me, è utilizzare anche il meccanismo della cover: se tu hai un gruppo rock, o pop, devi trovarti un tuo riferimento musicale, artistico, che sia vicino alla tua vocalità per esempio, e proporre un brano che sia nelle top hits del momento. Infatti, questa cosa ti porta automaticamente visibilità.

Occorre sfruttare tutti i possibili accorgimenti che ci permettano di acquisire visibilità e di crearci pian piano una fan base. Una volta che tu hai la fan base e vai nell’underground, incominci ad avere un tuo seguito. Anche io ho avuto un gruppo di cover e se ce l’avevo io, coi ragazzi che venivano con le magliette e i cappellini – stiamo parlando del ’90 – non capisco perché non si possa fare oggi.

Vedo fare queste cose e vedo che funziona. L’importante è viverci, come dicevi tu; poi che uno diventi o meno una rock star, almeno ci si prova, non è detto che lo si diventi, ma vivere di questo è l’obiettivo.

In campo musicale, come vedi, io faccio tante cose, ma perché bisogna farle, perché altrimenti, se non fai più cose, rischi di fare un flop – era questo il discorso che mi faceva Toto, e sei costretto a tornare a fare quello che facevi prima. Facevi il commesso? Devi tornare a fare il commesso.

Quindi se hai delle capacità non ti fermare solo a quello, cerca di avviare un processo di miglioramento personale che ti permetta di vivere di musica. Hai studiato canto? Sai insegnare? Perfezionati, diventa bravo nell’insegnamento, perché può darsi che oltre a fare serate tu vada a fare anche l’insegnante. Sai scrivere pezzi? Non scriverli solo per te, scrivili anche per altri e vendi i pezzi.

Capito? Non bisogna dire: io faccio l’artista, faccio il cantante, divento Michael Jackson; a parte che i tempi non sono più quelli,  bisogna  arrangiarsi in tutti i settori, coprirne il più possibile.

Chiaramente ci vogliono le capacità, e qui torniamo al discorso della musicalità. Non hai la musicalità? Figlio mio, purtroppo questa non è una cosa che ti posso dare io. Con la musicalità si nasce, o ce l’hai o non ce l’hai. Purtroppo è proprio un passaggio ereditario, non ci sono dubbi su questo, parliamo proprio di DNA, perché se tu hai già in famiglia qualcuno che è stato musicista o artista sei facilitato. Se si va a vedere, qualunque grande artista o musicista ha avuto qualcuno in famiglia che gli ha trasmesso queste informazioni.

La musicalità non è un fattore soltanto musicale, è proprio un senso artistico. Non è solo cantare, è coordinazione, movimento corporeo, tutto. È il collegamento in maniera istintiva all’arte; all’arte, non alla musica, all’arte, a qualunque forma di arte. È una cosa che, ti dico: ce l’hai o non ce l’hai.

Io mi ricordo, pensa, la mia prima selezione, al coro dei chierichetti di Don Bosco, in via Tuscolana: avevo 11 anni, (10 anni, forse, appena fatta la Comunione) e c’era il parroco che faceva le selezioni per il coro. C’era il coro A e il coro B e io non riuscivo a capire che differenza ci fosse; mi fece suonare il pianoforte, eravamo tutti messi in fila. Sembra una stupidaggine, ma uno ci deve ragionare su queste cose. Eravamo tutti in fila e il parroco chiamava: “Avanti il prossimo!” e assegnava: “Coro B” oppure “Coro A”. Questa è stata la mia prima selezione.

Che vuol dire questo? Questa è la chiave di tutto, sembra una stupidaggine, “fammi questa nota”, ma è la prima cosa, cioè essere intonati, intonare una nota. Poi uno può cantare o può non cantare, ma non vuol dire niente, è una questione di funzione innata che ci porta a relazionarci con l’arte.

Dopo tanti anni di studio andai a ripensare a questa cosa che mi era rimasta impressa: questa cosa mi segnò, perché mi dicevo: “Oddio, devo fare la nota, speriamo di intonarla bene“. E fortunatamente la feci giusta.

F.N.: Tu eri coro A, allora: sei finito nel coro A.

R.S.: Coro A, a priori. Ecco, questa è stata la selezione. Poi in realtà uno dice: “Ho sbagliato proprio in quel momento” ma questo fa parte della vita, purtroppo è così, la troviamo sempre. C’è chi vince e c’è chi perde, non si può essere tutti uguali, magari fosse così, ma è impossibile. L’essere umano è bello perché è vario, ognuno ha le sue cose. Poi, chiaramente, quello furbo se trova quello che gli dà delle informazioni in più, le assimila: deve essere in grado di assimilarle.

Quindi, secondo me ci sono tante componenti che un artista deve valutare. A volte mi son capitati anche ragazzi validi venuti a farmi ascoltare i loro progetti. Io però non sono un produttore esecutivo, sono un produttore artistico: averceli i soldi per produrre belle cose, ma purtroppo non ce li ho. Si sono presentati ragazzi anche con progetti molto belli e ho cercato di dar loro delle indicazioni, quanto meno gratis, ecco.

F.N.: È un aiuto anche quello..

R.S.: Sì, ad esempio, mi chiamava un’amica e mi diceva: “Guarda, ho un ragazzo, è bravo, gli potresti ascoltare il progetto? Dargli qualche indicazione?”. Volentieri, non è un problema. Mi dispiace sempre quando mi capita una bella cosa fra le mani e non poterci investire, ma purtroppo questo è un lavoro che dovrebbe fare una major, cosa che invece purtroppo le major non fanno più.

 

Roberto Sterpetti live

 

Per questo dico che se uno ha qualche soldino da parte può trovare delle persone competenti che lo aiutino a realizzare il suo progetto. Ovviamente si va sempre a vedere prima i progetti: se ci si deve avvalere della collaborazione di un arrangiatore, ad esempio, si va a vedere che cosa ha fatto per non buttare via i soldi, perché io tante volte vedo gente che arriva qua dopo aver speso tanti  soldi perché ci si è fatti abbindolare dal nome famoso. Bisogna sempre verificare.

F.N.: Che consigli ti è capitato di dare a questi ragazzi che ti hanno portato dei demo?

R.S.: Guarda, mi è capitato  ultimamente un bel progetto, soltanto che i brani erano troppo diversi come stile gli uni dagli altri. Ce n’erano due o tre che erano omogenei, erano molto radiofonici ed elettronici, in italiano e secondo me erano un utilizzo perfetto per il momento. Lui cantava molto bene, con testi anche molto interessanti.

Tuttavia, in alcuni brani, veniva accostato ad un altro artista:  gli era già stato detto più volte e io gli ho ripetuto che quando si viene accostati ad un altro artista bisogna buttare via i pezzi, far finta che non esistano e cercare di allontanarli da se il più possibile. Tu devi essere un personaggio originale, la prima cosa è l’originalità.

Questo” – gli ho detto – “è il percorso che devi prendere” e lui mi ha ringraziato molto perché gli ho dato un giusto riferimento per il futuro. Gli ho dato anche un indirizzo per poter parlare con un promoter radiofonico, Alex La Gamba, affinché anche lui potesse dargli dei consigli e infatti glieli ha dati volentieri. Anche Alex è un altro amico con il quale collaboriamo.

Quindi, quando c’è la possibilità e vediamo che ci sono dei ragazzi che possono avere successo, una mano gliela si dà, è normale. Io adesso sto seguendo Luca Chikovani, sto facendo anche produzione esecutiva, perché praticamente stiamo realizzando tutto l’album.

F.N.: Ecco, io ti chiederei di entrare nel dettaglio, magari, nella seconda parte dell’intervista proprio in riferimento al progetto di Luca Chikovani che secondo me è molto importante. Facciamo così, salutiamo chi rimane all’esterno di Recording Turbo System; per tutti gli altri, continuiamo con la nostra intervista.

Se non sei ancora iscritto a Recording Turbo System, iscriviti in questo momento, potrai accedere all’intervista con Roberto e a tutte le altre interviste e ai materiali didattici integrali. Ciao da Francesco Nano, un saluto a Roberto Sterpetti e ricordiamo i tuoi siti web, perché ci tengo molto, la tua Accademia è molto interessante.

Non ho capito ancora, dal punto di vista del teatro, se vuoi dirci due parole, perché abbiamo parlato solo di musica. Mi pare che ci sia questo connubio, tra musica e teatro.

R.S.: Sì, chiaro, noi facciamo anche una rassegna che si chiama Spaziando, proprio perché parte dalla musica, dove ci sono stage, ci sono clinics, ci sono concerti. Per esempio, l’ultimo che abbiamo avuto è con Irio De Paula, (il grande Irio De Paula è stato qui da noi) e abbiamo fatto un concerto bellissimo, un’emozione pazzesca. E’un grande musicista brasiliano, ha fatto più di 30 album nella sua carriera, una cosa spettacolare a  75 anni un’ora sul palco, in piedi, e ha fatto un concerto fantastico, la gente piangeva. È stato un evento bellissimo, nella nostra piccola saletta da concerti.

Per quanto riguarda le attività di teatro, noi sviluppiamo un percorso chiaramente amatoriale che si ispira principalmente al metodo Stanislavkij, quindi nella recitazione realistica.

F.N.: Quindi Accademia Scarlatti  per seguirti, per iscriversi ai vostri corsi. Poi abbiamo Memphis Studio, che è il vostro studio di registrazione. Anche di questo parleremo più nel dettaglio nella seconda parte. E abbiamo anche Roberto Sterpetti, che è il tuo sito personale delle tue collaborazioni. Va bene, detto questo, ci salutiamo e ci ritroviamo dall’altra parte.

R.S.: A dopo, ciao!

F.N.: Ciao!

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